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Dopo il Consiglio europeo

Luci ed ombre sull’Europa

In un’intervista per Eurobull Giuliano Amato fa il punto della situazione

, di Eva Heidbreder, Samuele Pii

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Per uscire dalle secche costituzionali, nel Consiglio europeo del 21-22 giugno scorso i capi di Stato e di governo hanno concordato di assegnare un mandato ad una successiva Conferenza intergovernativa (CIG) che dovrebbe concludersi entro la fine del 2007. Abbiamo intervistato Giuliano Amato, tra i principali autori del Trattato costituzionale in qualità di vice-presidente della Convenzione europea in funzione dal febbraio 2002 al luglio 2003.

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Dopo il rifiuto del trattato costituzionale tramite i referendum francese ed olandese nel 2005, l’Unione europea è entrata in una fase di riflessione. Nell’autunno 2006, Giuliano Amato ha promosso l’Action Committee for European Democracy (ACED) riunendo 16 personalità politiche, con l’obbiettivo di aiutare la presidenza tedesca (e quelle successive) nel trovare la via d’uscita alla crisi. L’ACED ha sviluppato un lavoro articolato nell’individuare un nuovo e consolidato progetto di trattato. Quanto è stato riconosciuto, nei mesi precedenti, come “la sostanza del trattato costituzionale” da salvare, è inserito nel mandato che convoca la CIG per elaborare un “Trattato di riforma” che includa le innovazioni del trattato costituzionale – ad eccezione di quelle parti esplicitamente menzionate ed accordate principalmente alla Gran Bretagna (Carta dei diritti fondamentali) e alla Polonia (sistema di voto). Il documento finale avrà la forma di una tradizionale revisione di un trattato, emendando l’attuale quadro dei trattati e dei protocolli, aggiungendo nuovi adattamenti. In base al rigido mandato di giugno la presidenza portoghese ha assunto il compito di completare la CIG nel più breve tempo possibile permettendo di concludere il processo di ratifica prima delle prossime elezioni europee.

Presidente, un commento sull’esito del Consiglio europeo: luci od ombre, i risultati del mandato alla CIG?

Sì, sono luci ed ombre. Cominciamo dalla forma. La forma è di sicuro peggiore di quella del trattato costituzionale, e di tante proposte che erano state fatte. Risponde allo scopo di mantenersi distanti dal testo di carattere costituzionale. Scopo legittimamente condiviso dai primi ministri per evitare il no del referendum, ma per questa ragione hanno ritenuto di seguire la tecnica dell’emendare articolo per articolo i trattati esistenti piuttosto che elaborare un nuovo trattato. Questo produce nell’insieme una forma molto meno limpida e molto meno leggibile. Può darsi che poi alla fine il testo finisca per essere migliore di quanto ora non sembri, perché ne uscirà un trattato dell’Unione largamente riscritto e un trattato della Comunità che ospiterà le modifiche più tecniche, più la Carta dei diritti.

la forma del nuovo trattato è di sicuro peggiore di quella del trattato costituzionale...

Se si guarda alla sostanza e non alla forma, le perdite secche rispetto al trattato costituzionale sono relativamente limitate, nel senso che la larghissima maggioranza dei contenuti innovativi, che erano stati trovati utili, non ne faccio una ragione di numero, ma proprio di merito, risultano in realtà approvati o non contestati. Le perdite sono: 1) il primato del diritto comunitario rimane come principio giuridico, ma sparisce come enunciazione nel trattato; 2) la concorrenza scompare dall’articolo sugli obiettivi e viene ripescata attraverso un protocollo, ma c’è comunque negli articoli base sulle intese illegittime, gli abusi di posizione dominante e quant’altro; 3) non c’è la nuova nomenclatura degli atti, a cui io tenevo, i regolamenti da chiamare leggi, le direttive da chiamare leggi quadro, molto tuttavia è rimasto. Però quello che rende inquieti non è né la forma né la sostanza, ma il contesto. Il contesto è costituito da un insieme di dichiarazioni ora unilaterali ora di tutti e di protocolli che sono puntigliosamente rivolti a mettere decine di puntini su decine di i, il cui significato complessivo è: non c’è nulla di tutto quello che stiamo facendo che intenda in realtà allargare le competenze dell’Unione, non c’è nulla che stiamo facendo da cui si possa desumere una riduzione delle prerogative degli Stati. In parte queste sono anche bugie, ma sono bugie che chiaramente essi hanno ritenuto necessarie per rivolgersi ad opinioni pubbliche alle quali non offrono più il più possibile di Europa, ma il meno possibile di Europa.

...se si guarda alla sostanza le perdite sono relativamente limitate

Lei pensa che questo contesto mostri un cambiamento nella filosofia “del fare l’Europa insieme”?

In parte penso di sì. Questa era una posizione fino ad ora prevalentemente, se non esclusivamente, britannica con qualcun altro fra i vicini della Gran Bretagna. Ora con i paesi dell’Est europeo che hanno un ritorno del sentimento nazionale dopo anni di sovranità limitata, e ciò è anche comprensibile che accada, e che si uniscono al vento britannico, si determina nell’insieme europeo un rafforzamento della posizione intergovernativa.

