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Tre risposte al panico

, di Simone Vannuccini

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Un giorno di respiro. Tanto è stato il risultato del mirabile piano di coordinamento europeo, osannato da molti economisti come il segnale di una nuova vitalità del vecchio continente. In effetti lunedì e martedì i mercati mondiali hanno reagito molto bene alle decisioni dei governi europei, cosa che non era accaduta con il piano Paulson né con l’inedito “socialismo neo-conservatore” anti-crisi, adottato da un’amministrazione Bush ormai dedita al conteggio delle ultime ore da passare alla Casa Bianca (tra parentesi, quest’ultimo rilievo da solo è già di per sé un chiaro sintomo del terremoto politico che sta attraversando il mondo nel bel mezzo della fine del “secolo americano”).

Anche gli inglesi, sempre meno sicuri che la scelta dello “splendido isolamento” per la loro gloriosa sterlina si stia rivelando azzeccata, hanno applaudito al rimbalzo positivo dei mercati. L’applauso è stato particolarmente caloroso, forse perché negli ultimi giorni il premier Gordon Brown ha fatto la parte del leone, del carismatico e ispiratore capo di governo, ritrovando lo spirito di competente chancellor of the exchequer e ribadendo a tutti i detrattori la sua ferma convinzione: la gestione della crisi non può essere lasciata nella mani di coloro che di economia non se ne intendono.

Per tutti i motivi appena citati è stato davvero un gran peccato ed una delusione per i diligenti politici europei e mondiali scoprire che in poche ore i sintomi della malattia si sono presentati di nuovo; il mondo non è ancora guarito dal male della crisi finanziaria, ed è un problema serio il fatto che un unico, vero dottore proprio non ci sia.

... il mondo non è ancora guarito dal male della crisi finanziaria ...

I deboli accordi e le furbe mosse di politica economica e fiscale messe in campo finora, dalle garanzie sui depositi alle ricapitalizzazioni fino al taglio coordinato dei tassi di interesse, non hanno seriamente convinto il mercato né scalfito l’ondata di sfiducia; in Europa in particolare il salvataggio di tutti gli 8000 istituti di credito esistenti non è credibile, così come non è pensabile il sostegno statale a delle banche capaci di mobilitare risorse così ingenti ed avere rapporti transfrontalieri così intensi da superare qualsiasi capacità di intervento.

Di fronte a questa situazione di crollo sistemico le soluzioni possono essere solamente di natura radicale. Nonostante la difficoltà nel poter anche solo immaginare queste soluzioni (vedi: La fiera delle non-vanità), l’incedere del crollo finanziario apre comunque numerose finestre di opportunità per proposte creative e innovative; per questo motivo provo qui di seguito a suggerire tre possibili vie d’uscita dalla crisi, una di respiro globale ma che lascia in disparte l’Europa, le altre due strettamente interconnesse e con l’Unione europea come attore centrale.

- La prima proposta è in realtà una “terza via” tra il piano europeo ed americano, si colloca geograficamente più ad oriente e si chiama Cina. Come sostenuto il 7 ottobre scorso sul Financial Times da Arvind Subramanian, l’accumulazione di capitale necessaria a salvare il sistema bancario americano e, di conseguenza, mondiale, potrebbe provenire da un nuovo grande acquisto di US Treasury Bonds da parte del governo cinese, senza gravare sulle tasche già sofferenti dei contribuenti americani. In effetti, con un valore attuale di circa 1800 miliardi di dollari, la vasta accumulazione di treasury bonds da parte della Cina negli ultimi 5 anni rappresenta già “…the biggest foreign assistance programme in history…”; un ulteriore acquisto, anche se di grande portata, non andrebbe ad intaccare una situazione di disequilibrio già esistente (Vedi I prigionieri incatenati e l’equilibrio europeo) ma permetterebbe agli USA di riprendersi limitando la recessione. E’ evidente che questa possibilità, considerando la condizionalità politica che la Cina potrebbe richiedere sul “prestito” e la situazione di inferiorità in cui si troverebbero gli americani, segnerebbe il colpo di grazia psicologico all’egemonia americana; la sua applicazione rappresenta quindi lo scenario meno probabile. D’altronde, si sa, nella scelta tra l’ideologia nazionalista (o neo-imperiale) ed il benessere dei cittadini spesso è il secondo a soccombere.

