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Il significato attuale della questione dei confini europei

, di Francesco Pigozzo

Dal 1995 a oggi l’Unione Europea è passata da dodici a ventisette stati membri, e l’agenda dell’allargamento è già densa degli impegni per la controversa adesione della Turchia e per quella graduale degli stati balcanici. Man mano che l’attenzione si è spostata a Oriente, la questione dei confini dell’Europa si è imposta come uno dei temi più sentiti della nascente opinione pubblica europea.

autori

  • Segretario della Gioventù Federalista Europea - Toscana, GFE Coordinator for the celebrations of the 60th anniversary of the Schuman Declaration.

La mancanza di istituzioni democratiche dotate di sovranità chiaramente distinta e complementare a quella dei singoli stati membri, ha reso finora difficile che il dibattito continentale si sviluppasse tra i cittadini altro che in termini di paure: la scarsa trasparenza dei processi decisionali non fa che impedire un dibattito costruttivo. Non stupisce perciò che le remore istintive nei confronti di paesi lontani per grado di sviluppo economico o per religione e cultura siano state alla base della questione dei confini d’Europa. Ma dietro al generico timore d’instabilità, tale questione si rivela tutt’altro che banale, e diventa anzi seriamente spinosa se si pensa all’opportunità apparentemente visionaria di includere in futuro nell’Unione la Russia, o gli stati del Nord-Africa, o parte del Medio-Oriente.

la scarsa trasparenza dei processi decisionali non fa che impedire un dibattito costruttivo

Se si vuole affrontare il problema in maniera ragionevole, è necessario innanzitutto specificare che cosa si intende per Europa. Da un punto di vista giuridico la situazione odierna della UE contempla molte sfumature, a partire dal fatto che il gruppo di paesi appartenenti all’Unione e quello che ha adottato la moneta unica non coincidono (senza parlare dell’intricata strada verso una Costituzione comune). Vi sono poi i paesi candidati ad entrare nella UE e quelli che intrattengono con essa svariati rapporti di partenariato, come il Marocco (che nel 1987 fece anche domanda di adesione) o come la Russia, legata a doppio filo al suo vicino occidentale (e pur sempre membro di un’organizzazione internazionale come il Consiglio d’Europa). Su quali basi, vista la complessità del sistema attuale, vogliamo definire il criterio con cui fissare dei confini?

Il primo tipo di considerazioni su cui ci si può fondare è quello storico-geografico: si tratta del criterio che permise l’immediato rigetto della domanda d’adesione del Marocco. Per quanto le giustificazioni storico-geografiche appaiano naturali, esse non sono così semplici ed inappellabili come si vorrebbe. A ben guardare fondarsi su di esse è tutt’altro che sicuro, e porta piuttosto ad impantanare il dibattito intorno a discrimini in fondo arbitrari... Anzi, se si va fino in fondo al tema ci si rende con chiarezza conto che proprio storia e geografia dell’uomo sanciscono il non senso di reificare divisioni nel genere umano: in base a quale diritto si può selezionare un periodo della storia piuttosto che un altro per farne regola generale che fondi un’isolata cultura? E poi, perché cercare indietro nel tempo “prove” per teorie valevoli ad eternum? Persino se la teoria della poligenesi della specie umana dovesse essere fondata, essa non avrebbe alcun peso nell’arrestare il processo di scambio culturale che sta portando a fare della storia umana una disciplina unitaria.

è necessario innanzitutto specificare che cosa si intende per Europa

In alternativa a questo approccio teorico, ci si può fondare su considerazioni d’immediatezza pratica, che, più esplicitamente della mitizzazione attraverso la storia, mostrano quanto la questione dei confini sia la riverberazione culturale di un nascente nazionalismo europeo. Si tratta in questa prospettiva di vedere quale sia il limite di assorbimento per un gruppo dato di stati (gli attuali 27? I futuri 32? L’Europa occidentale delle ex potenze coloniali?) affinché possa costituirsi un nuovo soggetto indipendente, in grado di competere sulla scena diventata ormai globale. “Dove arrestarsi?”, ci si può chiedere angosciosamente. E in effetti riesce difficile immaginare che cosa diventerebbe l’Unione Europea se colossi come la Russia, o paesi geograficamente distanti quanto Israele, entrassero a farne parte.

