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Dai popolari ai socialdemocratici: l’integrazione europea oggi passa dai partiti

, di Roberta Carbone

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  • Presidente della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea, membro del Comitato federale della Gioventù Federalista Europea, studentessa presso l’Istituto di Studi Europei di Bruxelles

In un periodo di crisi, economica e politica, in cui bisogna destreggiarsi tra governi tecnici veri o presunti, emergenze nazionali o nuovi nazionalismi, stravolgimenti dei meccanismi democratici in nome di obblighi apparentemente imposti dall’esterno, dobbiamo nondimeno considerare alcuni silenziosi ma importanti passi verso una vera e propria rivoluzione politica e partitica in Europa.

Durante la campagna per le elezioni europee del 2009 diverse voci si sono alzate a favore di un cambiamento radicale nel modo di condurre il dibattito e la competizione politica: si chiedeva ai partiti di tutta Europa di poter avere una campagna elettorale a livello europeo, come primo passo verso l’istituzione di vere e proprie elezioni su base transnazionale. I cittadini europei, si diceva, devono essere messi nelle condizioni di poter dare la propria preferenza ai candidati di qualunque paese dell’Unione Europea, all’interno di veri e propri partiti europei. Tra queste voci, quella della Gioventù Federalista Europea da anni si erge a favore di uno sviluppo in questo senso e anche in occasione delle elezioni del 2009 non ha mancato di far sentire la propria voce, non da ultimo con il seminario organizzato a Parigi nell’aprile 2009 proprio su questo tema.

A queste voci si è recentemente aggiunta quella di Andrew Duff, europarlamentare del gruppo ALDE che ha proposto all’inizio del 2011 una riforma del meccanismo elettorale del Parlamento europeo, che prevede l’elezione di un gruppo di europarlamentari (nel numero di 25) sulla base di una lista transnazionale, in aggiunta al numero di europarlamentari già previsti ed eletti su base nazionale.

Dobbiamo constatare, però, che finora non si è ancora giunti ad una riforma elettorale europea.

Ciononostante dobbiamo anche prendere atto del fatto che qualcosa si sta muovendo: una crisi del sistema europeo è stata ancora una volta la miccia che ha innescato il cambiamento. In questi ultimi mesi, infatti, una nuova consapevolezza si sta affermando nei partiti degli Stati membri dell’UE e, ancora una volta, è stato il motore franco-tedesco a far partire questo processo: da destra a sinistra, i leader dei maggiori partiti europei si coalizzano e si sostengono l’un l’altro per l’approvazione dei piani europei a livello nazionale e per rafforzare le rispettive campagne elettorali.

È stata la Cancelliera Merkel a dare avvio a questa pratica già alcuni mesi fa con celati segnali di sostegno al Presidente francese Sarkozy, fino alla dichiarazione esplicita – nel febbraio di quest’anno – di appoggio alla campagna elettorale del collega, all’interno della «famiglia politica» del Partito Popolare Europeo. Accolta con calore da alcuni e con freddezza da altri, nel timore che questo appoggio potesse risultare scomodo per il candidato Sarkozy, che punta sempre più su una visione nazionalistica delle sfide poste dalla crisi e dalla globalizzazione e che temeva di alienarsi in questo modo il favore dell’ala più a destra dell’UMP, l’idea della Cancelliera Merkel è piaciuta particolarmente ai socialdemocratici europei.

Lo scorso 17 marzo, infatti, i leader dei maggiori partiti progressisti d’Europa si sono ritrovati a Parigi in occasione del convegno “Renaissance pour l’Europe” (rinascita per l’Europa), organizzato dalle fondazioni FEPS, Jean Jaurès, Italiani Europei e Friedrich Ebert. Presenti all’incontro, tra gli altri, il candidato socialista alle elezioni presidenziali francesi François Hollande, il leader del partito socialdemocratico tedesco (SPD) Sigmar Gabriel, il leader del PD Pier Luigi Bersani, il Primo Ministro belga Elio di Rupo e il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. «Quando l’Europa indietreggia – ha affermato il candidato alla presidenza francese Hollande – i conservatori possono rimanere sulla stessa linea. I progressisti no.»

Insomma, sembra che la sinistra europea stia trovando nuovo slancio proprio nell’Europa e nel sostegno reciproco, nell’ottica di una nuova progettualità e per ridare vita alla speranza e alla fiducia nel futuro. Sempre nelle parole di Hollande: «Le sorti del movimento socialista e socialdemocratico sono strettamente legate allo sviluppo dell’Europa, e l’Europa è strettamente legata alla causa del progresso.» Il candidato socialista si fa candidato non solo dei Francesi, ma cerca l’appoggio dei progressisti europei, per sviluppare quella che, nelle sue parole, dovrà essere un’Europa «della crescita, del lavoro, della giustizia e della solidarietà». Così «il socialista francese François Hollande diventa la speranza dei socialdemocratici di tutta Europa», come scrive il Financial Times Deutschland lunedì 19 marzo.

Dunque, in un momento buio per la politica europea, in cui aleggiano proposte a favore della sospensione temporanea della democrazia in nome dell’attuazione dei piani di austerità concordati a livello internazionale, un barlume di luce si intravede: l’Europa, così come era nel disegno dei suoi padri fondatori, rigenera la democrazia europea e le dà nuovo slancio, a partire dalla collaborazione transazionale dei partiti politici, fino a raggiungere più importanti e decisivi obiettivi verso una maggiore democratizzazione delle istituzioni europee – dalle elezioni del Parlamento europeo su liste transnazionali all’elezione diretta del Presidente della Commissione europea.

Tuttavia, a fronte di questi importanti e positivi sviluppi della politica europea, i federalisti e la società civile devono continuare a vigilare sull’azione dei capi di Stato e di governo europei, affinché non si adeguino alla soluzione più facile, ossia la centralizzazione del potere senza democratizzazione. Questa potrebbe costituire una pericolosa deriva per il progetto dell’unificazione dell’Europa, che è nato con l’obiettivo di creare un’Europa pacifica e costruita sulla democrazia e sul consenso, non sulla dominazione e sulla volontà del più forte.

Per concludere, vorrei riprendere ancora una volta le parole del candidato alla presidenza francese Hollande, che ci ricorda come l’Europa sia «una speranza» e debba restare «il nostro futuro». Sperando che queste non siano solo vane parole, ma il punto di partenza per una progettualità europea lungimirante – sia a sinistra che a destra –, mi auguro che il “sogno europeo” possa rinascere e restituire la fiducia nel futuro ai giovani di tutta Europa.

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