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L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

, di Jacopo Barbati

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Formalmente, le lingue ufficiali dell’Unione europea sono 24 ma molto spesso le comunicazioni ufficiali vengono redatte e tradotte in tre sole lingue: francese, inglese, tedesco.

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Regolamenti pilateschi

Il documento che regola la delicatissima questione del multilinguismo all’interno dell’Unione è il “Regolamento n° 1 che stabilisce il regime linguistico della Comunità Economica Europea” del 1958 [1], ovviamente integrato dai cambiamenti istituzionali che si sono susseguiti fino ai giorni nostri. Tale documento contempla la lista delle “lingue ufficiali e di lavoro” (attualmente bulgaro, ceco, croato, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco, ungherese) – ossia quelle in cui è possibile scrivere e ottenere risposta dagli organi UE e nelle quali devono essere redatte i regolamenti e gli atti normativi dell’Unione – ma rimanda in maniera pilatesca ai singoli Stati membri e alle singole istituzioni le “modalità di applicazione del presente regime linguistico”. Ciò significa che, per esempio, la Commissione europea ha adottato francese, inglese e tedesco come lingue procedurali; mentre il Parlamento europeo regola il numero di traduzioni in base alle richieste dei parlamentari. Tali scelte sono motivate dalla necessità di risparmiare tempo e denaro.

Iniquità brevettate

Il punto è che tali prassi rischiano di danneggiare i cittadini che non sono in grado di padroneggiare adeguatamente le tre lingue dominanti. Giova ricordare che l’unico tentativo di affrontare il problema del multilinguismo fu quello, fallimentare, della cosiddetta “Strategia di Lisbona”, che prevedeva il raggiungimento, per ogni cittadino europeo, di un buon livello di competenza linguistica in almeno due lingue comunitarie oltre alla propria lingua madre, senza specificare – giustamente – la presenza di lingue più “utili” di altre. In pratica, una persona che sappia parlare perfettamente estone, finlandese e ungherese (un esempio tra tanti) sarebbe un cittadino modello secondo gli obiettivi del 2010, ma non sarebbe in grado di capire molti dei documenti della Commissione. Si capisce bene che c’è qualcosa che non va.

Si è a lungo parlato del brevetto unico europeo, che prevede che i progetti vengano sottoposti esclusivamente in una delle oramai note tre lingue, con costi aggiuntivi di traduzione per chi non può provvedere autonomamente. L’Italia e la Spagna presentarono ricorso ma non ebbero molta fortuna: il brevetto trilingue è divenuto realtà.

Più fortuna ha avuto di recente un altro simile ricorso italiano presso il Tribunale della Corte di giustizia europea, che ha ritenuto che i bandi trilingui per posti di lavoro all’interno delle istituzioni creassero delle iniquità tra i candidati, privilegiando francofoni, anglofoni e germanofoni rispetto agli altri  [2]. Cosa inaccettabile, stando alla Carta dei diritti fondamentali; nonché – si potrebbe aggiungere – ai diritti costituzionali di molti Paesi e anche al buon senso.

Una lingua franca per gli Stati Uniti d’Europa

Il problema deve necessariamente toccare anche i fautori della federazione europea. Gli Stati Uniti d’Europa non possono prescindere da un’unica lingua procedurale. Per non cadere nei soliti errori, essa dovrà essere necessariamente una lingua franca che non possa portare vantaggi a nessuno. In pratica, una lingua artificiale, oppure estinta, oppure viva ma non parlata in Europa; per ovvi motivi, la prima opzione appare la più praticabile. Detto questo, l’eventuale introduzione di una lingua franca dovrebbe essere un mero strumento e non può e non deve mortificare la ricchezza culturale europea data dal multilinguismo: le lingue veicolano cultura e la cultura europea è un patrimonio di tutti. Manca una politica in tal senso; basti pensare che anche negli Stati con un numero maggiore di scuole e Università (come l’Italia) non vi è un’offerta didattica tale da coprire l’insegnamento di tutte le lingue dell’UE.

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Tuoi commenti

  • su 19 settembre 2013 a 10:44, di carlo ceruti In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    dobbiamo essere pratici. Dobbiamo scegliere come unica lingua europea l’inglese. Ammiro il presidente della Geramania che ha raccomandato di studiare tutti l’inglese. La lingua straniera che conosco meglio è il tedesco, poi viene il francese, poi l’inglese. Eppure voto anch’io per l’inglese. Ho letto in inglese migliaia e migliaia di pagine tecniche e scientifiche. Non saprei conversare in inglese al di fuori della tecnica, ma mi sembra assurdo perdere il tempo a studiare una lingua artificiale, con tutto quello di più importante che dobbiamo fare. Qualora imparassimo una lingua artificiale per l’Europa, dovremmo ancora studiare l’inglese per necesseità tecniche, scientifiche, commerciali. Per intenderci con gli indiani e molti altri popoli. Meglio pensare prima a studiare e imparare per uscire dalla crisi. Studiare una lingua artificiale europea sarebbe un semplice spreco. Se non fossi vecchio e rimbambito, studierei semmai il cinese.