Non si riesce a sfuggire alla trappola dei dilemmi insolubili e ingenuamente neonazionalisti se non si adotta un terzo punto di vista: quello secondo cui l’Unione Europea si definisce in base ai criteri con cui si può diventarne membri. Vale la pena di ricordare ciò che dal 1993 passa sotto il nome di “criteri di Copenaghen” per l’adesione alla UE: istituzioni che garantiscano la democrazia e lo stato di diritto; un’economia di mercato funzionante e con forze in grado di competere nell’Unione; la capacità di far fronte agli obblighi politico-giuridici, economici e monetari derivanti dall’adesione.

l’Unione Europea si definisce in base ai criteri con cui si può diventarne membri

Ponendo il problema in questi termini, ci si accorge subito che non ci possono essere limiti: il meccanismo d’aggregazione dell’Europa, per quanto nasca in una ben determinata zona del mondo, è per sua natura fondato su valori e istituzioni che si vogliono universali. Non a caso l’integrazione europea è frutto della tragica esperienza della seconda guerra mondiale, un frutto maturato direttamente dalla necessità di risolvere nel regno del diritto ogni controversia, cioè di realizzare una convivenza pacifica tra gli uomini.

Mentre il punto di vista storico-geografico cerca di porre in termini oggettivi un problema la cui soluzione dipende invece da ciò che gli uomini faranno; mentre il punto di vista pragmatico rinnova la miopia degli stati-nazione trasferendola a livello macroregionale, solo l’ultimo punto di vista permette di vedere tutte le implicazioni della questione che dobbiamo affrontare. Alla luce della situazione globale in cui ci troviamo oggi, si vede che il problema dei confini europei si pone in realtà soprattutto come compenso di una cattiva gestione del mondo: da un lato la UE offre l’unico modello di cooperazione funzionante tra stati, con pace e crescita economica, a maggior ragione ancor più attraente se saprà mantenersi funzionante anche a 27, dopo l’inclusione degli stati ex-comunisti; dall’altro lato ONU, FMI, BM, tutti gli embrioni di istituzioni di governo globale, insomma, non riescono affatto ad essere efficaci mezzi con cui raggiungere gli obiettivi di pace e benessere per cui furono fondati. L’attrazione dell’area UE è ovvia conseguenza della mancanza di buona organizzazione di cui è responsabile la debolezza e la non democraticità (a causa innanzitutto del diritto di veto) di queste istituzioni mondiali.

oggi bisogna lottare per un cambiamento nelle istituzioni mondiali

Naturalmente la UE non è considerata unicamente come una sorta di club di cui entrare a far parte, la sua attrazione la rende anche un esempio da imitare, come ci insegnano l’Unione Africana e il Mercosur. In ogni caso, però, si tratta di modi diversi per rispondere a una stessa esigenza sempre più avvertita: quella di unità anche politica del globo. Ma il cammino non è privo di rischi: se non si lotta nello stesso tempo per una riforma che renda democratico e dotato di vera sovranità il governo del mondo, la corsa ad appartenere alla UE (a maggior ragione nel caso diventi una federazione, e quindi un organismo politico efficiente) si mostrerà sempre più forte ai confini che man mano avrà raggiunto. Più che chiedersi quindi in astratto dove dovrebbe arrestarsi l’allargamento europeo, oggi bisogna lottare per un cambiamento nelle istituzioni mondiali, senza il quale la pressione ai confini (e la virulenza del dibattito) è destinata ad aumentare e a diventare francamente una questione di politica di potenza.

Questa è la via, credo, per tagliare il nodo altrimenti insolubile o dannoso dei nostri confini. Non dobbiamo mai dimenticarci che quello che stiamo costruendo (cioè la posta di un gioco che si può anche perdere) è la creazione di una vera società della specie umana. Se la questione dei confini d’Europa si presenta contraddittoria e pressante, ciò è dovuto proprio al contraddittorio procedere dell’unificazione globale. Finché non esisterà un potere federale mondiale, quella questione avrà implicazioni forti; il giorno in cui sorgesse un tale potere, essa non potrà che ridursi scientificamente a questioni di opportunità e gestibilità amministrativa nel ripartire il globo in aree e sottoaree di governo.

