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Don’t touch my Schengen!

, di Leonardo Zanobetti, Matteo Gori

Il Trattato di Schengen è uno dei risultati più importanti conseguiti dall’Unione Europea. La libera circolazione delle persone assume un significato del tutto particolare in una realtà che ha sperimentato la distruzione causata da due guerre devastanti e la vergogna di un muro tirato su in fretta e furia nottetempo, crollato finalmente sotto i colpi del desiderio di libertà. Sono quegli eventi ad avere ispirato l’ideale di un’Europa unita e solidale, democratica e aperta, ma la paura sembra obliarne il ricordo.

Gli attentati di Parigi sono stati un’autentica occasione per i nazionalisti. Senza alcun riguardo, hanno speculato sulla violenza per alimentare la paura e perorare la propria causa di homo homini lupus. Da ogni parte si sono levati in disordine annunci di iniziative unilaterali contro il rischio del terrorismo veicolato dall’immigrazione. In virtù delle frequenti eccezioni che caratterizzano le normative europee e le rendono spesso del tutto inutili, la «minaccia grave per l’ordine pubblico e per la sicurezza interna» ha condotto la Francia ancora dolente per gli attacchi terroristici a ripristinare i controlli alle frontiere. Per non essere da meno, anche la Germania, l’Austria, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e i Paesi Bassi hanno ripristinato, ciascuno con il proprio estro e la propria dose di nostalgia, i controlli alle proprie frontiere, siano essi sistematici o a campione. Per questo, oggi Schengen corre seriamente il rischio di dissolversi.

L’obiettivo coraggioso del Trattato di Schengen è di «abolire controlli interni tra gli Stati firmatari e di creare una frontiera esterna unica» lungo la quale porre in atto controlli con le stesse modalità, al fine di garantire la sicurezza ai cittadini europei ma anche consentire loro di sentirsi a casa in ogni angolo d’Europa. Se da una parte l’introduzione della libera circolazione delle persone nell’acquis definito dagli accordi ha portato indubbiamente ad un risultato senza precedenti, non si può certo dire altrettanto del controllo delle frontiere esterne.

Tra le tante condizioni che gettano ombre sul futuro dell’Unione Europea e ne pregiudicano la stabilità, c’è l’inusitata ondata migratoria che sta interessando la frontiera meridionale ed orientale. Il flusso di migranti si riversa sui confini europei ormai da mesi, senza che ancora si sia trovata una linea di intervento condivisa per affrontare e contenere la pressione, portando avanti al contempo l’impegno umanitario che ha da sempre distinto l’UE. Ma la pressoché completa assenza di coordinamento delle politiche migratorie non è certo imputabile alle istituzioni europee, bensì è il rovinoso risultato della miopia sciovinistica degli Stati membri, che rendono impossibile agire in maniera coordinata ed equa.

I famosi piani di ricollocamento dei richiedenti asilo non sono mai entrati concretamente in vigore. Gli hot spot per l’identificazione nemmeno. La ragione è una sola: non c’è un organismo a livello europeo che abbia potere decisionale che non sia intaccato dalle pretese particolaristiche degli Stati membri. Diffusamente, gli Stati hanno ritenuto opportuno prendere le proprie contromisure per limitare l’afflusso di migranti ed evitare il free riding degli altri membri.

La Germania, dopo una plateale e appassionata dimostrazione della Wilkommenskultur ripristina pro tempore i controlli alle frontiere con l’Austria, e fa i conti con l’imbarazzo politico della notte di Capodanno a Colonia, mentre foraggia con più di due miliardi la Siria. L’Italia, che ormai da anni fronteggia gli sbarchi sulle proprie coste meridionali riesce ad ottenere nel tempo solo minimi impegni dall’Unione Europea, ma forse anche perché continua a mirare alla ceca contro gli eurocrati. La Danimarca si spaventa, e chiude i propri confini, come tutto il Nord Europa, che dimentica come si fa ad accogliere e si isola e si disinteressa. Il Regno Unito negozia accordi per mantenere i benefici della propria presenza nell’Unione e disfarsi di tutti gli oneri, migranti compresi. A Calais ne sanno qualcosa, e allora i francesi cercano almeno di fermare gli ingressi irregolari alla frontiera di Ventimiglia. L’Austria, stretta tra due fuochi, si trincera sospendendo Schengen anch’essa. E poi c’è Visegrad, gli ultimi che si credono primi. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e, dulcis in fundo, l’Ungheria del «dittatore» Viktor Orbán, il visionario del filo spinato e della grande muraglia. Accomunati dall’essere tra i maggiori beneficiari rispetto al proprio PIL delle risorse del Fondo sociale europeo, questi Stati orfani dell’URSS si trovano anche d’accordo sull’opporsi ad alcune politiche dell’Unione Europea, come quelle climatiche. E sfruttano il fervore xenofobo e la paura della povertà che hanno vissuto per porre ciascuno in atto qualche puntuale modifica illiberale ad hoc che suscita troppo caute perplessità in Europa. Senza dimenticare che un po’ dappertutto si sono affermati partiti euroscettici e razzisti.

