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Cartellino Rosso: agli intellettuali e ai giornalisti europei

, di Simone Vannuccini

autori

  • Redattore capo di Eurobull.it, è ricercatore di Economia dell’Innovazione alla Friedrich Schiller University, Jena, Germania. Insieme a Michele Ballerin gestisce il blog «Euroscopio» sul quotidiano on line «pagina99».

Finalmente! Dopo anni di dibattiti sterili e annoiati, di peripezie e circumnavigazioni lessicali per evitare le vecchie parole d’ordine tenute sul campo soltanto dai federalisti europei, ormai il velo di timore che copriva gli occhi di giornalisti ed intellettuali si è squarciato. Non ci sono più “la maggior unione possibile”, l’Europa più integrata politicamente o la “governance” come modello per comprendere le inedite logiche dell’”Europa liquida” a far bella mostra di sé negli editoriali e nei best-seller più dibattuti.

Proprio mentre la Politica europea – intesa come coraggio e volontà dei leader e dei cittadini di sfruttare le opportunità inscritte nel collasso economico e sociale – si dimostra essere la grande protagonista che manca all’appello delle trasformazioni globali, il linguaggio torna a riscoprire la forza e l’importanza del “ragionar politico”. Stati Uniti d’Europa, Unione federale e fiscale, Europa politica, lo stesso federalismo europeo, non sono più tabù da rifuggire o da sbeffeggiare con la superiorità di chi pensava di saper maneggiare con maestria la complessità del mondo contemporaneo.

Finalmente, dicevamo. Eppure, non è ancora il tempo di esultare. La “riscoperta delle parole” da sola non basta (anche se è già qualcosa, se è vero come è vero che le idee ed i concetti plasmano la realtà o almeno la sua percezione, e dunque anche gli incentivi a modificarla), la Politica si fa con le parole certo, ma anche con l’azione. E dietro l’azione si nasconde sempre un metodo, una strategia, una direzione esplorativa. È questo ciò che manca adesso al dibattito pubblico: posto che l’unica soluzione ai paradossi europei è la Federazione europea, il tema non può essere trattato superficialmente, senza cognizione di causa.

Tre sono al momento i punti da affrontare, i temi che dovrebbero guidare la riflessione nei prossimi giorni (dico giorni, e non mesi, perché ormai – nel mezzo della Grande Depressione europea – di tempo per pensare ne è rimasto ben poco); tre sono i “come” dalla priorità assoluta:

- Il rilancio “ideale”: serve una dichiarazione solenne dei leader europei, che li impegni a raggiungere in tempi realistici una piena unione federale fra i Paesi volenterosi di procedere sulla strada dell’integrazione sovranazionale. La dichiarazione solenne dovrà essere accompagnata da una road-map, un calendario sintetico e preciso: quali tappe, quali tempi, quali cambiamenti;

- Il rilancio “reale”: un “rilancio ideale” potrebbe essere di per sé sufficiente a bloccare la race to the bottom fra diktat dei mercati, sfiducia ed indebitamento sovrano. Ma per curare i sintomi della disoccupazione e del disagio serve un rilancio reale, ottenibile soltanto con un grande – e intelligente – piano economico, un New Deal europeo capace di invertire l’avvitamento dell’economia europea;

- Il mezzo: annunciate le finalità e poste le condizioni reali per il rilancio europeo, il nodo ufficialmente “tecnico” (ma in realtà profondamento politico) sul “come fare” deve essere infine affrontato. Si è parlato di un Konvent di saggi, governanti e parlamentari nazionali, del neo-eletto Parlamento europeo nel 2014, di Convenzioni ad hoc, ma il succo è uno solo: la necessità di un momento e di un luogo costituente. E d il criterio-guida da seguire è anch’esso unico: il processo deve essere, senza eccezioni, democratico.

Il dibattito pubblico attuale ha finalmente superato le sue paure ataviche, ed ha iniziato a guardare l’abisso europeo per quel che è veramente: un momento esiziale per il Vecchio continente, con due possibili finali: la disgregazione da una parte e l’Unione politica dall’altra. Non ci sono alternative. Ormai l’abbiamo capito (quasi) tutti, ma nonostante questa positiva consapevolezza non è certamente il momento storico di fermarsi a ripetere il mantra appena imparato.

