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Italia-Germania? Vinca l’Europa

, di Flavio Brugnoli

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Il dibattito sui rapporti fra Italia e Germania è di lunga data, con il suo non inevitabile corollario di pregiudizi, semplificazioni e grossolanità, da ambo le parti. Ma, al di là di effimere polemiche agostane, può essere una utile bussola per chiarire passaggi fondamentali per il futuro dell’euro e dell’Unione europea. È infatti sempre più evidente che quello cui stiamo assistendo è il prevedibile cortocircuito fra il livello di (ormai residuo) governo nazionale e il livello di (ancora debole) governo europeo.

Dibattito tedesco

Chi si è sforzato di seguire il dibattito in Germania in questi mesi, non è stupito della pluralità di indicazioni e anche dell’intensità delle divergenze che stanno emergendo. Allo stato più grande e all’economia più robusta dell’Unione si imputano, a giorni alterni, mancanza di leadership o tentazioni egemoniche. Ma in entrambi gli schieramenti politici e nelle forze economiche e sociali è ormai forte la consapevolezza che non è più possibile eludere scelte di fondo.

Il problema che viene sollevato in Germania è al cuore della costruzione europea: come dare vita a un’Unione pienamente democratica, in cui una effettiva condivisione di sovranità europea in materia economica, fiscale e anche politica avvenga con il sostegno consapevole da parte delle istituzioni e dei cittadini dei paesi membri.

Mentre aspettiamo la sentenza della Corte costituzionale federale sull’Esm e il Fiscal Compact, già approvati con maggioranza bipartisan dal Bundestag, in Germania prende corpo, a sinistra come a destra, l’ipotesi di un non meglio definito referendum che affronti alla radice il rapporto fra Legge Fondamentale tedesca (il Grundgesetz) e poteri dell’Unione europea, che potrebbe condurre all’adozione di una nuova Costituzione.

Si tratterebbe di un passaggio con enormi implicazioni per tutta l’Ue: un’opportunità per un dibattito chiarificatore sui grandi benefici che la Germania ha avuto dall’Ue e dall’euro e sul suo ruolo in un mondo globalizzato, ma con tempi lunghi e tutti i rischi dei referendum nazionali, spesso strozzati dall’agenda e dalle polemiche interne, tanto più a un anno dalle elezioni politiche, previste nel settembre-ottobre 2013.

Priorità italiane

Stupisce che in Italia alcuni politici e commentatori, nel confrontarsi con il dibattito tedesco ed europeo, ripropongano argomenti quali la difesa di un non meglio definito “interesse nazionale” o di una monolitica “sovranità nazionale” – nonostante un sessantennio d’integrazione, un ventennio di mercato unico e un decennio di moneta unica –, o addirittura astratti scenari di una catastrofica “uscita dall’euro”.

In realtà, ci muoviamo in un contesto europeo interdipendente, rafforzato dalle recenti decisioni su “semestre europeo”, “six pack” e Fiscal Compact. Il vero cantiere aperto è quello “federale”, della effettiva messa in comune della sovranità, anzitutto nell’eurozona. Mentre i partiti italiani si preparano all’appuntamento elettorale (al più tardi) nella primavera del 2013, in un quadro di incertezza sugli scenari politici futuri, due sono i temi su cui governo e Parlamento dovrebbero agire in sinergia: definire un credibile orizzonte a medio termine per l’economia italiana, che inglobi l’obiettivo (costituzionale e inter-generazionale) dell’equilibrio di bilancio in termini strutturali; giocare un ruolo attivo in tutte le sedi europee nel processo di costruzione dell’Unione “fiscale e di bilancio” e di quella politica.

Non possiamo essere spettatori passivi di fronte alle proposte che già a settembre la Commissione presenterà sull’Unione bancaria e agli sviluppi del mandato per costruire “un’autentica Unione economica e monetaria”, affidato dal Consiglio europeo del 28-29 giugno scorsi ai presidenti di Ce, Commissione, Eurogruppo e Bce. In particolare, va evitato il rischio che la dimensione dell’Unione politica sia considerata meramente residuale e che il Parlamento europeo non ne sia un soggetto chiave.

Agenda europea

In un contesto in cui, in Europa, dobbiamo compiere scelte strategiche che plasmeranno i decenni a venire, è auspicabile che su di esse si cerchi un consenso il più possibile bipartisan. A destra come a sinistra, in molti Paesi, vediamo crescere forze populistiche interessate più a distruggere la costruzione europea che a proporne riforme. Per questo è importante che le forze pro-integrazione sappiano identificare, a livello nazionale e nel Parlamento europeo, alcuni punti fermi condivisi sull’Europa di domani.

Ma non possono bastare generiche affermazioni o slogan altisonanti: si devono indicare tempi e modi, passaggi istituzionali e costituzionali. Il discrimine tra le forze politiche europee, prima ancora che fra destra e sinistra, è stato spesso fra anti-europeisti e filo-europeisti. Purtroppo, come hanno mostrato (anche) i referendum del 2005 sulla Costituzione europea, chi è “contro” può fare ricorso agli argomenti più demagogici. Chi è “pro” oggi più che mai deve argomentare con chiarezza le proprie priorità europee.

Una scadenza decisiva sarà quella delle elezioni europee del 2014. Se il Parlamento europeo vuole giocare un ruolo fattivo quale legittimo rappresentante democratico del “popolo europeo”, la campagna elettorale sarà un’occasione irripetibile per ribadire quali siano le fondamenta della nostra “comunità di destino” europea e su quali scelte economiche e politiche possiamo confrontarci e anche dividerci.

La richiesta, avanzata da più parti, di un mandato costituente al Parlamento europeo che uscirà dalle urne del 2014 – o di una Convenzione costituente, che coinvolga una pluralità di soggetti europei e nazionali – è sia un obiettivo degno di essere perseguito sia un impegno che deve obbligare tutte le forze politiche a mettere in chiaro quale Unione economica e politica vogliono costruire.

I governi, i parlamenti e le forze politiche e sociali di Italia e Germania – di concerto con la Francia – hanno di fronte una grande opportunità per un confronto franco e aperto sul nostro comune futuro in un’Unione federale, anzitutto a beneficio delle nuove generazioni di europei.

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Questo articolo è inizialmente stato pubblicato su AffarInternazionali

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