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La Germania e il futuro dell’Europa

, di Simone Vannuccini

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Per favore, lasciate in pace la Germania. Tradotto: sarebbe più opportuno mettersi alla ricerca di un vero “Hamilton europeo”, come richiesto da più parti, piuttosto che di un capro espiatorio per tutte le ferite subite dalla crisi, ferite generate non dal comportamento di un singolo Paese, ma dall’incapacità collettiva di prendere scelte politiche radicali.

Gli ultimi mesi sono stati segnati dal silenzioso ma costante riemergere di sentimenti di ostilità verso la Germania, grande inquisitrice dei bilanci pubblici, paladina – seppur con violazioni del patto di stabilità fresche nel curriculum – dell’integrità e della disciplina fiscale. Si è parlato di nuova egemonia tedesca, di crisi della democrazia. Ebbene, se da una parte è vero che la democrazia rappresentativa – nazionale si badi bene – vive forse la sua crisi più profonda, dall’altra le cause di questa sofferenza non sono state analizzate a sufficienza. Non è la voglia di dominio di un qualche “podestà straniero” a mettere in crisi la legittimità delle decisioni di parlamenti e governi; è la loro inconsistenza strutturale, la loro incapacità di risolvere problemi ben più estesi di confini nazionali. Si crea perciò un corto-circuito: se la democrazia resta nazionale, non è democrazia, perché sopraffatta da altri e nuovi meccanismi decisionali; nel frattempo le decisioni devono comunque essere prese, pena la distruzione di tutte le quelle condizioni (redditi, occupazioni, welfare) su cui la democrazia contemporanea si è costruita nei decenni.

Come hanno sostenuto in più occasioni sia Angela Merkel che Wolfgang Schaeuble, l’interesse dei tedeschi non sta nell’imporre la propria visione sull’Europa, ma nel garantire la sopravvivenza nel lungo periodo della costruzione comunitaria, una costruzione che porta notevoli vantaggi, in primo luogo, proprio allo locomotiva tedesca. Se spostiamo il nostro punto di vista e guardiamo alle deficienze della democrazia europea, piuttosto che ai vizi di quella nazionale, non possiamo che sottoscrivere la posizione del governo polacco, secondo il quale per l’Europa l’inattività della Germania è da temere molto di più della sua presenza attiva. C’è un deficit da colmare, quello della costruzione dell’Unione politica e democratica europea che si affianchi all’Unione monetaria e che risolva le contraddizioni che si moltiplicano nel Vecchio continente.

Considerato che il gioco della politica europea, fatto prevalentemente di cooperazione intergovernativa intervallata da qualche sprazzo di costruzione sovranazionale, non può escludere un ruolo prepotente dell’azzardo morale e del free-riding fra i Paesi membri, sembra quasi naturale la strada seguita finora, quella di dare sostanza formale alla necessità di disciplina economica attraverso il Fiscal compact. Insomma, per i tedeschi bisognava prima di tutto rimettere i buoi davanti al carro. Soltanto dopo – almeno in teoria – le condizioni sarebbero state tali da permettere un dibattito su bonds comunitari e riforme istituzionali.

Peccato che il Fiscal compact sia insufficiente sia nel metodo che nei contenuti: nessun nuovo potere, limitato coinvolgimento delle istituzioni di Bruxelles, nessun aumento del bilancio comunitario, nessuna previsione rispetto a modi e tempi per il rilancio del processo costituente europeo. Eppure qualcosa si è già mosso, la bicicletta europea di cui parlava Delors continua a procedere, almeno nell’evoluzione delle idee: Angela Merkel ha parlato pubblicamente della sua idea di Unione, delineando un sistema sostanzialmente federale dove la Commissione agisce come un governo ed il Parlamento ha poteri effettivi. Lo stesso vale per il ministro degli esteri Guido Westerwelle, che ha convocato una cena-seminario lo scorso venti marzo – conclusasi con l’istituzione del c.d. “Club di Berlino”, con l’obiettivo di discutere gli eventuali spazi aperti per una nuova iniziativa costituzionale europea. L’iniziativa del Movimento europeo tedesco ed italiano, con un appello italo-tedesco firmato da importanti personalità, pubblicato su Die Welt e sul Corriere della Sera e dedicato ad indicare la strada da intraprendere per ripartire con l’unificazione politica, è un altro esempio.

Nel frattempo, pare che la tempesta finanziaria si sia placata, almeno per il momento. È quindi l’occasione giusta per fare un bel respiro e dedicarsi a riflessioni di alto livello, per allenare la “veduta corta” alla lungimiranza politica. L’emergenza non è finita, se è vero che l’andamento dei rendimenti dei bond portoghesi ricalca quello dei titoli greci di qualche mese fa e che la stessa Grecia, nonostante la più importante operazione di ristrutturazione del debito mai vista, non è affatto fuori pericolo. Aggiungiamo il nodo delle elezioni francesi, sulle quali si è scatenato il dibattito riguardo il reale o meno endorsement tedesco a Sarkozy e l’ostilità verso Hollande, ma che in realtà porta con se il tema molto più profondo del posizionamento francese in Europa e degli equilibri politici fra i Paesi più importanti, e diventa evidente come la situazione europea rimanga il focolaio di rischi di disgregazione economica e politica più pericoloso sul pianeta.

Serve un Hamilton, dicevamo, e non un capro espiatorio. Serve unire, e non dividere. Serve un’iniziativa. La Germania può aver sbagliato strategia politica, ha messo a repentaglio la solidarietà comunitaria e forse ha dimostrato poco coraggio, ma sta avendo la forza di trainare da sola un intero continente fuori dalla crisi. Una doppia responsabilità, dunque: quella degli orrori storici, e quella di evitare orrori futuri. Se le parole sono veramente importanti, il fatto che qualche commentatore torni ad evocare la possibilità di conflitto fra gli europei non può che lasciare su coloro che combattono per un’Europa libera ed unita un profondo senso di inquietudine. La pace in Europa è una conquista della ragione, che va protetta e coltivata. E c’è un unico modo per farlo: costruire insieme gli Stati Uniti d’Europa.

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P.S.

Fonte immagine: Flickr

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