Manca il colpo di reni che dia il la al dibattito sulla road-map, sul Piano e sul mezzo istituzionale che ci porterà all’Europa federale, perché altrimenti il rischio sarà quello di recitare all’infinito una bella storia composta da quelle grandi parole appena riscoperte ma fatte di polvere senza sostanza, utili soltanto a coprirci le spalle mentre aspettiamo il declino con la testa nella sabbia.

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Fonte immagine Flickr

Tuoi commenti

  • su 29 agosto 2012 a 23:20, di danilo d’antonio In risposta a: Cartellino Rosso: agli intellettuali e ai giornalisti europei

    Europa ostacolata dal furto delle Res Publiche

    Con la parola Stato possiamo intendere il risultato di un processo storico di accentramento del potere affermatosi successivamente alla fase di dispersione nei differenti centri territoriali indipendenti tipici dell’Europa medievale. La centralità del potere è giustamente continuata anche successivamente all’avvento delle moderne società democratiche, radicandosi però, per lo più, all’interno di una ristretta quanto difficilmente rinnovabile cerchia di politici professionisti, quindi in vendita al miglior offerente, piuttosto che redistribuirsi genuinamente e regolarmente tra la popolazione, come il nuovo disegno repubblicano richiedeva.

    A causar ciò è stata ovunque soprattutto una rimasta primitiva organizzazione della Pubblica Amministrazione, l’assegnazione a vita dei cui milioni d’importanti ruoli/poteri ha per prima generato una casta e mafia di statali e favorito poi lo stabilirsi di una casta e mafia di politici. Di fatto al momento presente, nei vari Paesi come pure a livello dell’Unione Europea, la situazione politica è massimamente insana causa entrambe queste patologiche formazioni, queste due concrezioni vicendevolmente rafforzantesi. Esse, pur di mantenersi in auge, preferiscono troppe volte affermare le volontà delle varie lobby e potentati piuttosto che le nuove direzioni necessarie all’evoluzione ed al buon funzionamento sociale.

    Analogamente a quanto è avvenuto in passato nei singoli Paesi, è giusto ed onorevole auspicare oggi il formarsi di un potere centrale europeo. Ci troviamo di fronte a tante e tali critiche situazioni in ambito globale che non si può davvero pensare di risolverle senza un potere che sia quantomeno all’altezza di quello delle altre formazioni. Tuttavia non si faccia l’errore, che stavolta noi cittadini europei non perdoneremmo non solo in ambito continentale ma a quel punto anche locale, di continuare ad affermare anche a livello di Unione un ottocentesco statalismo fatto di eletti ed assunti a vita piuttosto che una moderna gestione collettiva, comunitaria, periodicamente redistribuita e rinnovata, del crescente Bene Comune Europeo.

    Una moderna società, che voglia essere davvero democratica, non può più disporre di una partecipazione popolare limitata al solo, triste perché impotente, momento elettorale. Al contrario occorre che una ben più operosa e lieta partecipazione si esprima innanzitutto nei milioni di ruoli della gestione di quanto appartiene ed è di pertinenza della collettività. L’Unione Europea ha oggi una opportunità di tutto rispetto, mettendo a frutto la quale potrebbe brillare ben oltre i confini del proprio continente. Quella di esser d’esempio nel far partecipi a rotazione della sua Cosa Pubblica, della Pubblica Amministrazione dell’Unione, tutti quei cittadini europei che lo volessero e disponessero dei requisiti necessari.

    Come si può dar torto a coloro che oggi rinunciano al diritto e rifiutano il dovere di esercitare il proprio voto? Noi, che da tempo non votiamo, abbiamo piena ragione di tenerci lontani dai seggi perché è l’unico modo di cui disponiamo, quantificato, pubblico e pacifico, per dichiararci lontani dalla presente politica e generale amministrazione dei nostri Paesi e dell’Unione. Chi desidera che una valanga di voti si riversi finalmente nei seggi al prossimo appuntamento elettorale si dìa da fare con il cuore e la mente affinché la rotazione ci liberi per sempre dagli statali. Rimuovendo l’oscura banda degli statali, con la quale si circondano e proteggono gli accaparratori di potere, sarà impossibile per un politico professionista e per qualunque altro puzzone ottenere più spazio di quello che merita.

    A quel punto, e non prima, sarà vera democrazia. A quel punto, e non prima, l’Europa potrà divenire una poderosa realtà.

    E che questo avvenga prima che la Cindia ci divori.

    Danilo D’Antonio

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