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Il New Deal europeo e la sfida della coesione (Parte II)

, di Francesco Ferrero

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Per prima cosa, in ragione delle economie di scala che abbiamo evidenziato precedentemente (per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui), occorre che una parte significativa del peso degli investimenti in R&S sia spostata dai bilanci nazionali (inclusi i fondi regionali e comunali), che oggi fanno la parte del leone, al bilancio UE. (Tabella 1)

Tabella 1. Public spending on R&D, higher education and innovation at national and European level (in million € and as a % of total spending), 2009. Source: (7).

EU Spendingas a %National Spendingas a %Totalas a %
R&D4.8466%78.88794%83.733100%
Higher Education1.5691%108.56399%110.132100%
Competitiveness/ Innovation711%10.011,799%10.082100%
Total6.485,33%197.461,397%203.947100%

In secondo luogo occorre, diversamente da quella che sembra essere l’intenzione dei governi, spostare fondi da alcuni capitoli di spesa (ad es. la Politica Agricola Comune, che ad oggi pesa per il 43% del bilancio europeo) alla R&S (che pesa appena per il 5%).

Last but not least, occorre spostare fondi dal meccanismo del “fondo perduto” (grant) a quello dei prestiti finanziari a tasso agevolato (loan), ispirandosi al grande successo della Risk Sharing Financial Facility, un fondo congiunto della Banca Europea degli Investimenti e dell’UE [1] che presta fondi ad aziende, istituzioni e progetti abbastanza maturi e credibili da avere buoni piani di business che consentano di ripagare il prestito. Tale strumento si è rivelato molto importante nella crisi, sostituendosi in parte alle banche private, e risponde alla critica principale che viene fatta alle politiche UE della ricerca, ovvero di sostenere solo l’offerta di innovazione, senza curarsi della domanda. Questo tipo di finanziamento, che a differenza del fondo perduto deve essere restituito, garantisce che l’oggetto di queste ricerche risponda ad autentiche esigenze della società e del mercato.

Una parte dei fondi necessari a moltiplicare questo tipo di esperienze potrebbe essere generata attraverso degli Euro Project Bond, eventualmente finanziati da nuove risorse proprie del bilancio europeo, come una carbon tax o una tassa sulle transazioni finanziarie, che andrebbero prioritariamente destinati ai progetti di ricerca più “bancabili”, ovvero tali da offrire ritorni sugli investimenti adeguati in tempi abbastanza rapidi. Esempi di questo tipo di progetti sono il Progetto Galileo e le tecnologie di Carbon Capture and Storage (CCS) per ridurre le emissioni di anidride carbonica generate dalle fonti fossili di energia.

Come detto in premessa, la R&S può essere un fattore di crescita intelligente, per cui la crisi può essere l’occasione per lanciare una grande iniziativa politica europea per correggere questi squilibri e lanciare un New Deal europeo, ovvero un grande piano europeo di investimenti pubblici (e privati) nella ricerca e sviluppo e nell’innovazione tecnologica che può scaturirne. La domanda di una nuova politica europea su questo terreno dovrà essere posta al centro della prossima campagna elettorale europea, pena il progressivo disfacimento dell’Unione e la separazione in un’UE del Nord e un’UE del Sud, che segnerebbe la fine del sogno di un’Europa unita e libera dalle guerre.

Per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui

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P.S.

Bibliografia:

(7) J. Ritzen and L. Soete, “Research, Higher Education and Innovation: Redesigning European Governance in a Period of Crisis,” Notre Europe, Paris, 2011.

Fonte immagine Flickr

Note

[1Creato nel giugno 2007, il fondo ha avuto una dotazione iniziale di 2 mld€, forniti per metà dalla BEI e per l’altra metà dal budget del FP7, elevati a 10 miliardi tramite meccanismi di finanza a debito.

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