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Tuoi commenti

  • su 7 marzo 2007 a 18:42, di Angelo Fazio In risposta a: Il significato attuale della questione dei confini europei

    Innanzitutto mi scuso per il ritardo con cui rispondo a questo ottimo articolo. Da circa un anno a questa parte sono membro della GFE siciliana e non sono ancora riuscito ad orientarmi su un particolare problema ideologico. Il nostro statuto sostiene che l’obiettivo immediato del movimento è quello di dotare l’Europa di un governo federale con «poteri parziali ma forti» senza aggiungere altro. Tuttavia, nella continuazione dello statuto, la dialettica si fà, a mio parere, decisamente poco chiara al riguardo di quello che è il nostro obiettivo ultimo, vale a dire la federazione mondiale. Si parla di un governo federale mondiale parziale soltanto come obiettivo intermedio. L’equivoco che ne nasce è questo: se la federazione europea dovrà avere poteri «parziali», come si fa invece a sostenere che una unificazione su scala planetaria debba essere totale? A mio parere è piuttosto ovvio che la federazione mondiale, quando ci sarà dovrà essere in grado di agire e incidere, ma è altrettanto ovvio che la futura global governance non potrà che avere poteri decisamente parziali. Poteri forti (è chiaro), ma decisamente più limitati rispetto ai già limitati poteri che il nostro statuto auspica per la futura unione politica d’Europa. Del resto i problemi del pianeta sono molto diversi e non potrà mai esserci un governo cosmopolita totale che possa decidere in merito alla enorme diversità dei problemi che si affrontano ad ogni livello del pianeta. La dimostrazione più sincera di tutto ciò avvenne nel 1948, quando venne proclamata una «dichiarazione universale dei diritti dell’uomo». Poi però il documento che dichiarava principi che volevano essere inalienabili non trovarono la ratifica nè da parte dei paesi islamici, nè da parte dei paesi del blocco dell’est, ma soprattutto tale dichiarazione ricevette il fermo biasimo anche in occidente, in particolare dall’associazione nazionale degli antropologi degli Stati Uniti d’America. Perchè tutte queste opposizioni? Perchè quei diritti altro non erano che i diritti visti in un’ottica occidentale, proiettati maldestramente in una improbabile chiave planetaria. Fatto sta che, altre dichiarazioni, come quella dell’Islam, del 1981, come quelle di Bangkok e di Tunisi, stabiliscono ognuna dei diritti che valgono come diritti inalienabili ognuna per una cultura o per un’area del pianeta. Dunque se non c’è uniformità nell’interpretare il diritto, come può esserci un super-governo globale platonico? Si pensi che il diritto è il risultato di secoli di evoluzione di ogni civiltà e non appare certo possibile uniformarlo con un tocco di penna! Quindi, piuttosto che pensare ad un improbabile diritto universale occorrerebbe immaginare un futuro sistema capace di sussumere ogni aspetto del diritto così come è interpretato legittimamaente in ogni parte del pianeta; tutto ciò in perfetta linea col principio di reciprocità stabilito da Kant, e ribadito da Heller come risposta ad Aushwitz e alle tragedie del secondo conflitto mondiale in senso lato. Ovviamente, il tutto stabilendo dei principi inalienabili valevoli per tutto il pianeta, ovvero dei criteri che contemplino il rispetto per la vita umana e condannino le barbarie. Di riflesso il federalismo globale dovrà funzionare come un sistema graduato che destini alcuni poteri a livello locale, altri alle federazioni regionali(Europa, Sud-America e via discorrendo) e laddove è necessario alla global governance. Mi pare che ciò sia in linea col principio di sussidiarietà, ma che sia anche piuttosto realistico e raealizzabile. Io mi ritengo un federalista convinto, ma anche, e soprattutto un europeista, e non posso certo fare i salti di gioia quando, troppo spesso, ho l’impressione che l’unificazione europea la si voglia solo come mero passaggio per la costruzione della federazione mondiale. Del resto si dice in molte occasioni che l’unione dell’Europa non cancellerà le identità nazionali. Ma vorrei far notare che anche l’Europa ha un’identità: abbiamo fatto una bandiera è un inno. E se le identità nazionali non si perderanno con la federazione europea, vorrei che altrettanto quella mondiale non cancelli l’identità europea. Compito dell’MFE, a mio parere dovrà essere quello di dosare bene le due componenti principali della nostra ideologia: nel nuovo ordine europeo e mondiale bisognerà dosare saggiamente la quantità della virtus europeista e quella della virtus cosmopolita, in modo che tali idee non risultino irrealizzabili e che siano rispettose di tutte le identità: le identità nazionali l’una, la nostra identità continentale l’altra. Del resto le necessità di questa epoca richiedono soluzioni che siano il più possibile realizzabili. In linea con questa mia personale riflessione non posso che trovare tranquillizzante che il segretario di una sezione GFE, sostenga la necessità di trovare dei confinio dell’Europa e per questo ringrazio l’autore di questo ottimo articolo.

