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Il dramma dello spread e la via europea

, di Roberto Palea

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Il dramma dello spread tiene la scena in Italia ed allarma, giustamente, i politici, gli economisti e frotte di investitori.

I partiti d’opposizione criticano le (necessarie) misure di risanamento finanziario e ne chiedono la mitigazione.

Tutti invocano misure di stimolo della crescita e propongono provvedimenti che, quando condivisibili (lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, riduzione dei costi della politica, spending review, imposte sui grandi patrimoni, riforma della giustizia, ecc…), non considerano i tempi medio-lunghi entro cui gli effetti si produrrebbero né le conseguenze, sociali e finanziarie, di decisioni troppo radicali in una situazione di riduzione generalizzata dei redditi reali e di regime di libertà di trasferimento dei capitali all’estero.

Alcuni si spingono più in là, concludendo che la moneta comune non dà alcun beneficio e che, nell’Unione europea conviene essere stati ma non conviene più restare in futuro.

Questi ultimi, irresponsabili, non considerano il costo tremendo che le persone, soprattutto quelle economicamente più deboli, dovrebbero sopportare per l’esplosione dell’inflazione, la perdita di valore dei patrimoni personali e pubblici e l’impoverimento generale che ne deriverebbe.

La verità è che gli investitori non sono convinti che l’Italia sia in grado di ripagare i titoli che emette e di uscire dalla spirale della recessione in cui si trova.

Esaminando lo scenario europeo si riscontra che problemi molto simili attanagliano anche tutte le altre economie dell’area euro.

La stessa Germania non cresce più, nonostante gli eccezionali exploit di alcuni suoi “campioni nazionali” (quali il gruppo Volkswagen) i quali battono la concorrenza sulla base della “non price competitiveness”, fondata su qualità e tecnologia superiori.

In realtà le difficoltà di bilancio che gravano sui paesi dell’area euro limitano pesantemente la possibilità di mettere in atto un’efficace politica di rilancio dell’economia.

D’altra parte, la misure di solidarietà europee messe in campo dai governi non convincono ancora della reale volontà di salvare l’euro e portare a compimento il processo di unificazione europea.

I passaggi obbligati per evitare il disastro collettivo, sono due, ineludibili; essi passano entrambi per l’Europa.

-  Il primo venne già indicato chiaramente da Tommaso Padoa-Schioppa quanto scriveva: “Agli Stati il rigore, all’Unione la crescita e il dinamismo”.

Il problema dello stimolo allo sviluppo va affrontato insieme da tutti i paesi dell’eurozona, mediante il lancio di un vigoroso Piano europeo di sviluppo sostenibile che metta in campo risorse aggiuntive (almeno “nuovi” 100 miliardi di euro all’anno, mediante l’introduzione, a livello europeo, di una Tassa sulle transazioni finanziarie e una carbon tax europea).

Con dette risorse aggiuntive si potrebbe finanziare l’emissione di Euro project bond per 400/500 miliardi da erogare entro tre/cinque anni [1].

Detto piano dovrebbe essere basato su investimenti pubblici nel settore delle infrastrutture, della ricerca e sviluppo, della formazione superiore e nella produzione di beni pubblici non soddisfatti dal mercato.

-  Il secondo richiede che gli Stati (almeno quelli dell’eurozona) manifestino la loro volontà di portare a conclusione il processo di unificazione europea, mediante, una nuova, solenne “Dichiarazione Schuman” e la messa in cantiere di una nuova riforma dei Trattati, da cui risulti chiara la direzione di marcia e chiaro l’approdo.

Non mi nascondo la difficoltà della proposta, ma essa è semplicemente inevitabile, da realizzarsi con decisione, in tempi brevi, in preparazione delle ormai prossime elezioni europee del 2014.

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P.S.

Le opinioni espresse sono dell’autore e non impegnano necessariamente il CSF.

Fonte immagine: Flickr.com

Note

[1Si vedano i Discussion Paper del CSF: A. Iozzo, Per un piano europeo di sviluppo sostenibile; A. Majocchi, Finanziare il bilancio dell’UE con una sovrimposta sulle imposte nazionali sul reddito e Idem, Carbon-energy tax e permessi di inquinamento negoziabili nell’Unione europea (www.csfederalismo.it/index.php/it/pubblicazioni/discussion-paper).

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