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Sull’effetto di annuncio e sul New Deal europeo

, di Simone Vannuccini

Il 9 maggio 1950 la Dichiarazione Schuman dava il la al processo di unificazione europeo. In quelle poche righe, che esprimevano in modo chiaro la necessità di fondare le “prime assise concrete di una Federazione europea”, si riassumeva il desiderio collettivo di capovolgere una storia fatta di conflitti fratricidi: dalla prospettiva di una continua “guerra civile europea” alla possibilità della Pace Perpetua sul continente.

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  • Redattore capo di Eurobull.it, è ricercatore di Economia dell’Innovazione alla Friedrich Schiller University, Jena, Germania. Insieme a Michele Ballerin gestisce il blog «Euroscopio» sul quotidiano on line «pagina99».

Certamente, il processo di integrazione non è dipeso soltanto dalla forza evocativa del discorso del ministro degli esteri francese: le condizioni di contesto erano favorevoli, l’idea del federalismo europeo – appena formatasi in modo coerente sull’isola di Ventotene – era abbastanza condivisa e la prospettiva dell’unificazione dell’Europa non appariva come qualcosa di impossibile (tanto che Winston Churchill si era espresso pochi anni prima a sostegno degli “Stati Uniti d’Europa”). Ma il valore di quella Dichiarazione è stato simbolico: da lì in poi tutto sarebbe cambiato, le aspettative sul futuro vennero scosse da un brivido di novità quasi rivoluzionaria, tanto che gli anni a venire non parvero più così bui..

Quello della Dichiarazione Schuman non è l’unico esempio di “annuncio” che provoca un effetto importante sulle aspettative dei cittadini e degli attori della politica e dell’economia; lo stesso accadde negli Stati Uniti dopo anni di Grande Depressione: serviva un New Deal, un forte messaggio capace di capovolgere le attese sul futuro. Nella realtà dei fatti non fu il New Deal a risolvere i problemi – servì una guerra mondiale per superare veramente la crisi – e la dinamica economica di quegli anni non fu affatto segnata da una ripresa lineare. Ma nella memoria collettiva le fluttuazioni cicliche e gli strascichi della crisi hanno lasciato il posto alla forza risolutrice ed emancipatrice di quel messaggio: anche il quel caso, l’annuncio di un grande patto sociale ed economico ha rappresentato la via maestra per dare una nuova prospettiva sulla realtà, per uscire dai vecchi schemi di pensiero e per ribaltare le aspettative.

L’economia si fonda sugli annunci e sulle aspettative molto più di quanto non crediamo: in effetti, più che logica, la complessa rete del sistema economico è psico-logica. Probabilmente sta in questa consapevolezza l’innovazione maggiore e più profonda suggerita da Keynes: l’economia è strutturalmente fondata sull’incertezza, tanto che l’efficienza marginale del capitale, cioè la sua redditività, dipende

...l’economia si fonda su annunci ed aspettative...

dalla relazione che intercorre fra un costo certo (il tasso di interesse) ed una variabile incerta e poco prevedibile, le aspettative. Se quest’ultime sono negative, impiegare il capitale in investimenti non è sensato: nemmeno un tasso d’interesse pari (o inferiore) a zero può invertire il circolo vizioso del declino e della crisi economica.

Sull’effetto di annuncio giocano continuamente anche le istituzioni di politica economica e monetaria, ad esempio la Banca Centrale Europea. Le scelte e le decisioni prese vengono comunicate in anticipo in modo che i mercati siano bene informati; molto spesso gli agenti economici, che hanno aspettative adattative, modificano i propri comportamenti in risposta all’annuncio e questo, a sua volta, genera differenti output economici: sapere che il tasso di interesse si alzerà per dare una stretta all’inflazione può provocare una riduzione degli investimenti e della produzione e, dunque, uno stop alla crescita del livello dei prezzi. L’effetto generato unicamente da un annuncio di politica monetaria ha come conseguenza il raggiungimento degli obiettivi che si era posto l’intervento vero e proprio: le aspettative si sono avverate senza bisogno di muovere realmente i meccanismi ed i “grandi prezzi” del sistema economico. Nel caso particolare in cui le aspettative siano razionali, cioè capaci di anticipare le politiche pubbliche, l’effetto di annuncio dovrà essere ancora più sorprendente e repentino, pena l’insuccesso: soltanto l’informazione inattesa potrà spiazzare gli attori dell’economia portando il sistema economico su nuovi binari e nuove traiettorie.

