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Un semestre in Ungheria: tra Erasmus, nazionalismo e antisemitismo

, di Leonie Martin, Traduzione di Stefania Carrer

Tutte le versioni di questo articolo: [Deutsch] [italiano]

autori

  • JEF Maastricht | Studiert European Studies an der Universität Maastricht und verbrachte das letzte Semester als Erasmus-Studentin an der Corvinus Universität in Budapest.

  • Membro della GFE, sezione di Trento

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L’inizio: Media imperscrutabili

La dibattuta legge sui mass-media era già da tempo in vigore quando ad inizio settembre arrivai a Budapest e cominciai ad ambientarmi. “In ogni caso non capirò le notizie”, pensavo fra me e me, “non avendo alcuna competenza linguistica”. Con il senno di poi noi studenti Erasmus capimmo che benchè tutti la pensassimo così, ciò non era affatto vero: anche se la lingua era difficile da comprendere, sia la gestualità degli speaker così come le immagini in televisione veicolavano una certa particolare atmosfera. In confronto alle pagine in lingua tedesca o inglese balzava anche all’occhio che certe notizie, di forte impatto, a volte venivano omesse o riportate in maniera totalmente diversa.

In generale consideravo l’Ungheria un paese veramente bello. Non posso che consigliare a tutti di visitarlo e assaporarne la cultura. Ma giorno per giorno in cui ero lì, facevo esperienze o ne discutevo, cresceva in me una sensazione in parte solo strana e che in parte assomigliava ad una sorta di impotenza.

I nazionalisti marciano ancora

In ottobre venni a sapere dal telegiornale che il teatro proprio dietro l’angolo avrebbe avuto un nuovo direttore artistico. Significativo di tale notizia: nominato era un esponente di estrema destra associato con lo Jobbik, partito il cui nome significa più o meno “migliore”. Egli avrebbe fatto cessare la “morbosa egemonia liberale”, riportava il notiziario. Inoltre bisogna sapere che al giorno d’oggi in Ungheria “liberale” è un termine dispregiativo per gli ebrei. Uno degli obiettivi del direttore era cambiare il nome del teatro in “ Hátorszag” che significa “Fronte interno”- del resto il teatro confinava con il vecchio quartiere ebraico. Il giorno seguente andando alla stazione della metropolitana passai davanti al teatro e lo osservai attentamente. Dunque vi regnava ora un’estremista di destra? Una settimana dopo fu evidente che più bandiere ungheresi erano state appese all’edificio.

Il giorno della rivoluzione: meglio rimanere a casa

A fine Ottobre l’Ungheria commemorava la Rivoluzione del 1956 contro l’Unione Sovietica, che per dieci giorni rese Budapest scenario di una guerra civile. All’epoca gli studenti organizzarono una dimostrazione di massa, reclamando libertà di opinione e maggior indipendenza dall’Unione Sovietica. 200.000 persone risposero all’appello. Nei giorni seguenti vi fu un’accanita resistenza degli insorti contro i carri armati, ma ciò portò solo all’ulteriore invio di truppe, che cominciarono a far fuoco sui dimostranti. Circa 2500 Ungheresi e 750 soldati sovietici persero la vita. In seguito l’Ungheria rimase membro del Patto di Varsavia ed ogni opposizione fu repressa. Tuttavia, in confronto con il precedente austero governo Rákosi, l’Ungheria concedeva in parte maggiori libertà. Nondimeno la Rivoluzione rimaneva un argomento tabù all’interno delle famiglie stesse e molti cominciarono a parlarne solo dopo la fine della guerra fredda.

Tra noi studenti Erasmus correva voce che non si doveva uscire dopo le ore 19, se non strettamente necessario. La gente era in agitazione in quei giorni e una dimostrazione a favore della democrazia era degenerata un paio di anni prima. Ci si aspettava anche per i primi giorni della commemorazione del 1956 una rivolta di tal genere e non era possibile prevedere come sarebbe andata a finire. Successivamente fu noto che i dimostranti si dispersero pacificamente, almeno per quanto ne so.

Tuttavia una nuvola di estremisti invase l’intera giornata. Radicali di destra marciavano festanti con le loro bandiere in spalla attraverso la città fino al luogo della manifestazione.

Mentre i nazionalisti festeggiavano la rivolta, altri la consideravano una menzogna. Durante uno speciale “tour del 1956” attraverso la città fummo accostati da alcuni ungheresi della nostra età ubriachi. Confermarono esattamente ciò che ci aveva detto in precedenza la guida turistica: che molte persone avevano imparato a scuola che la rivolta era stata solo un’invenzione. Erano i sovietici ad aver salvato l’Ungheria.

Un ungherese ubriaco cominciò a seguirci per la città e a commentare regolarmente il nostro Tour con “THAT’S A LIE. SOVIETS HELPED!” fin quando non raggiungemmo la dimostrazione della Fidesz (Unione Civica Ungherese), dove si lanciò entusiasta nella massa e si unì a quelli di destra. Pazzo mondo!

