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Svolta tedesca verso l’Unione politica

, di Flavio Brugnoli

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L’attenzione dei governi e dell’opinione pubblica è concentrata sulla crisi nell’eurozona. Nella Ue è finalmente all’ordine del giorno la necessità di coniugare disciplina fiscale e prospettive di sviluppo. La Germania è chiamata a giocare un ruolo chiave, grazie al suo peso e successo economico, mentre i suoi critici ne stigmatizzano la prudenza e gli eccessi rigoristi.

Nel contempo, è sempre più evidente che va riformata l’architettura istituzionale dell’eurozona e dell’Ue. Porre l’obiettivo di un governo economico europeo significa porre anche la questione dell’assetto costituzionale in cui esso si deve inserire. Ed è proprio dai principali esponenti del governo tedesco che sono venute, in questi mesi, ripetute indicazioni sui passi avanti da fare, sia pure con gradualismo e in tempi lunghi.

Segnali inequivocabili

La cancelliera Angela Merkel ha evocato il tema dell’Unione politica con crescente chiarezza. Ne ha parlato nel suo intervento al Congresso della Cdu, nel novembre 2011 a Lipsia. L’ha esplicitato nell’intervista su “lo stato dell’Unione” pubblicata da sei grandi quotidiani europei (in Italia da La Stampa), il 26 gennaio scorso. Nelle parole della cancelliera: “nel corso di un lungo processo, trasferiremo sempre più competenze alla Commissione, che poi per le competenze europee funzionerà come un governo europeo. In questo quadro rientra un Parlamento forte. La seconda camera è costituita praticamente dal Consiglio con i capi di governo. Ed infine abbiamo la Corte di giustizia europea quale corte suprema”.

Merkel ha ribadito questi obiettivi il 7 febbraio a Berlino, nel suo importante discorso a un gruppo di 180 giovani europei, invitati dalla Bela Foundation (Bela sta per “Broader European Leadership Agenda”). Il commento sul Financial Times del suo corrispondente da Berlino, Quentin Peel, che moderava l’incontro, era intitolato: “Germany and Europe: A very federal formula”.

Nel marzo scorso il ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha lanciato quello che è stato definito il “Club di Berlino”, nel quale undici paesi (oltre alla Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Portogallo e Spagna) intendono approfondire le riforme costituzionali auspicabili per fare avanzare l’integrazione europea.

Dalla loro riunione successiva, il 19 aprile a Bruxelles, sono già emerse idee importanti, quale la possibile fusione delle presidenze di Consiglio europeo e Commissione europea (consentita, a certe condizioni, anche dal Trattato di Lisbona), legittimata democraticamente con la elezione del nuovo “super-presidente” da parte del Parlamento europeo. A settembre il “Club” dovrebbe presentare un proprio documento a tutti gli stati membri dell’Unione.

Un altro segnale di peso è venuto dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Il 17 maggio scorso, ad Acquisgrana, gli è stato assegnato il prestigioso Premio Carlo Magno, in riconoscimento del suo costante impegno europeista. In quella occasione Schäuble ha indicato che la Commissione europea dovrebbe trasformarsi in un vero e proprio “governo europeo”, con un presidente eletto democraticamente, per “dare un volto all’Europa”.

Federalismo possibile

Sarebbe un grave errore sottovalutare la portata di queste prese di posizione tedesche, o piegarle a valutazioni di corto respiro. Sono aperture che vanno sfruttate e incalzate, pur con tutti i problemi che possono incontrare.

Poco meno di tre anni fa, la sentenza con cui la Corte Costituzionale tedesca aveva riconosciuto il Trattato di Lisbona compatibile con la Costituzione tedesca aveva anche sollevato forti dubbi, per i limiti all’evoluzione dell’integrazione europea che essa sembrava porre. Forse però si è rivelata più lungimirante una lettura della sentenza che - pur evidenziandone carenze e miopie - la interpretava come pungolo a procedere nell’integrazione con un maggior coinvolgimento democratico delle istituzioni nazionali.

