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Superare la crisi con gli Stati Uniti d’Europa (1)

La crisi dei debiti sovrani e le risposte federaliste nei paesi chiave dell’UE: Germania, Francia e Italia

, di Nicola Vallinoto

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  • Membro della Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo. Ha curato con Simone Vannuccini il volume collettivo “Europa 2.0 prospettive ed evoluzioni del sogno europeo” edito da ombre corte nel 2010

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La vera posta in gioco di questa crisi che sta mettendo in ginocchio il vecchio continente è molto alta. Non si tratta solo, si fa per dire, di emettere Eurobond al fine di garantire i debiti sovrani dei paesi cosiddetti PIIGS (acronimo che indica Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) e di sostenere un piano europeo di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile, come chiedono in molti, ma di portare a compimento la costruzione della casa comune europea realizzando quel progetto politico, quanto mai attuale, indicato settant’anni fa da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel Manifesto di Ventotene per una Europa libera e unita. Al contrario il rischio serio che stiamo correndo potrebbe prevedere la dissoluzione dell’Unione europea per come l’abbiamo vista finora. La crisi ha reso evidente alla classe politica, alle forze sindacali, ai movimenti sociali e ai cittadini europei quale sia l’unica possibilità per non far naufragare il progetto europeo. “Se salta l’Euro salta l’Unione europea” ha affermato Angela Merkel in un intervento recente davanti al Bundestag. E senza una federazione seppur leggera, definizione suggerita da Emma Bonino, l’Euro non si governa. Lo sanno bene i leader europei a cominciare da Nicholas Sarkozy e da Angela Merkel che in un incontro bilaterale lo scorso 16 agosto hanno proposto un “governo economico” della zona Euro diretto dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. La proposta resta, però, nel solco intergovernativo e non prevede alcun coinvolgimento di Parlamento e Commissione.

E’ evidente che in gioco non c’è solo l’emissione di Eurobond e di Unionbond ma qualcosa di più importante: la cessione della sovranità degli stati nazionali in campo economico e fiscale. Una sovranità che dal punto di vista sostanziale gli stati nazionali hanno già perso da diverso tempo a vantaggio di altri attori globali (come le agenzie di rating e le multinazionali) ma dal punto di formale è ancora nelle loro mani. Si tratta ora di decidere un passaggio importante indicando l’obiettivo finale della costruzione europea ed è, per questo, che ci troviamo davanti a forti resistenze da parte delle classi politiche nazionali e ai ritardi decisionali degli ultimi incontri tra i leader europei. La crisi ha messo a nudo l’insussistenza di una moneta europea che non poggia su un governo europeo democratico e federale in campo economico e fiscale.

Il nuovo think tank Conseil pour le futur de l’Europe - che raggruppa personalità come l’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, l’economista Nouriel Roubini e il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, oltre agli ex leader britannico, tedesco, spagnolo e belga, Tony Blair, Gerhard Schröder, Felipe Gonzalez e Guy Verhofstadt – ha pubblicato un manifesto dove si legge che “sarà necessario concepire una visione di un federalismo che va aldilà di un mandato sull’economia e la fiscalità per includere le politiche di sicurezza, energetiche, climatiche, d’immigrazione e di politica estera comune oltreché sviluppare un discorso comune sul futuro dell’unione e del suo ruolo nel mondo”. L’eurodeputato Andrew Duff, presidente dell’Unione Europea dei Federalisti, ha appena pubblicato un pamphlet intitolato “Federal Union now” nel quale afferma che “l’UE deve compiere un passo decisivo verso un governo economico federale con politiche fiscali e un budget più ampio se si vuole salvare l’Euro. Salvare l’Euro è la precondizione per la ricostruzione economica di tutta l’Europa. Dunque una profonda revisione dei trattati europei non può essere più evitata”.

Quindi la soluzione sembrerebbe tanto semplice, quanto difficile da attuare, e passa per il superamento del trattato di Lisbona che ha visto la luce solo nel 2009 dopo un parto assai travagliato stretto tra interessi e visioni molto diverse sulle finalità del progetto europeo. Un trattato che a pochi mesi dalla sua introduzione viene considerato già obsoleto e alla prova dei fatti è risultato incapace di fornire all’UE gli strumenti per agire nel contesto di un’economia globalizzata.