In qualche Stato membro sarà necessario un referendum per ratificare il nuovo testo?

con i paesi dell’Est europeo si rafforzano le posizioni intergovernative

Sì, sarà necessario. In Irlanda per una interpretazione ormai acquisita della loro costituzione penso che verrà ritenuto necessario ed in Danimarca, lo sappiamo, a meno che non vi sia una maggioranza parlamentare dei 5/6 si va al referendum. In questi due paesi il referendum ci sarà, da questo punto di vista è un vero peccato che la scelta della non leggibilità sia stata ritenuta essenziale per far felici i cittadini, e certo questo creerà una difficoltà, ma nel clima che si è determinato, non penso francamente che quei due referendum debbano andare male.

Si potrebbe pensare ad un coordinamento delle ratifiche nazionali oppure è troppo presto?

E’ un po’ presto. Aspettiamo che finisca la Conferenza. Il vantaggio di questo sistema innovativo, cioè di un mandato da parte del Consiglio europeo che è chiuso e già definito in testi che la Conferenza dovrebbe approvare per filo e per segno, rende la CIG un momento breve e rapido nelle aspettative e quindi dovremmo avere a fine anno il processo di ratifica pronto. A quel punto si vedrà, un coordinamento nei tempi sarebbe auspicabile.

Perché l’Action Committee for the European Democracy, come nasce, qual è stata la sua filosofia?

Noi ci siamo trovati davanti ad una pausa di riflessione che quando iniziò e fu proclamata dagli organi comunitari dopo i no francese ed olandese, sembrava aprire una fase di sconcerto e forse di deriva verso il nulla e ci parve necessario, come parve necessario ad altri in altri modi, far sì che la pausa di riflessione ricaricasse le batterie e non buttasse via il gadget. E noi abbiamo cercato di ricaricare le batterie ed è stata una bella esperienza. Perché attorno al gruppo di lavoro presso l’Istituto universitario europeo ed il Robert Schuman Centre, fatto di giovani e di vecchi, abbiamo creato un collegio di men and women of good will da tutta Europa, che hanno dato una risposta molto positiva. Più volte ci siamo riuniti e, attraverso di loro, abbiamo capito meglio quello che stavamo facendo e dato autorevolezza a delle conclusioni tecniche che tra i numerosi contributi sul finire della pausa di riflessione, ha visto il nostro lavoro in qualche modo arrivare al traguardo tra i primi. Infatti è stata tra le proposte più valorizzate, quella che è andata più vicina alle conclusioni possibili del Consiglio europeo.

La Convenzione europea è stata un’occasione mancata? Cosa salvare di quella esperienza?

il metodo convenzionale ha reso la discussione più trasparente e razionale

No, non è stata un’occasione mancata. Se oggi c’è un “pacco di modifiche” che si riesce ad introdurre comunque nei trattati, questo è stato possibile attraverso il lavoro della Convenzione e se 4 anni dopo ci si accorge che l’Europa manca di alcuni rafforzamenti istituzionali, proprio quelli approvati dalla Convenzione, è una prova della bontà del lavoro svolto nella stessa Convenzione. Ritengo che quel metodo sia stato utilissimo per fare uscire dai negoziati segreti la preparazione delle modifiche dei trattati, che abbia messo sullo stesso piano tutte le opinioni, togliendo la sacralità della sovranità e dagli argomenti dei rappresentanti degli Stati. Perciò ha reso la discussione sulle modifiche necessarie molto più razionale, molto più trasparente. È salvo quel metodo anche per il futuro; certo si nota poi che alla fine tutto quello che si fa è consegnato nelle mani dei governi che lo possono disfare e quindi si avverte la differenza tra il metodo della Convenzione ed il metodo della Costituente, ma di questo si potrà parlare in futuro.

ho incontrato l’Europa studiando negli Stati Uniti

Quando nasce il suo impegno europeista, qual è stato il suo “Erasmus”?

Certo, io appartengo ad una generazione molto diversa dalla vostra. Voi giovani incontrate l’Europa scegliendo una università non nazionale nella quale andare a studiare e dove imparate le lingue. Io ho iniziato l’università nell’anno in cui venne firmato il trattato di Roma, quindi “Erasmo” negli anni ’50 ancora non c’era. Devo dire che ho incontrato l’Europa, non attraverso la politica; ma andando a studiare negli Stati Uniti, imparando a conoscere un sistema federale, imparando a conoscere il valore aggiunto che con quelle dimensioni continentali può avere un sistema di governo multilivello. Su questa base poi ho imparato ad apprezzare l’Europa nonostante non sia uno stato federale. Paradossalmente, questo mi ha reso molto europeista, ma un po’ indigesto per i vecchi federalisti, i quali affezionati ad un modello passato sono forse meno di me capaci di vedere che l’Europa sta dando al mondo un modello di governance che è questo misto di diritto internazionale e di diritto interno… Ho così celebrato l’Europa “ermafrodita” il che è considerato, in un mondo di sessi distinti, un qualcosa di disdicevole.

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P.S.

Giuliano Amato in mezzo al presidente Valéry Giscard d’Estaing (destra) e al vice-presidente Jean-Luc Dehaene durante i lavori della Convenzione europea

Fonte immagine sito Convenzione europea

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