Non va mai dimenticato che la Germania è rinata, nel secondo dopoguerra, quale Stato federale. Il governo multilivello, proprio di un’Europa federale, è nel suo Dna democratico, in un quadro di sussidiarietà e attribuzione del potere al livello più appropriato per esercitarlo.

Diversa è la prospettiva dell’altra protagonista dell’integrazione europea: quella Francia che, con la sua tradizione centralistica, non di rado ha contrastato la cessione effettiva di potere al livello europeo. Il ricordo dell’affossamento nefasto della Comunità europea di difesa, nel 1954, va di pari passo con la bocciatura referendaria della Costituzione europea, nel 2005.

La Francia di Hollande ha acceso molte e legittime aspettative. È sperabile che la nomina di un ministro degli esteri (Laurent Fabius) e di un ministro degli affari europei (Bernard Cazeneuve) che si opposero alla Costituzione europea (il secondo votò no pure al Trattato di Lisbona) sia da rubricare fra le “ironie della storia” piuttosto che fra i segnali allarmanti.

Fattore tempo

L’urgenza della crisi non consente di rimandare a un indefinito orizzonte futuro queste scelte: il cantiere economico e quello istituzionale devono procedere in parallelo. Anche una chiara volontà di compiere, in tempi rapidi, passi decisi verso un’unione politica può comportare un potente “effetto di annuncio”. L’Italia e il governo Monti possono giocare un ruolo centrale nel definirne obiettivi e modi.

Nelle proposte degli esponenti governativi tedeschi si insiste sul ruolo chiave del Parlamento europeo, unica istituzione comunitaria con piena legittimità democratica (anche se la Corte di Karlsruhe la pensa diversamente). Il Pe ha, grazie al Trattato di Lisbona, il potere di presentare emendamenti ai trattati. Dipende solo da esso esercitarlo ed essere all’altezza delle attese dei cittadini europei che rappresenta.

Poiché si tratta di scelte fondamentali, è auspicabile che siano al centro anche del dibattito per le elezioni europee del 2014. In cui ciascun schieramento si presenterà con un proprio candidato alla presidenza della Commissione - e forse domani alla “super-presidenza”. Ma con la convinzione bipartisan che dobbiamo costruire una “casa federale europea” comune: anche in Europa, le scelte politiche possono essere di parte, le istituzioni sono di tutti.

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P.S.

L’articolo è inizialmente comparso su AffarInternazionali.it

Immagine: Angela Merkel. Fonte: Flickr

Tuoi commenti

  • su 10 giugno 2012 a 10:39, di anton In risposta a: Svolta tedesca verso l’Unione politica

    articolo molto interessante. questi provvedimenti andavano presi molto tempo prima. l’eurozona ora come ora è un insieme di paesi che si trovano sulla stessa barca, che sta per affondare, ma non sono in grado di coordinare i lavori giusti per riparare la barca. l’europa dovrebbe essere più unita e con istituzioni comunitarie con poteri molto più alti: ne beneficerebbero tutti i paesi. sono molti i provvedimenti da prendere: l’eurozona a causa dell’alto valore dell’euro rispetto alle altre valute è diventato un mercato che fa gola a tutte le imprese di quei paesi che hanno costi bassi e possono offrire prezzi molto competitivi (cina in primis, ma anche turchia, india, ecc...); l’arrivo della crisi economica ha favorito poi da parte della popolazione una maggiore attenzione ai prezzi di ciò che comprano, anche a scapito della qualità. l’eurozona nel suo insieme ha 330 milioni di abitanti. l’intera unione europea ne ha 500 milioni. un più forte potere centrale europeo permetterebbe uno sviluppo equo in tutti i paesi meno ricchi dell’ue e permetterebbe all’intera unione di avere un maggiore peso a livello mondiale nonchè di tutelare adeguatamente il proprio mercato e le proprie imprese.

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