Dinanzi all’evidenza dei rischi a cui l’Unione europea è esposta, è necessario affermare ancora con più forza che bisogna procedere verso una maggiore integrazione politica, sulla base di un calendario preciso di riforma dei trattati e delle istituzioni europee. Il Trattato di Schengen deve rimanere in vigore, ed è necessario dare alla Commissione europea poteri e risorse per rafforzarlo. Questo significa attuare un controllo congiunto delle frontiere esterne che preveda la nascita di un corpo di polizia di frontiera e una guardia costiera europee, insieme allo sviluppo di un’efficace forza di intelligence unica. Parimenti, gli hot spot non possono essere l’unica soluzione alla gestione dell’immigrazione, ma devono essere integrati da una politica di ricollocamento equa e solidale che, naturalmente, venga implementata. La risposta al terrorismo e all’immigrazione di massa non è ritornare a deleterie politiche beggar-thy-neighbour questa volta applicate ai flussi di migranti, che sono destinati a essere un fenomeno che perdurerà nel tempo. Servono dunque strumenti comuni e finalmente in grado, perché gestiti da un unico organismo, di essere all’altezza dei problemi che sono atti ad affrontare.

Ma più in generale occorre spingere la riflessione anche oltre le necessità contingenti, puntando a risolverle nel lungo periodo. Perché solo l’Europa, nelle variabili geo-politiche attuali, può colmare un vero e proprio vuoto di potere che si è formato ai suoi confini. Lo può fare assumendo un ruolo attivo e positivo rispetto a ciò che la circonda, con un piano che miri a promuovere pace, sviluppo sostenibile e democrazia, soprattutto nell’area mediterranea. L’UE deve puntare alla pacificazione di quest’area, provvedendo sia alla propria sicurezza interna (con la suddetta guardia di frontiera comune) che a quella internazionale (impiegando forze di peacekeeping). È altrettanto evidente però che lo sforzo europeo non può essere solitario. Deve essere accompagnato da tutti i soggetti attivi nell’area. Diventa così imprescindibile convocare una conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo - sul modello della Conferenza di Helsinki (1975) che avviò la distensione tra i due blocchi (Est e Ovest) durante la guerra fredda – con la partecipazione di tutti gli Stati della regione e delle grandi potenze. Solo un negoziato diplomatico così ambizioso potrà isolare e sconfiggere il terrorismo islamico ed è l’Europa che può portare avanti questo progetto e far seguire alla pacificazione un piano di sviluppo per l’Africa e il Medio – Oriente. Ora è il tempo di farlo, prima che sia troppo tardi.

In seguito a queste considerazioni, non possiamo come cittadini europei rimanere indifferenti. Per questo la JEF Europe ha deciso di lanciare la campagna pan-europea #DontTouchMySchengen, che ha coinvolto piazze e social network, nella settimana dal 2 al 6 Febbraio. Per difendere le nostre libertà e i nostri valori, abbiamo puntato al massimo coinvolgimento possibile: associazioni, partiti, e tutte le parti della società civile che avvertissero la nostra stessa urgenza. Un’urgenza appunto, che abbiamo deciso di soddisfare organizzando manifestazioni di vario genere in giro per l’Italia, così come è stato fatto in giro per l’Europa. Verona, Milano, Firenze (visibile qui), Pescara, Roma, Napoli lungo la penisola, si sono unite alla mobilitazione diffusa in tutto il continente dalla Francia (Strasburgo, Lione, Parigi, Bordeaux, Rouen) all’Ucraina (Lviv, Kiev), dalla Germania (Costanza, Münster, Berlino) alla Danimarca (Aalborg) passando per il Belgio (Bruxelles). Noi europei, mai come adesso siamo chiamati ad agire per difendere la nostra comunità dalla miopia di certa classe politica, dalla xenofobia, dai particolarismi. Tutti elementi che ci vorrebbero divisi, come frontiere del XXI secolo che non vogliamo veder risorgere.

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P.S.

1. L’articolo è una versione estesa di quello pubblicato da L’Eco del Nulla

2. Fonte immagine GFE Firenze

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