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Comici e politici

, di Giorgio Anselmi

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Lo scoppio di risa di Sarkozy ed il sorriso più contenuto della Merkel ad una domanda di un giornalista sull’affidabilità dell’Italia hanno suscitato varie reazioni. Per di più di esecrazione o di stizza da parte dei politici, di amarezza da parte dei commentatori, quasi tutti concordi, questi ultimi, nel proclamare: come siamo caduti in basso!

Poco tempo prima era scomparso Mino Martinazzoli, il cui volto triste e butterato ricordava agli italiani la fine della cosiddetta Prima Repubblica. Richiesto una volta di spiegare perché non ridesse mai, rispose piccato: «Sono un politico, non un comico». Ebbene, con Silvio Berlusconi e Beppe Grillo abbiamo poi avuto un politico trasformato in comico ed un comico trasformato in politico.

A scanso di equivoci, ricordiamo che l’arte comica ha accompagnato la nascita della democrazia fin dai tempi di Atene. Sono i regimi totalitari a non permettere la satira del potere. Detto questo, Pericle deve fare il suo mestiere ed Aristofane il suo. Lo scambio di ruoli rivela una patologia. Non a caso Berlusconi è diventato sempre più comico e Grillo sempre meno.

Nel famoso saggio «La politica come professione» Max Weber individua nell’assenza di una causa e nella mancanza di responsabilità «i due tipi di peccato mortale sul terreno della politica». E aggiunge: «La vanità, vale a dire il bisogno di porre se stessi in primo piano nel modo più visibile possibile, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di questi due peccati, se non tutti e due assieme. E ciò tanto più in quanto il demagogo è costretto a contare sull’»effetto«; egli si trova perciò continuamente in pericolo tanto di diventare un mero attore quanto di prendere con leggerezza le responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi solamente dell’»impressione«che suscita», perdendo, dice Weber qualche riga oltre, «il rapporto con la coscienza del tragico a cui è intrecciato in verità ogni agire, e in particolare l’agire politico».

La descrizione calza a pennello per il nostro Presidente del Consiglio. Indro Montanelli, che lo conosceva bene, disse una volta di lui: «E’ talmente vanesio che ai matrimoni vorrebbe essere la sposa e ai funerali il morto.» Qualcuno, anche tra i suoi, si faceva forse l’illusione che dimostrasse un po’ di dignità almeno nell’uscita di scena. Invece, come spesso è accaduto nella storia del nostro Paese, la tragedia si sta trasformando in farsa.

Chi se non un comico potrebbe dire nell’attuale situazione che tutto va bene, i ristoranti sono pieni, con fatica si riesce a prenotare degli aerei, i posti di vacanza nei ponti sono iperprenotati? Purtroppo sono parole del capo del governo. Tanto abbarbicato alla poltrona da non accorgersi che gli è rimasta solo, per dirla ancora con Weber, «la luccicante apparenza del potere invece del potere effettivo», ormai in ben altre mani.

Mentre scriviamo queste righe non sappiamo ancora come finirà la vicenda. L’Italia non è al livello della Grecia. Tuttavia confessiamo di provare una qualche invidia per i nostri amici ad di là dello Jonio, che almeno vedono rispecchiata nel volto severo e corrucciato di Papandreou l’immagine del proprio Paese. Noi invece dobbiamo sorbirci le barzellette di quello che Giovanni Sartori ha definito Homo ridens.

Non a caso il premier greco, subito dopo un voto di fiducia del Parlamento, ha deciso di lasciare il potere per far posto ad un governo di responsabilità nazionale. Quello che i federalisti chiedono insistentemente per il nostro Paese già da un paio d’anni. Speriamo solo che le ultime convulsioni di Berlusconi e della sua corte dei miracoli non ci obblighino a dar ragione ad Ennio Flaiano: «In Italia la situazione è sempre grave, mai seria.»

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P.S.

Immagine: Silvio Berlusconi. Fonte: Flickr

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