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Proposta per la costituzione tramite cooperazione rafforzata di una Forza armata europea

, di Andrea Tomelleri

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Visti i recenti sviluppi della situazione medio-orientale e della fascia nord africana la creazione da parte dell’Europa a 27 di un proprio organismo comunitario per la sicurezza ( attualmente si preferisce questo termine al tradizionale “difesa”) risulta essere ben più di una necessità. Naturalmente trovare una serie di principi comuni e condivisi da tutti i paesi su questo tema è, almeno nel momento attuale, impresa ardua. Per risolvere il problema la soluzione, forse la sola attuabile, è la costituzione di una cooperazione rafforzata tra alcuni paesi dell’Unione.

Già a livello embrionale, tuttavia, si presentano dei problemi: in primis due paesi che potrebbero aspirare ad un ruolo di assoluta leadership in questo campo come il Regno Unito e la Francia hanno a più riprese espresso la loro contrarietà ad un simile progetto, nella speranza di poter mantenere saldo e immutato il loro peso mondiale in politica estera; in secondo luogo i neo entrati nell’Unione (provenienti dall’area di influenza sovietica) in un caso risultano troppo deboli su questo fronte, un loro coinvolgimento implicherebbe quindi uno sforzo dei paesi più avanzati per fornire armi e addestramenti tali da arrivare almeno ad una parziale omogeneità; nell’altro nazioni ansiose di mostrare il loro “nuovo volto” si sono impegnate in poco lungimiranti politiche di riarmo (cfr Polonia), ostentando un atteggiamento di sudditanza alla NATO e agli Stati Uniti in certi casi imbarazzante per un paese aderente all’Unione Europea.

Esclusi francesi e britannici i paesi interessati alla creazione di una Forza di Autodifesa Europea sono veramente pochi, quelli che possono aspirare ad un ruolo guida ancora meno. Tra i primi si potrebbero far rientrare quei paesi, quali Repubbliche Baltiche, Polonia, Romania, Grecia, che trovandosi ai confini dell’Unione possono correre maggiori pericoli essendo esposti su un lato al rinnovato strapotere russo e dall’altro a pochi passi dal “punto caldo” di questi anni, il medio-oriente. A questi si potrebbero aggiungere, nel caso lo ritenessero necessario, altre nazioni situate in zone interne del continente, ma che potrebbero trarre vantaggio da un sistema di difesa moderno, rapido ed efficiente come quello che sarebbe garantito dalla F.A.E..

Il ruolo guida è quasi obbligato: in Germania il passaggio da un esercito di leva a quello professionistico sta provocando grande caos a livello burocratico e un dispendio di denaro immane per adattare le vecchie strutture alla nuova realtà; per quel che riguarda la Spagna in questi anni non ha fatto grandissimi passi in avanti soprattutto per quel che riguarda le nuove tecnologie, risulta pertanto “vecchia” e non adatta a guidare quella che si propone di essere una struttura agile, moderna e soprattutto ad altissimo livello tecnologico.

L’unico candidato quindi, anche se con qualche innegabile imperfezione, è l’Italia che per altro si è già dimostrata molto sensibile all’argomento promuovendo campagne addestrative a livello europeo, partecipando alle missioni del contingente EUFOR e attuando una politica industriale che vedesse un sempre maggior coinvolgimento delle aziende italiane del settore difesa in un’ottica sempre più marcatamente europea ( si veda soltanto a titolo d’esempio il consorzio Eurofighter).

Detto ciò passiamo ad analizzare un secondo grande scoglio: l’Europa è, a causa delle vicende storiche che l’hanno caratterizzata fin dall’inizio e per lo scenario venutosi a creare nel dopoguerra, nel clima della Guerra Fredda, probabilmente uno dei luoghi più ricchi di armamenti di qualsiasi genere al mondo. Ad uno sguardo superficiale, visto l’intento che ci propone, questo potrebbe non sembrare un problema, si potrebbe dire “c’è l’imbarazzo della scelta!”. In realtà il fatto che quasi ogni stato disponga di proprie industrie belliche è fonte di almeno due criticità:1) come convincere un paese a rinunciare ai propri prodotti, chiamiamoli così, in favore di quelli di un’altra nazione? 2) nel caso della costituzione di una forza comunitaria si verificherebbero problemi dovuti alla non omogeneità e anzi all’eccessiva eterogeneità di armi e mezzi in possesso dei diversi firmatari; si pensi anche qui solo a titolo esemplificativo a quanti sono attualmente i modelli di fucile d’assalto utilizzati in Europa (a memoria ne ho contati 11).

Messi in chiaro, seppur sommariamente, questi punti preliminari passo a proporre una soluzione a mio avviso sensata che sia di compromesso tra la praticità e l’utilità per i governi aderenti da un lato e le norme comunitarie in materia dall’altro.