Vediamo ora le posizioni federaliste nei paesi chiave dell’Unione europea.

La svolta tedesca per un’Europa federale

Le intemperanze delle borse internazionali e la subalternità dei poteri politici nazionali stanno facendo emergere in tutta Europa ed, in particolare, nella classe politica tedesca quella che rappresenta l’unica soluzione per superare la crisi che sta attraversando il Vecchio continente: la federazione europea. La pausa di riflessione dopo il vertice franco tedesco del 16 agosto ha visto un cambio di passo evidenziato da diverse posizioni pubbliche di importanti uomini politici tedeschi anche di governo a favore di un’Europa federale. Il fronte sovranista e nazionalista sta cedendo, passo dopo passo, di fronte all’allargamento della crisi dei debiti sovrani. In Germania autorevoli uomini politici in carica o meno si stanno apparentemente accorgendo che la crisi dei paesi del sud Europa e la situazione economica tedesca sono due facce della stessa medaglia. Questa visione viene coadiuvata dal risultato delle ultime elezioni regionali dei lander tedeschi che mostra come i partiti euroscettici (FDP, CSU, CDU) perdano terreno a vantaggio di quelli chiaramente europeisti, come i Verdi e i socialdemocratici. Il fronte granitico antifederalista del governo tedesco si sta sgretolando sotto i colpi della crisi che fa aprire gli occhi anche agli interpreti più risoluti delle posizioni nazionaliste. Tutte queste motivazioni stanno spingendo i politici tedeschi a ripensare il ruolo della Germania per la costruzione dell’unità europea e gli obiettivi di quest’ultima.

Ursula von der Leyen, ministro tedesco del Lavoro e vicepresidente della CDU, ha affermato sul settimanale Der Spiegel che il suo obiettivo sono gli Stati Uniti d’Europa, sul modello di altri Stati federali come la Svizzera, la Germania o gli Stati Uniti . A suo parere questa è l’unica soluzione per superare le differenze economiche che dividono i governi europei. La ministra prosegue dicendo che la moneta comune non è sufficiente ad affrontare la concorrenza globale e che l’unione politica europea permetterà di integrare definitivamente le politiche finanziarie, fiscali ed economiche lasciando finalmente esprimere la grande forza rappresentata da un’Europa unita. Sarà un cammino lungo ma ce la possiamo fare.

L’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, al potere fino al 2005, sostiene un’Europa federale per uscire dalla crisi del debito sovrano che affligge i paesi dell’eurozona. Nella situazione attuale – continua l’ex leader – bisogna lottare contro la tendenza alle rinazionalizzazioni e costruire un vero governo economico della zona Euro, con la creazione di eurobonds. Questi trasferimenti di sovranità nazionale dovranno essere accompagnati da nuovi poteri del Parlamento europeo e un accresciuto coordinamento delle politiche economiche con un ruolo centrale giocato dalla Commissione europea. Nei giorni scorsi Schröder ha incontrato a Brussels altri ex-leader e, in un appello comune del think tank Conseil pour le futur de l’Europe finanziato dal miliardario Nicolas Berggruen, ha sostenuto la federazione europea con gli Eurobonds, nuovi poteri dell’Ue in materia di tassazione e la tutela di beni pubblici europei. Sarebbe auspicabile un’analoga dichiarazione da parte dei leader in attività ma questo è un altro discorso.

Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze, a fine agosto ha sostenuto l’idea del Presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, di creare un « ministro delle finanze europeo » e ha affermato che bisogna modificare i trattati europei al fine di dare più poteri alle istituzioni europee nel campo economico e finanziario. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, il primo settembre ad Hannover ha sostenuto l’opzione di una vera unione fiscale e un abbandono della sovranità nel campo delle politiche fiscali nazionali anche se rimane, per ora, contrario agli Eurobonds.

