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La Siria e il futuro del Medio Oriente (Parte I)

, di Alfonso Sabatino

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Immagine: Middle East at Night (NASA, International Space Station, 06/04/12)

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  • Membro del Comitato Centrale del MFE, Secretary General of the Regional Federation of AICCRE in Piedmont and Former Director at FIAT SpA in Turin

La guerra civile in corso da 19 mesi in Siria, con un tragico bilancio di vittime e di devastazioni, è solo in minima parte espressione di un conflitto interno. In realtà, la rimozione del regime di Bashar al-Assad entra in un gioco più ampio che ruota intorno al futuro del Medio Oriente (MO). La posta in gioco primaria dello scontro in Siria è l’isolamento dell’Iran, la capitolazione del regime degli Ayatollah, la rottura di ciò che viene definito l’«asse sciita» formato da Iran, Siria, Hezbollah (Libano) [1] e dall’ambiguo governo al-Maliki nell’Iraq del post Saddam Hussein.

Il disegno è quello di favorire l’affermazione di regimi demo-islamici filoccidentali per mettere in sicurezza, in presenza del declino egemonico degli Stati Uniti d’America [2], il futuro controllo della produzione di idrocarburi nel MO, regione che possiede oltre il 50% delle riserve mondiali. La posta in gioco derivata riguarda Israele e i suoi rapporti futuri con il mondo arabo. Le tentazioni che agitano l’attuale governo di Tel Aviv di bombardare gli impianti di arricchimento dell’uranio che potrebbero dotare Teheran dell’arma nucleare, non sono condivise dalla presidenza Obama [3]. Un tale atto di forza potrebbe scatenare reazioni incontrollabili nel mondo arabo, mettere in discussione drammatica l’esistenza di Israele e rovinare qualsiasi prospettiva di pace con i palestinesi. Pertanto, la guerra civile in Siria non costituisce una pagina della “primavera araba”, potendo essere iscritta invece nella fase successiva, quella rivolta a riprendere il controllo internazionale degli assetti messi in discussione dal crollo dei regimi autoritari e corrotti del Cairo, di Tunisi, di Tripoli. È chiaro che la Siria, da questo punto di vista, è il teatro di un gioco troppo grande e pericoloso.

Da questo punto di vista, gli attori esterni della rischiosissima partita siriana sono innanzitutto regionali ma quelli decisivi si collocano nella sfera dei rapporti mondiali. Infatti, intorno allo scontro in atto tra il regime di Damasco e gli insorti, troviamo schierati in un primo cerchio di potenze regionali: la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar contrapposti all’Iran, con il nuovo Egitto del Presidente Muhammad Morsi come aspirante mediatore e stabilizzatore. Dietro lo schieramento regionale, abbiamo un secondo e più decisivo livello di grandi attori internazionali: i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i loro interessi e le loro divisioni; Stati Uniti d’America, con Regno Unito e Francia nel ruolo di caudatari, da un lato, Cina e soprattutto Russia, dall’altro lato. La Russia ha interesse a mantenere nella Siria un alleato che le consenta di avere una base navale nel Mediterraneo, nel porto di Tartus, e di potere intervenire nelle questioni mediorientali a sud dell’area critica del Caucaso (estrazione di idrocarburi nel Caspio meridionale, estrazioni in Mesopotamia e nella penisola arabica, pipelines anche russe che attraversano la Turchia). La Cina ha interesse ad avere libero accesso agli idrocarburi dell’area per i fabbisogni della sua crescita e a tenere impegnati gli Stati Uniti sul teatro mediorientale affinché non spostino il peso del loro impegno militare in Estremo Oriente.

A fronte del perdurare del conflitto, alcuni commentatori politici iniziano a riconoscere che sia stata sottovalutata la capacità di tenuta dell’attuale regime siriano. Le ragioni si trovano nelle vicende politiche del paese dalla fine dell’Impero Ottomano, segnate da una fiera rivendicazione di indipendenza, e nel saldo compromesso di potere degli Assad. Va aggiunto che la Siria ottomana era una delle migliori province dell’Impero, esprimeva una classe dirigente e comprendeva la Palestina, il Libano e l’attuale provincia turca di Hatay (Antiochia).

Negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso la Siria visse sotto mandato francese della Società delle Nazioni (SdN) in uno stato di continua rivolta contro l’occupante e di lotte intestine, in parte probabilmente istigate da Parigi, tra i gruppi etnico-religiosi (arabi, armeni, curdi, drusi principalmente, a loro volta divisi tra musulmani sunniti e musulmani alauiti, tra cristiani cattolici e greco ortodossi di differenti osservanze e riti). Il mandato francese derivava da un accordo segreto franco-britannico del 1916. Non a caso, l’Accordo anglo-francese Sykes-Picot, stipulato all’insaputa degli arabi in lotta e con il beneplacito della Russia zarista, prevedeva una divisione dell’area mediorientale che lasciava all’influenza francese la parte nord della provincia ottomana della Siria, secondo una linea diagonale che muoveva dagli attuali confini meridionali del Libano fino alla provincia kurdo-irachena di Mosul, e riservava sotto influenza britannica tutto ciò che si trovava a sud della stessa. In altre parole, la Palestina, la Giordania, Baghdad e Bassora e, in particolare, la sponda orientale della Penisola Arabica che si affaccia sul Golfo Persico dove ancora oggi vi sono i più importanti giacimenti di idrocarburi. Inoltre, siccome Londra aveva individuato la presenza del petrolio a Kirkuk, nella provincia di Mosul, Parigi fu convinta a cedere all’Iraq ciò che oggi è il Kurdistan iracheno. I francesi affermarono con le armi la loro presenza in Siria nel 1920, repressero poi pesantemente la rivolta del 1925, sconfitta definitivamente solo nel 1927, con l’intervento di truppe senegalesi e marocchine e l’appoggio interno degli alauiti che fornirono i quadri dell’esercito e delle forze di sicurezza dell’amministrazione sotto mandato. Ancora nel maggio 1945 i francesi bombardarono per 36 ore Damasco al fine di arrestare le manifestazioni per l’indipendenza che ebbero poi luogo nel 1946. Durante il mandato della SdN, Parigi progettò la divisione della Siria secondo criteri etnico-religiosi e il primo passo fu la creazione della Repubblica libanese, all’epoca a maggioranza cristiano-maronita. Il secondo fu l’autonomia del Sangiaccato di Alexandretta (Antiochia), ceduto poi alla Turchia nel 1939 per evitare che Ankara coltivasse simpatie per la Germania nazista. Ciò sollevò vive proteste ad Aleppo e Damasco.

L’instabilità continuò dopo l’indipendenza fino alla presa del potere nel 1970 da parte del generale Hafiz al-Assad, alauita ma soprattutto esponente del Ba’th, partito laico, di ispirazione socialista e panarabo [4]. Hafiz al-Assad stabilizzò il paese, al prezzo dell’instaurazione di un rigido Stato di polizia, grazie al patto di convivenza fra tutti i gruppi etnico-religiosi. Il patto ovviamente coinvolse anche i clan della maggioranza sunnita del paese (60% della popolazione) che esprimevano la proprietà terriera e i ceti imprenditoriali, commerciali e professionali delle grandi città. Se gli alauiti controllano, ancora oggi, l’esercito e i servizi di sicurezza, ai sunniti spetta il governo dell’economia e l’amministrazione civile. La linea panaraba, inoltre, ha sempre costituito una costante nella politica estera della Siria. Di conseguenza Damasco prese parte alla guerra arabo-israeliana del 1948, alla guerra dei sei giorni del 1967, e alla guerra dello Yom Kippur del 1973, uscendone sempre sconfitta e con la conseguente occupazione da parte di Israele delle alture del Golan dal 1967. Dati i condizionamenti dell’equilibrio bipolare, la Siria entrò nella sfera di influenza sovietica dopo la breve parentesi dell’esperienza della Repubblica araba unita (RAU) con l’Egitto di Gamal Abdel Nasser (1958-61).

A seguito del crollo dell’URSS la Siria cercò il sostegno regionale dell’Iran e dopo la morte di Hafiz nel 2000, con la successione del figlio Bashar, il paese stabilì rapporti stretti anche con la Turchia demo-islamica dell’AKP si, aprì ai suoi investimenti diretti e cercò di stabilire rapporti commerciali con l’UE. Il governo Erdogan si adoperò per un breve periodo per ricomporre i dissidi tra Damasco e Tel Aviv per la questione del Golan. La mediazione si interruppe dopo l’operazione “Piombo fuso” di Israele contro la striscia di Gaza del dicembre 2008 - gennaio 2009.

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P.S.

1. Questo articolo è stato inizialmente pubblicato sulla rivista PiemotEuropa

2. Fonte immagine Flickr: Middle East at Night (NASA, International Space Station, 06/04/12)

Note

[1Anche Hamas, espressione della Fratellanza Musulmana, che controlla la striscia di Gaza, faceva parte dell’”asse”, ma doponl’inizio della guerra civile in Siria ha trasferito il proprio Ufficio politico da Damasco a Doha (Qatar).

[2Il disegno è in linea con i contenuti del discorso al Cairo del Presidente Barack Obama del settembre 2009.

[3L’allarme sollevato da Israele sulla costruzione dell’atomica iraniana poggia sul fatto tecnico che il livello di arricchimento dell’uranio a fini pacifici rimane molto prossimo a quello necessario per la costruzione della bomba.

[4Il Partito Ba’th Arabo Socialista fu fondato nel 1947 dall’alauita al-Arsuzi, dal cristiano ortodosso Aflaq e dal musulmano sunnita al-Bitar. Era sunnita anche Akram el-Hurani che più tardi raggiunse il gruppo apportando l’aggiunta dell’aggettivo “socialista”. In arabo Ba’th significa rinascita o resurrezione e i fondatori del partito si impegnarono su una linea di nazionalismo, pan-arabismo, anti-imperialismo e socialismo. Il Ba’th iracheno fu poi una filiazione di quello siriano.

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