La crisi attuale – come tutte le crisi – è anche e sopratutto una crisi di aspettative: il futuro non è roseo per le nuove generazioni, l’ambiente in cui viviamo è a rischio sopravvivenza senza una riconversione sostenibile dell’economia, e nonostante i numerosi incentivi gli investimenti non vengono effettuati in mancanza di possibilità di ritorno e di buoni rendimenti, tanto che quella poca crescita economica che si riesce ad ottenere non si fonda sul progressivo avanzamento della frontiera delle possibilità produttive e tecnologiche, quanto sul mero e immediato consumo. In particolare in Europa la brutta notizia è che queste aspettative negative non possono essere risolte a livello nazionale:

...la crisi attuale, crisi di aspettative...

nel mondo dei BRICs, dell’economia mondializzata e dei global imbalances, il “taglio” e la dimensione degli stati nazionali westfaliani ha fatto il suo tempo e non ha più – per ragioni strutturali – gli strumenti adatti per dare nuovo slancio alla dinamica produttiva. La crisi dei debiti (definiti in modo discutibile “sovrani”) è l’esempio lampante di questa situazione: la necessità di “tappare” le grandi falle del presente non permette di pensare al futuro, al lungo periodo, alle prospettive di crescita e di rilancio, nonostante l’esplosione del debito possa essere curata soltanto con la crescita economica (considerato che la svalutazione nell’unione monetaria è – fortunatamente – fuori discussione). Ciò che oggi i Paesi europei possono fare è soltanto – come l’ha definita recentemente Barbara Spinelli – un’ottusa “manutenzione del sorriso”.

È unicamente a livello continentale che nuove e grandiose aspettative possono nascere, e le possibilità da sfruttare non sono poche: una riforma del bilancio europeo razionalizzerebbe la dinamica della spesa pubblica; l’emissione ex novo di Union Bonds (e non soltanto la parziale ristrutturazione dei

...riformare il bilancio europeo...

debiti nazionali in “blue bonds”) metterebbe a disposizione ingenti risorse da investire in assets tangibili ed intangibili, in ricerca, formazione, meccanismi di solidarietà e welfare (o “common-fare”, se centriamo la nostra prospettiva sull’importanza della produzione di beni pubblici e beni comuni liberamente fruibili dalle comunità); il coraggio di mettere in atto una vera politica fiscale continentale darebbe il segnale di una rinnovata capacità di governare l’economia, da indirizzare verso gli obiettivi condivisi della Società. Facendo il parallelo con la Federazione americana, l’Unione europea ha sì una Federal Reserve (la BCE), ma non ha il Ministero del Tesoro. In poche parole, ha la moneta federale ma la politica economica frammentata ed intergovernativa.

Proporre riforme del genere rappresenta una grande opportunità per restituire al processo di integrazione europea senso politico, forza e vitalità: un’economia realmente federale, piuttosto che favorire l’azzardo morale e l’irresponsabilità dei Paesi membri (responsabilità e serietà che, comunque, abbiamo visto non hanno già adesso), porterebbe con sé esattamente quell’effetto d’annuncio di cui parlavamo all’inizio, un punto di svolta, un crinale dal quale guardare

...vincere la crisi...

con più speranza e serenità al futuro. All’Europa servono progetti e sogni di alto livello per vincere la crisi, perché alle aspettative di declino si reagisce pensando in grande: prima di tutto perché ne va del benessere dei cittadini, ed in secondo luogo perché non vi sono assolutamente altre strade da seguire. Oggi, come ai tempi di Roosevelt e come già pensava Schuman, serve un grande patto per l’Europa: è arrivato il momento del New Deal europeo.

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Tuoi commenti

  • su 3 giugno 2010 a 14:11, di Massimo In risposta a: Sull’effetto di annuncio e sul New Deal europeo

    Mi sento in sintonia con l’analisi di Simone. La nascita di un governo economico europeo e di una politica estera europea non sono più rimandabili al fine di garantire stabilità e sicurezza ai cittadini europei. Al trinomio debito, consumi, inquinamento dobbiamo sostituire il trinomio risparmio(Sobrietà), investimenti (Union bonds), ambiente e tecnologia (Governo europeo). In Europa ci sono tutte le risorse per reagire al declino e ripensare il futuro.

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