La Corte costituzionale tedesca ha respinto la richiesta di un gruppo di euroscettici di bloccare la partecipazione della Germania al piano di salvataggio della Grecia (EFSF). In questo modo la Germania ha di fatto confermato la «legalità» del Fondo. Tuttavia l’Alta Corte ha detto che il Parlamento tedesco, e in particolare la Commissione bilancio, dovrà avere un ruolo maggiore nelle decisioni riguardanti futuri salvataggi. La sentenza può essere letta in chiave federalista in quanto la richiesta di un controllo parlamentare di eventuali salvataggi potrebbe significare che in un sistema federale europeo, dove la democrazia viene assicurata da un controllo del Parlamento europeo, un accordo dei parlamenti nazionali non sarà più necessario. I giudici hanno posto dei limiti al fine di evitare una deriva non democratica dell’Ue. Lo stesso Gerhard Schröder, interpretando a suo modo l’appello di Ursula von der Leyen per gli Stati Uniti d’Europa, indica che «dobbiamo avere come prospettiva la trasformazione della Commissione nel governo che sarà controllato dal Parlamento europeo».

Resta da convincere ancora la Cancelliera Angela Merkel che in un discorso davanti al Parlamento tedesco il 7 settembre ha affermato che “gli Eurobond sarebbero una risposta sbagliata alla crisi, perché collettivizzerebbero i tassi di interesse della zona euro” sebbene non consideri più un tabù la modifica dei trattati esistenti. Nell’intervento al Bundestag la Cancelliera ha chiesto “più Europa” e ha sottolineato come una Europa forte sia negli interessi della Germania. E ha continuato dicendo che “l’Euro è molto più di una moneta. L’Euro è la garanzia di una Europa unita. Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa”. E, ancora, “il destino della Germania non è separabile da quello dell’Europa. E’ nostro dovere assicurare un futuro a questa storia di successo e lasciare un’Europa intatta ai nostri figli e nipoti. La stabilizzazione dell’Euro – ha affermato la Merkel – è il compito centrale di questa sessione legislativa”.

Si tratta di vedere se la Cancelliera vuole dare un seguito a queste affermazioni e passare alla storia con il sostegno indispensabile del suo paese alla creazione degli Stati Uniti d’Europa oppure preferisce uscire di scena come una leader con una veduta corta, direbbe Tommaso Padoa Schioppa. La svolta federalista della Germania non sarà, comunque, un percorso facile e soprattutto senza ostacoli come ci mostrano chiaramente le recenti dimissioni (9 settembre) dalla BCE del rappresentante tedesco Juergen Stark perché contrario all’acquisto di bond italiani e greci sul mercato secondario.

L’Italia per la federazione europea

In Italia abbiamo diverse voci che parlano a favore del federalismo europeo. Il governo italiano, sebbene abbia nel Ministro dell’economia Giulio Tremonti un forte sostenitore di un’Europa più forte con l’emissione di Eurobonds da parte dell’Ue, gode di poca credibilità sia per le vicende del Presidente del Consiglio sia per l’antieuropeismo di alcuni ministri e questo non gioca suo favore.

All’opposizione abbiamo la senatrice radicale Emma Bonino che in un intervento al Senato del 7 settembre ha dichiarato che “Occorre dire con chiarezza che gli eurobond si possono fare non solo conferendo al Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria importanti risorse e asset, ma soprattutto rinunciando a un pezzo non piccolo di sovranità nazionale a favore di una politica fiscale europea, di una Tesoreria unica europea, di un ministro delle finanze europeo e di un bilancio di almeno il 5% del Pil europeo per essere credibili. Insomma, un primo passo verso gli Stati Uniti d’Europa”

Dello stesso tenore l’intervento del 7 settembre alla Camera di Sandro Gozi, deputato del PD, che ha affermato: «Senza federazione politica l’euro non ha futuro. Senza l’euro, fine dell’Europa, che è un esperimento e, come tutti gli esperimenti, può riuscire ma può anche fallire” e propone di “convocare il prima possibile una nuova Convenzione in cui parlamentari europei, parlamentari nazionali, rappresentanti dei governi e delle istituzioni europee dovranno, con urgenza e visione, portare a compimento l’esperimento europeo e costruire la federazione europea, con tutti i popoli e gli stati che vorranno farne parte». La stessa proposta è sostenuta anche dal Movimento europeo (ME) ed è al centro dell’appello “Noi popolo europeo” promosso dal Movimento federalista europeo nell’ambito della Campagna per la federazione europea.

