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Il caso ungherese. L’Europa senza calzoni

, di Giorgio Anselmi

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Tutti presi dalle vicende greche, politici, commentatori ed opinione pubblica hanno prestato una sporadica attenzione al caso ungherese. Eppure quanto sta avvenendo in quel Paese è forse più inquietante. Riassumiamo brevemente i fatti. Dopo un lungo periodo di governi socialisti, nel 2010 sono tornati al potere i conservatori. Al successo di Fidesz ha sicuramente contribuito la grave crisi economica, che già negli anni precedenti aveva costretto l’Ungheria a chiedere aiuto alla BCE ed al FMI. Facendo ricorso all’eterna ricetta del populismo, il premier Viktor Orbán è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta e due terzi dei seggi e ad avere quindi le mani libere per modificare la costituzione. Il Nostro si è messo subito all’opera, proponendo una profonda riscrittura del testo costituzionale e facendo approvare una serie di leggi con un unico obiettivo: rafforzare i poteri dell’esecutivo a scapito degli altri. Come in tutti i regimi autoritari, Orbán ha quindi violato l’autonomia della Corte costituzionale e della magistratura, limitato fortemente i poteri della Banca centrale, controllato e ridotto la libertà di stampa. Inutile dire che l’ideologia con cui viene giustificata questa svolta reazionaria è il nazionalismo. Si sono così persino contestati i confini stabiliti dal Trattato di Trianon, riconoscendo la cittadinanza ungherese alle minoranze magiare inglobate negli Stati vicini. E al nazionalismo etnico si è accompagnato quello economico: nazionalizzazioni dei fondi pensione privati, imposte punitive sulle aziende straniere, controllo del sistema creditizio, svalutazione competitiva del fiorino.

Chi si è occupato del caso ungherese ha spesso paragonato Orbán all’Ammiraglio Horthy. Talvolta ricordando che quello è stato il primo regime autoritario ad affermarsi in Europa dopo la prima guerra mondiale. Dimenticando però le notevoli differenze tra i due contesti storici. Se, infatti, Horthy ha potuto realizzare il suo progetto, Orbán è stato per intanto fermato. Da quell’Europa alla quale dedica giudizi sprezzanti. Per quanto deboli ed incerte, le istituzioni europee sono intervenute. Prima la Commissione europea, guardiana dei Trattati, ha aperto tre procedure d’infrazione per leggi in contrasto col diritto dell’UE. Poi, il 16 febbraio, il Parlamento europeo ha approvato una mozione per avviare la procedura di indagine prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona contro gli Stati che non rispettano i valori dell’Unione europea. Si tratta solo dei primi passi, ma il leader ungherese è già stato costretto a più miti consigli. Per di più l’aggravarsi delle condizioni economiche lo sta obbligando a bussare di nuovo a quelle porte dell’UE e del FMI che aveva sdegnosamente chiuso.

Tutto bene allora? No, e i federalisti devono dirlo a voce alta. L’Europa pullula di tanti Orbán pronti ad ergersi a paladini della sovranità nazionale. Ad essi si aggiungono i sostenitori dell’indipendenza delle piccole patrie, siano esse la Catalogna, la Padania o la Scozia. Aver superato le prove costituite da Haider, dai gemelli Kaczyński o dalla coppia Berlusconi - Bossi non consente certo di cantar vittoria. Proprio perché non si sono tagliate alla radice le cause del male, si può sempre ricadere nelle vecchie aporie. L’ammonimento del Manifesto di Ventotene è più attuale che mai. La globalizzazione e la crisi economica hanno anzi aggravato la situazione, distruggendo quel po’ di sovranità nazionale che ancora rimaneva in piedi. Persino l’orgogliosa Francia ha dovuto chinare il capo. Figurarsi l’Ungheria! Non c’è però da rallegrarsi. Se la democrazia nazionale è ridotta ormai a vuota parvenza, non si è però costruita al suo posto una compiuta democrazia europea. Siamo nella terra di nessuno. I cittadini sono spaesati e frastornati. In modo confuso capiscono che il vecchio mondo è morto, ma nessuno indica loro l’approdo. L’unico approdo. Commentando le reazioni europee alle vicende ungheresi, Jean Quatremer ha scritto che è difficile «grimper aux arbres quand on n’a pas la culotte propre.» Tocca ai federalisti cercar di mettere i calzoni all’Europa.

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P.S.

L’articolo è stato inizialmente pubblicato sul numero 1/2012 de L’Unità Europea, giornale del Movimento Federalista Europeo.

Immagine: il Primo ministro ungherese Orbán stringe la mano al Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy. Fonte: Flickr

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