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Lettera aperta in vista del 60° anniversario della Dichiarazione Schuman

, di Francesco Pigozzo

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  • Segretario della Gioventù Federalista Europea - Toscana, GFE Coordinator for the celebrations of the 60th anniversary of the Schuman Declaration.

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Il 9 maggio 2010 cadrà il 60° anniversario della Dichiarazione Schuman da cui nacque la Comunità europea. È un fatto che ha cambiato il nostro destino. Troppo pochi lo ricordano e troppo pochi ricordano il senso ancora attuale di quel fatto.

Nella miseria del dopoguerra, tutti i Paesi europei a Ovest della Cortina di Ferro volevano che la ricostruzione sulle macerie della seconda guerra civile europea avvenisse nell’unità e non in quella divisione che aveva causato la tragedia. Ma, tra i sedici Paesi protetti dagli Stati Uniti e raccolti nel Consiglio d’Europa, la maggioranza, guidata dal Regno Unito, concepiva l’unità come semplice cooperazione tra Stati indipendenti e sovrani: un’alleanza per sua natura fragile, debole e precaria, anche perché escludeva la Germania.

Jean Monnet, al contrario, pensava che occorresse aprire un capitolo nuovo nella storia europea e che, sulla base della riconciliazione franco-tedesca, si dovessero creare istituzioni comuni ponendo le basi di un nuovo Stato destinato non a cancellare le nazioni, ma a disarmarle sottoponendole a un potere democratico, con competenze limitate ma effettive in grado di consentire agli Europei di parlare con una sola voce nel mondo: la Federazione europea. Monnet propose così di fondare la Comunità e Schuman, il ministro degli Esteri francese, aderì con il consenso della Germania di Adenauer, dell’Italia di De Gasperi e dei tre Paesi del Benelux. La porta restava aperta agli altri Paesi membri del Consiglio d’Europa che avessero prima o poi deciso di contribuire alla costruzione della Federazione europea.

"Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei. La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”; e ancora: “Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace” (Dichiarazione “Schuman”, 9 maggio 1950).

La Comunità ha compiuto grandi passi, sino alla moneta unica. Ma non ha raggiunto l’obiettivo - sempre più urgente - di fondare una vera e propria Federazione. Questo obiettivo, al contrario, è oggi apertamente sabotato: il lungo cantiere istituzionale che ha condotto all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1 dicembre 2009) si è caratterizzato per l’insuccesso di tutto ciò che potesse richiamare la prospettiva federale inscritta nella Dichiarazione del 9 maggio 1950, nonché per il rifiuto di riconoscere una simbologia propria dell’Unione (bandiera, inno, il termine stesso di “Costituzione”).

Eppure la stessa Unione Europea dimostra di funzionare laddove il metodo federale è riuscito ad imporsi, mentre si dimostra lontana dai suoi cittadini negli altri casi: basti pensare da una parte al ruolo difensivo che l’Euro ha giocato nella crisi finanziaria mondiale e dall’altra alla pericolosissima paralisi di fronte ai problemi di natura economica, fiscale e creditizia che la recessione globale ha fatto venire a galla. Si pensi anche all’indecorosa inefficacia degli europei al vertice sul clima di Copenhaghen, che pure ospitavano e cui si erano presentati con una posizione comune. Il fatto è che né la zona Euro né l’Unione sono una Federazione!

Non esiste un governo federale europeo dotato di adeguate risorse proprie, democraticamente legittimato e responsabile di fronte ai suoi cittadini, capace di attuare una politica economica e di far beneficiare i cittadini delle enormi potenzialità di sviluppo, e non solo di difesa, insite nella moneta unica europea. L’Europa non può inoltre parlare da pari a pari con gli altri Stati del mondo: nemmeno quando i 27 trovano un accordo. Non esiste un seggio unico di una Federazione europea all’ONU, una rappresentanza unica in tutti i consessi internazionali; non esiste insomma una politica estera, di sicurezza e di difesa unica, che garantirebbe al contempo risparmio di risorse pubbliche e incremento notevole di efficacia per i cittadini.

Per questo, il Trattato di Lisbona non può essere considerato il punto di arrivo del processo d’integrazione. Mentre l’Europa prende tempo, i problemi del mondo corrono e si allontanano sempre più dalla portata degli europei, con danno per gli europei e per il mondo stesso. Dobbiamo tornare all’ispirazione della Dichiarazione Schuman, con la quale Francia e Germania rivitalizzarono l’idea della pacificazione europea dando vita a un’iniziativa aperta a tutti ma decisa a superare l’immobilismo del Consiglio d’Europa.

Di fronte ai primi scacchi della nuova UE di Lisbona, si va diffondendo anche oggi la consapevolezza che sfruttando le possibilità e contraddizioni del Trattato, un gruppo di stati possa dare vita ad un’avanguardia, fuori o dentro i trattati, aperta a chiunque condivida il progetto politico della Federazione Europea. È quella la via per rivitalizzare anche oggi l’idea dell’Europa, attore mancante ma essenziale per la realizzazione della pace, della libertà, della giustizia sociale e di un sistema ecologicamente orientato in un mondo sempre più interdipendente. L’Italia può e deve giocare un ruolo attivo lungo questa strada.

Per completare il processo verso una reale democrazia europea e superare, quindi, la natura intergovernativa dell’UE si rende necessario il coinvolgimento popolare che deve poter trovare espressione tramite forme costituenti e di ratifica realmente democratiche e non più esclusivamente strutturate secondo le appartenenze nazionali. Perciò i cittadini europei e i loro rappresentanti, ad ogni livello territoriale e in ogni ambito del sistema economico sociale e culturale, sono chiamati a far sentire la loro voce in ogni sede e con ogni interlocutore politico esistente (Parlamenti nazionali ed europeo, Governi nazionali, partiti) per chiedere che le loro rivendicazioni, i loro problemi, le loro proposte per un mondo migliore trovino recepimento anche in un vero governo federale europeo, organo esecutivo di una democratica entità statuale sovranazionale aperta a tutti i paesi europei: la Federazione europea.

Vedi on line : La Celebrazione del 9 maggio sul sito della Gioventù Federalista Europea

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P.S.

Francesco Pigozzo è coordinatore GFE per le celebrazioni del 60° anniversario della Dichiarazione Schuman.

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