Come ho già spiegato sopra l’unico mezzo per raggiungere lo scopo è una cooperazione rafforzata, una soluzione agile che permette anche ad un piccolo gruppo di unirsi una volta trovate delle basi comuni, a questo embrione, successivamente, si possono aggiungere via via altri componenti allargando in questo modo la compagine. L’utilità che i singoli firmatari ne potranno ricavare è abbastanza intuitiva, senza contare che la creazione di una forza armata europea che metta davanti ad ogni cosa il mantenimento e il perseguimento della pace contribuirebbe senza dubbio a ricreare quel vecchio equilibrio che negli anni è andato svanendo.

Il capitolo più interessante riguarda, e non è poco, “le praticità”: cosa possono avere in comune paesi apparentemente molto diversi tra loro a livello concreto, tangibile, inerente a questo ambito specifico? La risposta sembra banale, irrilevante, ma potrebbe rivelarsi il punto di svolta, le armi. Con il nuovo millennio, infatti, molti paesi europei hanno riunito le proprie industrie belliche in consorzi continentali che in brevissimo tempo hanno sbaragliato la concorrenza e conquistato il mercato europeo e americano con infiltrazioni anche in Asia, Oceania e perfino nel medio-oriente.

Gli esempi potrebbero essere molti, pesiamo a livello di cantieristica navale: Italia e Francia collaborano alla costruzione di un nuovo cacciatorpediniere ( vedi classe orizzonte) e di una classe di fregate ( vedi FREMM); o di Italia e Germania che collaborano alla costruzione di un sottomarino con propulsione ibrida diesel-idrogeno ( vedi U 212). A livello aeronautico e aerospaziale le collaborazioni sono così numerose che ne citerò solo alcune: Gran Bretagna, Italia, Germania, Spagna per il nuovo caccia swing-role ( vedi EUROFIGHTER F2000 TYPHOON), gli stessi meno l’Italia per il nuovo cargo ( vedi Airbus A400 military), e mi fermo per non dilungarmi troppo ma ce ne sarebbero molte altre; il comparto esercito con armi e mezzi risulta essere quello più refrattario ai cambiamenti, anche se la collaborazione tra Italia e Germania si fa sentire su molti progetti ( vedi panzerhobish 2000 e VTMM); inoltre i successi di armi da fuoco di produzione italiana e belga sono sotto gli occhi di tutti ( vedi il successo di Beretta arx160 e FNH scar solo per citarne due).

Tutto questo elenco per dire cosa? Che da almeno cinque anni a questa parte le dotazioni delle forze armate di alcuni paesi europei sono le stesse o hanno poche specifiche varianti. Ed è proprio questo il punto, riunire sotto un’unica egida paesi eterogenei sotto tutti i punti di vista è incredibilmente difficile, ma se questi paesi qualcosa in comune ce l’hanno la situazione si semplifica; è di gran lunga più facile integrare in un unico corpo i piloti di Gran Bretagna, Italia, Germania, Spagna, Austria ( e forse altri in un futuro non troppo lontano) dato che volano, si addestrano e all’occorrenza combattono sullo stesso velivolo, e lo stesso può essere fatto con i marinai e fanti che utilizzano gli stessi fucili e si spostano sugli stessi blindati ed elicotteri di molti loro colleghi europei.

Ecco quindi che accanto alle necessità particolari si trova un punto comune, un punto da cui partire. I paesi che possiedono armamenti in comune con altri, a vario titolo, sono: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Polonia, Austria, Portogallo, Irlanda, Grecia tra i membri attuali e fuori dell’Unione Albania e Turchia. Come si vede l’elenco è discretamente lungo, sicuramente più lungo di quello che un lettore avrebbe potuto avere in mente prima di arrivare a questo punto della relazione.

Per porre la prima pietra, compiere l’atto fondativo di una realtà futura che io ho chiamato Forza di Autodifesa Europea ( in virtù del lungimirante articolo contenuto nella nostra costituzione “ l’Italia ripudia la guerra come mezzo per risolvere le controversie….”), ma che altri più illustri hanno definito come Forza di Intervento Rapido Europeo ( vedi D. Moro) o simili non serve aspettare un intervento della Provvidenza ne tanto meno che la situazione politica in Francia cambi e renda quel paese più “sensibile” a queste problematiche; l’unica cosa da fare sarebbe quella di “stringere le maglie”, accelerare i tempi di acquisizione di sistemi d’arma comune e incentivare i governi e le Forze Armate nazionali ad aumentare i cicli di addestramento interforze e gli scambi tra corpi affini per unire sempre più indissolubilmente paesi che hanno visto fin troppa distruzione sul prorio suolo e che per questo si impegneranno a fondo per impedire che questo si verifichi di nuovo.

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P.S.

Immagine: Forze armate italiane, in futuro parte della Forza armata europea? Fonte: Flickr

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