- La seconda risposta alla crisi fa invece leva sull’Europa e sui limiti dell’attuale piano di salvataggio. Considerato che nel peggiore dei casi gli stati membri dovranno intervenire con decisione per salvare le banche, aumentando oltre il limite dei parametri di Maastricht il loro indebitamento e trasferendo il problema della solvibilità sia sui bilanci pubblici che, con l’incremento dell’inflazione, sui prezzi, perché non rivoluzionare la prospettiva e proporre la sostituzione di 27 debiti pubblici a rischio di esplosione con un solo debito pubblico comunitario? L’Unione europea dovrebbe creare un fondo dedicato ed emettere titoli di debito pubblico europeo, i c.d. Union Bonds che, forti dell’autorevolezza dell’euro e della stabilità macroeconomica del vecchio continente, potrebbero riuscire nell’intento di far ripartire l’economia reale grazie ad una spinta neo-keynesiana da parte del settore pubblico, promuovendo investimenti strutturali a lungo termine, finanziando progetti reali, sostenendo la PMI in difficoltà e garantendo un livello di protezione sociale di alto profilo grazie ad un ricco welfare state europeo.

- L’ultimo punto è strettamente legato al secondo ma prende le mosse dal recentissimo dibattito conflittuale interno all’Unione circa le proposte di regolazione delle emissioni di anidride carbonica secondo il nuovo pacchetto 20/20/20 (Vedi: UE piano clima: buone intenzioni, scarsi mezzi). La prospettiva ecologica potrebbe rivelarsi il miglior modo di guardare al problema: abbiamo già detto che la crisi è fondamentalmente una crisi di fiducia (Vedi Comunicato stampa della Gioventù Federalista Europea:Federazione europea o catastrofe economica!) perciò l’unica soluzione possibile è trovare il modo di invertire il trend di sfiducia nel sistema suggerendo un punto di vista completamente differente, capace di trasformare quelli che oggi appaiono come vincoli in ghiotte opportunità. Naturalmente questo punto di vista non può essere altro se non la possibilità di ricostruire dalle macerie del “crollo” una società più equa e sostenibile. In particolare le istituzioni europee e mondiali dovrebbero lanciare una grande campagna a favore della riconversione ecologica dell’economia

... ricostruire dalle macerie del crollo una società più equa e sostenibile ...

che, a differenza di quanto sostenuto da alcuni paesi (Polonia ed Italia in primis) e dalla maggior parte degli industriali, permetterebbe al sistema economico di planare dalle vette della speculazione alle più dolci pianure della produzione reale, creando occupazione, diffondendo conoscenza e permettendo alla III rivoluzione industriale di realizzarsi in pieno.

L’economia verde può rappresentare il più grande business del nostro tempo e non un triste ricettacolo di buone intenzioni da ricacciare nel dimenticatoio ad

... economia verde e capitalismo naturale ...

ogni minimo segnale di stagnazione; affinché abbia successo questo “capitalismo naturale” ha però bisogno di incentivi e di una spinta propulsiva, una spinta che potrebbe nascere proprio da quegli investimenti continentali finanziati con gli Union Bonds citati al punto precedente

Per concludere, la crisi finanziaria e quella ambientale sono inscindibilmente legate assieme e sarebbe un grande errore sottovalutare la loro stretta relazione mentre tentiamo di uscire dal circolo vizioso del panico e della recessione; solo imparando a guardare i problemi in maniera sistemica e globale potremo sperare, in un prossimo futuro, di tornare a vivere in un mondo di pace, benessere e sviluppo sostenibile, ricordando la crisi del 2008 solo come un grande, brutto sogno.

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P.S.

Fonte dell’immagine: International Herald Tribune

Tuoi commenti

  • su 16 ottobre 2008 a 17:04, di Massimo Contri In risposta a: Cambio di prospettiva

    Mi sembra ottima l’osservazione del terzo punto. Gli stati, con Italia e Polonia in prima fila, vogliono abrogare il piano clima lanciato dall’Unione Europea perchè troppo costoso in momenti di crisi come questo. Mi sembra invece stia proprio lì il punto in cui si gioca il rilancio della fiducia e dell’economia.

    Pensare di riprendersi in maniera stabile da questa crisi riproponendo lo stesso modello di sviluppo basato su debiti, consumi, inquinamento è la vera utopia. Il rilancio passa anche dalla nuova linea: sobrietà (risparmio), investimenti (Union Bonds), ambiente e tecnologia d’avanguardia (Governo federale europeo dell’economia).

    ciao Massimo

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