Il governatore della Banca d’Italia e futuro Presidente della Banca centrale europea (BCE), Mario Draghi, in un intervento recente a Parigi si è pronunciato per una «vasta» revisione del trattato europeo di Lisbona trovando insufficienti le misure di lotta a breve termine contro la crisi nell’area dell’euro. Il futuro Presidente della BCE, nell’ambito della revisione del trattato, ha auspicato una migliore «disciplina fiscale» degli Stati membri, ma anche riforme strutturali e della governance.

E, per finire, la tenuta europea del nostro paese è stata garantita in questi anni dalla presenza sullo scenario internazionale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In occasione del settantesimo anniversario del Manifesto di Ventotene, ha inviato ai giovani partecipanti al seminario «Il federalismo in Europa e nel Mondo» organizzato dall’Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli un caloroso messaggio di saluto: “Sono convinto che le sfide da raccogliere in un mondo così profondamente mutato, a partire dai gravi problemi posti dalla crisi finanziaria economica globale, richiamano al coraggio e alla lungimiranza che animarono Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e i pionieri dell’avventura europea. C’è bisogno oggi di un nuovo nutrimento di pensiero e di impegno per l’Europa unita, e c’è da dare prova di consapevolezza e determinazione sia sul fronte del movimento ideale e civile per l’unità europea sia su quello dell’azione politica e di governo. Possiamo contare sul ricco lascito delle idee e delle battaglie politiche ispirate dal Manifesto di Ventotene per contrastare resistenze e persistenti esitazioni verso nuovi sviluppi del processo di integrazione e per orientarci verso il futuro".

In Francia il federalismo europeo non è più un tabù

Persino in Francia il federalismo, parola quasi vietata nell’arena politica d’oltralpe, è entrata nel dibattito corrente. Dopo il successo elettorale alle elezioni europee del 2009 della formazione politica Europe Ecologie che ha messo tra i primi punti l’obiettivo di un’Europa federale il termine federalismo è stato sdoganato ufficialmente da Nicolas Sarkozy durante il consiglio europeo del 21/22 luglio dedicato alla risoluzione della crisi greca. Sarkozy ha, infatti, sorpreso i colleghi con un appello all’integrazione europea affermando «Io sono per il federalismo in Europa». Poche giorni dopo il quotidiano Le Monde nell’edizione del 1° agosto ha pubblicato l’appello “Créons d’urgence les Etats-Unis d’Europe” promosso da Thierry Jeantet vicepresidente del Partito radicale di sinistra (PRG) e da Virgilio Dastoli presidente della sezione italiana del ME in cui si chiedono gli Stati Uniti d’Europa basati su un modello federale per uscire dalla crisi. Il testo costituzionale – si legge nell’appello - deve essere elaborato da una Convenzione costituente formata da parlamentari europei e nazionali, dai governi e dalla Commissione europea e successivamente da sottoporre all’approvazione dei cittadini europei tramite un referendum paneuropeo.

Il presidente della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet in un intervento recente ha sostenuto la “creazione di un governo federale con un Ministro federale delle finanze”. La crisi ha «chiaramente dimostrato che la governance della zona euro e’ stata assolutamente essenziale» e «un giorno penso che i popoli europei avranno un governo federale», suggerendo la possibilita’ che un organismo centrale europeo possa intervenire, nel caso in cui i singoli paesi non prendano misure adeguate di bilancio. La crisi del debito sta colpendo l’Europa in modo «particolarmente duro» ed e’ necessario un accordo per un «sostanziale rafforzamento» del Patto di stabilita’ e di crescita europeo. Inoltre Trichet ritiene che sia «molto importante implementare immediatamente» le decisioni assunte lo scorso luglio dai leader europei e pensa che sia «cruciale incrementare l’impatto della crescita e della creazione di posti di lavoro» nell’Eurozona.

In un articolo successivo si completerà la presente analisi con la presentazione della proposta di un governo economico della zona Euro avanzata da Angela Merkel e Nicholas Sarkozy durante il vertice franco-tedesco del 16 agosto e la possibile alternativa democratica che prevede un ruolo politico del Parlamento europeo e la partecipazione attiva dei cittadini europei.

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Fonte immagine: Wikimedia.org

L’articolo è stato pubblicato anche da iMille.org e Peacelink.com

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