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Leggendo Amartya Sen

, di Francesco Pigozzo

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  • Segretario della Gioventù Federalista Europea - Toscana, GFE Coordinator for the celebrations of the 60th anniversary of the Schuman Declaration.

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Ormai quattro anni fa, di fronte al pantano del secondo dopoguerra iracheno in cui si era inaspettatamente trovata la coalizione anglo-americana, la casa editrice Mondadori decideva di raccogliere in un volumetto due contributi del noto premio Nobel per l’economia Amartya Sen. Il titolo è La democrazia degli altri. Perché la libertà non è un’invenzione dell’Occidente. Vorrei qui brevemente dire quali sono, a mio parere, i meriti e quali i limiti delle riflessioni di Sen sull’argomento.

I meriti consistono nello scopo stesso del libro: relativizzare il concetto di democrazia. Sen vi riesce in due modi: da una parte in senso definitorio, perché democrazia non è tanto un metodo di consultazione elettorale, bensì discussione pubblica ossia «partecipazione popolare alla discussione dei problemi di governo» (p. 10), con tutte le implicazioni politiche e giuridiche che ciò significa. Dall’altra parte, una volta chiarito questo significato profondo della democrazia, Sen può mostrare con grande efficacia la relatività storico-culturale del concetto: dall’Africa all’India, dalla Cina al mondo arabo, non c’è cultura che non possa trovare nella propria tradizione le radici interne e i lontani tentativi di applicazione del sistema «democratico».

Ha perfettamente ragione Sen, quando vede con preoccupazione che in Occidente le sedicenti forze progressiste, nell’opporsi al metodo dell’esportazione bellica della democrazia, si sono spesso basate sulle remore a diffondere il metodo democratico a culture e paesi in cui sarebbe del tutto estraneo. Il loro timore di “imporre il proprio modello” ad altre culture, rileva Sen, cela in realtà il peggior razzismo, perché implicitamente etichetta come “originale ed esclusiva” l’invenzione di quel modello.

Rispetto a questi temi, tuttavia, secondo me Sen avrebbe potuto e dovuto fare due passi ulteriori. Il primo sarebbe stato affermare con maggiore chiarezza il fatto che la reificazione delle identità culturali è anch’essa un dato storico e transitorio. Soprattutto oggi, ciò è divenuto evidente, perché il livello di integrazione della vita sociale spontanea a livello globale rende ormai concepibile una storia dell’umanità davvero unitaria. Secondo questa prospettiva, le diverse soluzioni culturali date ai problemi tecnici e sociali costanti nella storia delle diverse comunità umane, sono patrimonio della specie tutta; e quanto alla loro applicabilità, quelle soluzioni vanno soggette a una selezione che deve premiare le più utili (fatta salva la memoria condivisa e conservata di tutti i tentativi e le declinazioni locali). Per quanto ad ogni invenzione umana sentiamo il bisogno di associare un nome più o meno mitico, nessuno di noi si sognerebbe di pensare che ne spetti all’inventore l’usufrutto esclusivo... Se è utile, ce ne appropriamo. Ed è chiaro che nel bilancio della nostra storia, quello che per un paio di secoli si è chiamato l’Occidente industrializzato non ha il monopolio delle invenzioni utili!

Il secondo passo mancato di Sen, ha un’importanza ancora maggiore, perché riguarda il modo in cui la democrazia, «valore universale» come egli efficacemente dimostra, riuscirebbe a realizzarsi a livello mondiale. Ciò si può ad esempio notare quando l’economista tratta l’esempio positivo della democrazia più grande e povera che si conosca: l’India. Essa, proprio per le sue contraddizioni, è giustamente additata come controprova che smentisce ogni associazione tra autoritarismo e condizioni favorevoli allo sviluppo dei paesi emergenti. Quello che Sen non coglie e che costituisce un limite del suo pensiero di liberale, tuttavia, è che se la democrazia ha potuto reggere su un così vasto e variegato territorio, ciò si deve ad una sua precisa declinazione: quella federale. È l’ordinamento federale la chiave della forza di quello stato continentale, così come lo è degli Stati Uniti. Ed è solo nel senso federale, dove non solo i cittadini ma anche le entità statuali sono soggette ai diritti e doveri del dibattito pubblico, che si può realizzare la democrazia mondiale.

Se non si coglie questa peculiarità, il rischio è di ricadere nell’errore dei liberali europei ottocenteschi, per i quali un mondo di stati sovrani, ma democratici, sarebbe stato un mondo in cui la libertà e la pace si sarebbero senz’altro affermate. Sessant’anni dopo la critica serrata che sul piano europeo Spinelli mosse a questa opinione, rimane del tutto attuale e ormai mondializzata la medesima questione: il rapporto tra pace e libertà è l’inverso di ciò che la tradizione liberale si ostina a pensare; la lotta in favore della democrazia, del pluralismo e delle libertà politiche per tutti, non può che coincidere con la lotta per il superamento delle identità esclusive e quindi delle entità statuali sovrane “assolute”.

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P.S.

Immagine: Amartya Sen. Fonte: Flickr

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