I senzatetto diventano criminali

Ad inizio dicembre fu introdotta la legge sui senzatetto, che vietava tale condizione di vita a Budapest e in tutta l’Ungheria. Nel frattempo i critici facevano presente che i posti per accogliere i senzatetto erano troppo pochi. Ciononostante da dicembre quattro poliziotti dalle spalle larghe setacciavano metodicamente la metropolitana. Quando scorgevano un senzatetto, brandivano i loro manganelli e si avvicinavano lentamente al “delinquente”. Tuttavia non ho mai visto richiedere il pagamento della multa del valore corrispondente a 600 euro. Normalmente non do mai volentieri soldi per la strada, anche a causa del mio risicato budget da studente, ma in una sorta di mini ribellione ho cominciato a tenere sempre un paio di monetine in tasca: 100 fiorini, 200 fiorini, circa 30-60 centesimi, in modo da poter allungare ogni giorno qualcosa ad un senzatetto.

L’Università: il luogo per le parole franche

I corsi che frequentavo sono sempre stati un’ottima piattaforma per discutere su questi fenomeni e per farsi spiegare di volta in volta dal professore lo stato attuale dei fatti. Un esempio: nelle ultime ore di Università un americano raccontò di aver visto morire davanti a sé un ungherese per abuso di droghe in discoteca. Tuttavia non era riuscito a leggere niente a riguardo, anche se aveva preso da parte un amico ungherese e passato in rassegna le notizie insieme a lui. Il professore in un primo momento non disse niente, ascoltò i nostri pareri e poi ci disse che solo una determinata percentuale di notizie poteva trattare di reati. La spiegazione poteva essere questa.

Una mia compagno ungaro-svedese si riallacciò al sentimento di angoscia, dominante ovunque, e raccontò che la settimana precedente aveva preso l’autobus. La milizia era salita e aveva chiesto ad ogni passeggero se fosse ebreo. Ci disse che lo facevano spesso. “E poi?” le chiedemmo. “Beh poi”, disse, “poi cacciano gli ebrei dall’autobus.”

Una studentessa israeliana disse che la parola “zsidó”, ebreo, era tornata ad essere un’offesa. Poco tempo prima era stata insultata per strada da alcuni membri dello Jobbik. Il perché, non lo sapeva. “Tu sei un’ebrea!” era volato sopra la sua testa. Con orgoglio ci riferì la sua risposta “Sì, lo sono” aveva replicato e se ne era andata.

Storie come questa mi ricordano le atrocità dell’epoca nazista, così come apprese dalle lezioni di storia. Nutro un grande rispetto per le persone che sul posto sanno tener testa a tale pressione.

L’arrivo della nuova costituzione

Il 2 Gennaio fu un altro giorno particolarmente sentito dalla città. Il viale Andrassy ut viene sbarrato e molti poliziotti sorvegliano l’imponente Teatro dell’Opera. Informandomi al Teatro, vengo a sapere che proprio lì quella sera sarebbe stata sottoscritta la nuova costituzione. La cassiera parla con entusiasmo di tutti gli importanti politici che sarebbero arrivati e della nuova mostra alla galleria nazionale voluta con la costituzione come simbolo dell’identità nazionale.

Nel corso della giornata mi accorgo che l’intera strada sotto la mia finestra si era riempita di auto della polizia. Le moto corrono, i poliziotti sono armati e all’erta. La manifestazione dell’opposizione avrebbe dovuto tenersi proprio davanti all’Opera e i poliziotti avrebbero dovuto tener lontani i dimostranti dall’Opera, dalla costituzione e dai politici. Con un’amica prendo parte alla manifestazione. Ci facciamo spazio tra la gente, ce n’è molta. All’inizio ci arrangiamo con il nostro ungherese “da supermercato”, poi un ungherese entusiasta ci aiuta e ci traduce fino alla fine della manifestazione tutti i discorsi in inglese e in tedesco.

Più tardi ci accorgiamo che la televisione di stato non ha fatto lo sforzo di riprendere tutti i dimostranti. Al contrario trasmette solo una registrazione della protesta, che mostra solo una manciata di persone di fronte al teatro.

La tattica dell’Ungheria: dall’esterno il vicino gentile

Due settimane più tardi siedo nella mia cucina di Budapest e seguo con vivo interesse la discussione nel Parlamento europeo con Viktor Orbán, il Primo Ministro della Repubblica Ungherese. Come reagiranno i parlamentari?

A mio parere il caso dell’Ungheria è l’occasione per l’UE di prendere una decisione su se stessa: è solo un’unione economica o anche una comunità internazionale che si fonda su valori come la libertà di opinione? Eclatante l’argomentazione ungherese: come primo stato europeo vengono incorporati nella costituzione i diritti delle minoranze. Esattamente la stessa strategia che si poteva evincere quando l’Ungheria occupava la Presidenza del Consiglio: mentre il Governo introduceva nel paese la legge sui media, nell’UE si lavorava alla cosiddetta “Strategia Rom”. Bella fuori, marcia dentro.

Stavo riflettendo ancora su questa constatazione, quando il Ministro UE Szájer si alza a difesa della nuova costituzione e dell’Ungheria: “Gli ebrei non abbiano alcun timore dell’antisemitismo in Ungheria!”. Di colpo mi sento nauseata.

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P.S.

Immagine: manifestazione a Budapest. Fonte: Flickr

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