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Le città gemelle: way to Federation

, di Marco Giacinto

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Il titolo ricorda un poco un libro di Italo Calvino. E invece il riferimento è ad un articolo di “Monocle”, reperibile su “Internazionale” del 24 agosto (numero 963): La sfida delle città gemelle, di Michael Booth. Lo segnalo molto volentieri, per motivi che risulteranno più che evidenti.

Focus dell’articolo è il piano ventennale congiunto, oggi più che mai operante, realizzato da due città scandinave: Copenhagen e Malmö. Grazie alle politiche delle rispettive amministrazioni, la capitale danese e la terza città svedese, separate dallo Stretto di Øresund e da una frontiera nazionale, appaiono oggi come un’unica area metropolitana. Dal 2000, i due centri urbani sono collegati da un ponte, “capolavoro di ingegneria della regione”, il quale garantisce il collegamento stradale e ferroviario (in poco più di mezz’ora) e rende possibile lo spostamento bilaterale di 20 mila pendolari al giorno.

Secondo l’articolo di Booth, che presenta la testimonianza di differenti voci danesi e svedesi, diverse sono le opportunità (lavorative e abitative) che cittadini dei due Stati possono trovare nei due centri amministrativi della conurbazione: alle maggiori possibilità di impiego di Copenhagen, piccola ma significativa capitale europea, farebbero da contraltare gli affitti più bassi di Malmö. Inoltre, approcci lavorativi variegati, che il senso comune attribuisce più ad una nazionalità rispetto ad un’altra, sarebbero apprezzati in situazioni ed ambienti lavorativi differenti.

Per rafforzare uno scambio di capitale umano già attivo e prolifico, Booth riferisce che i due centri amministrativi hanno sviluppato un sistema bibliotecario pubblico comune ed una gestione sinergica dell’istruzione: otto università sono il pregevole portato culturale della regione di Copenhagen-Malmö, la quale figura come quinta area di ricerca scientifica dell’Europa. Da un punto di vista visivo e architetturale, il successo della comune gestione socio-economica della regione transnazionale intorno allo Stretto è simboleggiato, oltre che dal ponte di Øresund e dal sistema di comunicazioni, anche da un porto congiuntamente amministrato, per metà di proprietà danese e per metà svedese, efficiente, efficace e brulicante di traffici e scambi.

Il pregio dell’articolo di Booth è di riconoscere magistralmente il vantaggio di tale politica regionale danese-svedese: “Questa alleanza urbana segna il trionfo del regionalismo sulle frontiere nazionali”, scrive il giornalista. Il quale lascia poi la parola alle rispettive amministrazioni pubbliche dei due centri co-urbanizzati: mentre il sindaco di Malmö avverte, orgoglioso, che i cittadini di ambo le parti “non devono avere la sensazione che esista una frontiera”, il suo omologo danese afferma con parole diverse lo stesso concetto, esprimendo la volontà congiunta di “accelerare l’integrazione, perciò lavoriamo con i nostri colleghi svedesi per ridurre gli ostacoli legati alla frontiera”. Per quanto entrambi sottolineino il guadagno bilaterale, frutto di questo connubio, il caso svedese è forse quello più significativo: mentre la città capitale della Svezia, Stoccolma, è a 650 chilometri di distanza, Copenhagen è appena oltre lo Stretto e può rappresentare un interlocutore e un partner commerciale più appetibile.

In un’ottica europeista, non si possono accogliere le libere iniziative di città e regioni transnazionali se non con autentico entusiasmo. La trans-frontalieralità (bruttissimo gioco di parole per un concetto splendido) è incentivata e garantita dall’Europa unita in primo luogo con l’istituto delle euroregioni: esse sono oggi sessantaquattro, riconosciute dall’Unione europea come interlocutrici politiche ed economicamente supportate da essa.

Naturalmente, con l’euroregione stiamo facendo riferimento ad un ambito geopolitico ben più esteso rispetto a quello della conurbazione di Copenhagen-Malmö. La sostanza è tuttavia la medesima: l’ambito europeo, lungi dall’essere “Leviatano”, guarda con interesse proprio il mediamente e il massimamente piccolo e lo supporta: specialmente se esso ha la fortuna storica di rappresentare una marca di confine, di qualunque genere. Le aree trans-frontaliere che si associano sono anzi una straordinaria risorsa per chi vuole unire l’Europa: procurano spostamenti di capitale, di tecnologie e di risorse umane, creano melting-pot tra identità che si incontrano e si riconoscono. Fanno gli europei.

Di fronte a queste realtà, ci si rende conto che il federalismo multi-livello è lo strumento tecnico immediato, ma altrettanto e forse più efficace è il lento lavorio di milioni di europei. Principale auspicio è che il progetto di co-urbanizzazione descritto da Michael Booth nel suo articolo trovi nell’Unione europea (e nella futura Federazione) un interlocutore politico ed economico, al pari di altre regioni già istituzionalizzate. Infine, numerose sono le aree urbane europee a cavallo delle varie frontiere nazionali: c’è ancora tanto spazio e tanto tempo per giocare a Sim City con l’Europa.

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P.S.

Fonte immagine Flickr

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