    cordialmente, Angelo Fazio

  • su 9 marzo 2007 a 09:18, di Francesco Pigozzo In risposta a: Il significato attuale della questione dei confini europei

    Caro Angelo, grazie del commento e dei complimenti. Permettimi però di risponderti, perché mi pare che le nostre opinioni siano profondamente diverse. Circa lo statuto (titolo I, art.2) non ravviso incongruenze: il nostro obiettivo ultimo è la Federazione Mondiale, senza cui qualsiasi applicazione regionale del modello federale sarebbe destinata a non dare i frutti sperati. Come dimostra la storia degli USA, in un contesto di legge della forza e di sovranità esclusive non si può fare a meno di partecipare alla competizione (bellica e non) tra potenze. Perché dunque porsi la federazione europea come obiettivo intermedio? Le ragioni sono molteplici: per la sopravvivenza stessa della nostra civiltà nel contesto mondiale, certo; ma ancor di più perché l’Europa possa innescare un circolo virtuoso che riguardi il mondo intero: i federalisti sono coscienti che senza questo, la lotta per la pace sarebbe vana. Tu sollevi il problema delle differenze culturali, ostacolo ad un’unificazione mondiale. Ma: 1. il modello federale (governo «parziale») viene appunto incontro a queste differenze. 2. la astorica reificazione delle differenze culturali è secondo me nemica delle premesse profonde del federalismo. La nostra visione è progressista e non conservatrice: alla base del federalismo c’è la coscienza che la storia della specie umana può essere unitaria. In altre parole: le culture non sono incomunicanti fra loro, al contrario; la storia umana è proprio quella di un continuo scambio di risposte culturali più efficaci a medesimi problemi. 3. i federalisti sono convinti che nell’ambito di queste «risposte culturali» e dato l’attuale grado di integrazione sociale della specie, vi siano alcune invenzioni della tradizione occidentale che meglio rispondono alle nostre attuali esigenze: il prevalere della forza della legge sulla legge della forza anche a livello internazionale, certe conquiste del diritto «naturale» che tu stesso sentivi l’esigenza di universalizzare (rispetto vita umana etc.), il meccanismo democratico, l’organizzazione delle forze produttive in un mercato regolato, e via di seguito. 4. naturalmente se non si concorda sui valori (pace, libertà, giustizia sociale: in ultima analisi, un enorme sforzo di collettivizzare l’autocoscienza, l’autodeterminazione dell’uomo), il progressismo federalista può essere contestato. Ma il fatto è che nella realtà, una coerente condotta anti o a-progressista va contro le molle profonde della storia e apre la strada a tragedie. Che poi possano esistere dei falsi progressismi altrettanto tragici (vedi tutte le ideologie fondate sul livello nazionale) o dei progressismi utopistici (illusione, in ultima analisi, che l’uomo possa divenire un soggetto del tutto libero), ciò non inficia l’idea stessa di progresso. Ma il federalismo secondo me è proprio il frutto costruttivo della critica a queste due declinazioni della cultura occidentale che hanno terrorizzato il XX secolo. 5. Dunque il mio articolo non richiama affatto a una necessità di confini per l’Europa. Anzi, ritengo che la questione dei confini, per un federalista, sia una falsa questione (una questione di neonazionalismo europeo): perché dopo 60 anni senza aver fatto la federazione ma allargando la comunità si sono aperte due vie parallele; da un lato quella interna, per cui la federazione non è pensabile che nasca immediatamente a 27 (dunque, ben dentro i «confini»); dall’altro quella esterna, per cui il mondo è andato avanti e oggi la federazione mondiale non viene dopo l’Europa, ma insieme a essa (dunque, ben venga in mancanza d’altro che sia la UE a esportare i miglioramenti culturali sopra definiti; con l’esempio e con l’allargamento). Almeno nella nostra battaglia. Scusa la lunghezza ma tenevo a risponderti articolatamente. Spero di non essere stato confuso. Ciao, Francesco Pigozzo.

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