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Per chi suona la campana

, di Giorgio Anselmi

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“Se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te." L’ammonimento di Nietzsche torna opportuno nel momento in cui prima le elezioni amministrative e poi i referendum sembrano segnare una svolta. Nella politica, ma non solo nella politica. Sperabilmente. La fine della cosiddetta Prima Repubblica tra il 1992 ed il 1994 ha aperto una lunga stagione su cui si può tentare di dare ora un giudizio complessivo. Per formulare poi degli orientamenti per il futuro, com’è doveroso per chi non vuol limitarsi a contemplare il mondo.

Il primato della politica estera sulla politica interna, uno dei grandi principi formulati da Alexander Hamilton, è apparso a tutti evidente nel tracollo del sistema di potere che per quasi cinquant’anni aveva retto il Paese. Pochi commentatori vi fanno oggi riferimento per spiegare il tramonto del berlusconismo. Eppure i dati sono sotto gli occhi di tutti. L’attuale schieramento governativo poteva annoverare tre vittorie elettorali consecutive: alle politiche del 2008, alle europee del 2009 ed alle regionali del 2010. Il Presidente del Consiglio si era anzi più volte vantato di guidare l’unico governo occidentale premiato dagli elettori nel bel mezzo di una crisi di dimensioni epocali. Non senza qualche motivo, bisogna pur dire. In appena un anno quel consenso è evaporato. Colpa delle divisioni della maggioranza, secondo alcuni. Da attribuire agli scandali che hanno pesantemente toccato e diciamo pure ridicolizzato di fronte al mondo intero l’immagine del premier, secondo altri. Senza voler negare una qualche rilevanza a questi fattori, altre ci sembrano le ragioni profonde della disfatta.

La crisi finanziaria internazionale in Europa ha provocato la crisi del debito sovrano. Diversamente dalla FED, la BCE non ha infatti creato una massa impressionante di liquidità per drogare l’economia. E’ toccato quindi agli Stati salvare il sistema bancario. Per di più gli effetti sull’economia reale del cataclisma finanziario hanno diminuito le entrate fiscali e aumentato le uscite per interventi sociali. Sotto la pressione dei mercati, l’Eurogruppo è stato così costretto a prendere alcune importanti misure. I federalisti le hanno giudicate insufficienti e soprattutto non democratiche. A 12 mesi di distanza hanno l’amara soddisfazione di veder confermare la loro analisi dai fatti. Non resta però meno vero che i governi sono stati messi sotto stretta sorveglianza . Per alcuni paesi periferici si può parlare di vero e proprio commissariamento. Anche il governo italiano si è trovato con le mani legate dietro la schiena. Costretto ad una rigida disciplina di bilancio da un enorme e crescente debito pubblico, non ha più avuto margini di azione. Sono rimasti solo gli slogan: federalismo fiscale, diminuzione delle tasse, riforma della giustizia. Puri paraventi per nascondere il vuoto. Quando non si è ripiegato sulle denunce dei vincoli costituzionali che condannerebbero l’esecutivo all’impotenza oppure sulle accuse alla magistratura, all’opposizione, alla stampa. «Quelli che il dio vuol mandare in rovina, prima li fa impazzire», verrebbe la voglia di dire con Eschilo.

Finalmente i cittadini, dopo aver assistito ad uno scadimento dell’etica pubblica che non ha eguali nelle democrazie occidentali, hanno dato due segnali. Definiti due sberle persino da esponenti della maggioranza. Altri hanno parlato di vento del nord. Metafore efficaci, purché non facciano velo a quel che ci attende. Un ciclo politico è finito. Non sono più concessi giochi delle tre carte. Dopo aver guardato a lungo nell’abisso senza precipitarvi perché trattenuti dal quadro europeo e mondiale, ora dobbiamo lasciare che l’abisso guardi in noi. Senza illuderci che l’uscita di scena di questo o quel personaggio possa miracolosamente rimettere in piedi il Paese. Non è nemmeno iniziata la convalescenza e guardare in faccia la malattia è la prima condizione per non ricadervi. Il berlusconismo è stato la manifestazione di mali ben radicati e non attribuibili solo ad un uomo o ad un partito: il culto del capo, comandare invece che governare, l’ostentazione del denaro e della ricchezza, l’apparenza invece della realtà. E su tutto un liberismo all’italiana che si potrebbe riassumere in poche parole: protezione per le caste e per le corporazioni, concorrenza senza vincoli e senza regole per i giovani, le donne, i lavoratori meno qualificati. Con il ben noto corollario: non servire lo Stato, ma servirsi dello Stato.

Come in altri momenti drammatici della nostra storia, il Paese ha bisogno di conoscere la verità. Basta guardare sull’altra sponda dello Ionio. La sorte della Grecia potrebbe essere la nostra. Con un’aggravante: nessuna rete di salvataggio sarebbe in grado di fermare la caduta della terza economia dell’Eurozona. Trascineremmo dunque nel baratro anche la moneta europea e, con essa, lo stesso processo di unificazione del Vecchio Continente. I federalisti hanno formulato per tempo delle proposte concrete per evitare simili catastrofici esiti. Chi scrive ricorda bene con quale angoscia Mario Albertini, ai tempi della crisi della Prima Repubblica, ammoniva a non dividere il mondo in buoni e cattivi. Speriamo che non ci vengano riproposte le gioiose macchine da guerra. Finite poi come ben si sa. La risalita della china grava l’opposizione, anzi le opposizioni, di maggiori responsabilità. Non senza ragione si è osservato che, viste le terribili sfide da affrontare, vi dovrebbe quasi essere il timore di assumere incarichi governativi. Affermazione paradossale, ma non assurda.

Questo è il tempo delle responsabilità condivise, nel superiore interesse dello Stato e dell’Europa. La proposta di un governo di emergenza e di garanzia costituzionale, avanzata dal MFE ancora nel gennaio 2010, ha trovato ampi consensi. Nel Paese prima ancora che nel mondo politico. Un simile governo dovrebbe darsi una forte caratterizzazione europea. I federalisti sono da sempre convinti che l’interesse nazionale e l’interesse europeo coincidono. La classe politica italiana, nei suoi momenti migliori e nei suoi uomini migliori, ha condiviso questa convinzione. Mai come nei momenti di crisi tale coincidenza si manifesta in tutta la sua nettezza. Se è vero infatti che la deriva dell’Italia avrebbe conseguenze impensabili per tutta l’Europa, è altrettanto vero che l’Italia può dare una grande contributo al rilancio dell’unificazione. Quel rilancio che la Francia e la Germania da sole non sono in grado di proporre e forse nemmeno di pensare.

Non è più il tempo delle demagogie e dei populismi. Le istituzioni e le forze politiche vanno messe di fronte alle loro responsabilità. Da parte sua l’UEF dovrebbe lanciare una iniziativa del cittadini europei per un piano di sviluppo europeo basato su risorse proprie. Un’impresa che esige un ampio coinvolgimento delle forze più vive della società civile e soprattutto delle associazioni sindacali ed imprenditoriali. Prima che sia troppo tardi.

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P.S.

L’articolo è l’editoriale del numero 3/2011 de L’Unità Europea, giornale del Movimento Federalista Europeo.

Fonte immagine: Flickr

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