  • su 19 settembre 2013 a 16:10, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Gentile Carlo, la ringrazio per aver risposto. La questione che ho posto ha una soluzione molto pratica: le lingue artificiali sono estremamente semplici da imparare (per l’esperanto, per esempio, basterebbero in media 7 mesi quando per l’inglese - lingua tutto sommato non troppo difficile - ci vorrebbero in media 7 anni di studi per raggiungere un buon livello). Ciò vuol dire che, se per assurdo passasse la linea sull’uso della lingua franca, basterebbe insegnarla per un anno solo, in prima elementare per esempio. Dopodiché ci si può dedicare allo studio di qualsiasi altra lingua (per esempio l’inglese, per non essere tagliati fuori dal resto del mondo, come giustamente ricordava lei). Io, oltre all’italiano, parlo a buon livello l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo. Me la cavo con il serbocroato e il finlandese. Ho preso lezioni di arabo e di ungherese. Amo le lingue, ma non posso accettare di dovermi sottomettere (perché di questo si tratta) a un dominio CULTURALE anglosassone ingiustificato e immotivato (è sotto gli occhi di tutti il fatto che in questi anni il «dominio» socio-culturale in Europa è esercitato dalla Germania; pertanto dovremmo parlare tedesco - anche perché è la lingua che conta più madrelingua in Europa). Non c’è nessun motivo per cui il madrelingua inglese, francese o tedesco sia avvantaggiato sugli altri cittadini europei nelle questioni lavorative, perché di questo si tratta se si pubblica un bando rivolto a tutti i cittadini UE ma scritto in sole tre lingue. È INGIUSTO e lo ha riconosciuto anche la Corte. Il problema esiste, e la soluzione è quella di mettere tutti i cittadini allo stesso livello. La soluzione unica possibile, che ci piaccia o no, è quella di far imparare una lingua nuova a tutti, britannici inclusi: perciò la lingua procedurale dell’UE (e della futura Federazione) non può essere in alcun modo l’inglese. Una lingua artificiale sembra, per me, essere l’unica soluzione plausibile e anche - come detto - facilmente realizzabile, se solo lo si volesse veramente. Se si fosse partito con l’insegnamento dell’esperanto nelle scuole all’epoca del Trattato di Maastricht, l’attuale popolazione 6-25 sarebbe in grado di capire un bando scritto in esperanto. Spero di essere stato chiaro.

    Saluti, Jacopo Barbati

  • su 19 settembre 2013 a 21:56, di Giorgio Pagano In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Sebbene la discriminazione linguistica sia condannata dall’art. 2 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, e se ne faccia espressamente divieto agli art. 21 e 22 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, che è diventata giuridicamente vincolante dal 1° dicembre 2009 con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il fenomeno a cui noi stiamo assistendo da italiani è quello di una svalutazione progressiva della nostra lingua madre e dei nostri madrelingua, a cui si contrappone una sopravvalutazione dell’inglese e degli anglofoni per diritto di nascita. Se gli Stati Uniti hanno spesso ribadito l’importanza vitale per la loro economia della disparità linguistica di cui godono, gli italiani sembrano aver contratto, a partire dal Dopoguerra, una sindrome di Stoccolma elevata a potenza nei confronti degli americani e degli inglesi, che l’anglofilia smodata di Sordi nel suo ruolo più celebre di “americano a Roma” ritrae molto più cautamente di quanto non faccia, ad esempio, la Riforma dell’Istruzione firmata dal ministro Gelmini o il signor Carlo. I risultati li vediamo nella posizione di svantaggio in cui si trovano i nostri studenti e lavoratori rispetto a quelli inglesi. Il bello è che le Gelmini o i Ceruti vorrebbero certificarla.

  • su 25 settembre 2013 a 21:45, di Tore In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Al mondo ci sono decine di lingue «artificiali» imposte. Quello della scorciatoia inglese sarà utile nell’immediato ma crea una sperequazione già all’origine. La prima, ovvia, tra i madrelingua e chi la impara. Sanabile con una cura che è più grave del male: diventare tutti di madrelingua inglese. La seconda, culturale. In definitiva autodefinire la propria lingua come secondaria ed accessoria nei confronti di un’altra, quale l’inglese, impostasi per motivi esclusivamente economici e non giustificabile in nessun modo in ambito europeo, dove i madrelingua inglese sono numericamente allo stesso livello (se non inferiore) a quelli di lingua tedesca, francese, italiana, spagnola e polacca. Domanda: ma perché inglese e non tedesco, spagnolo, francese o italiano?

  • su 26 settembre 2013 a 19:38, di beatrice olivieri In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Scusi, capisco bene l’italiano ma posso rispondere solo in francese, che à mia lingua materna: Il ne manque à cet article que la conclusion qui s’impose: la langue commune de l’Europe a existé jusqu’à la fin du XIXe siècle: c’est le LATIN. Je lis et écoute régulièrement les infos en latin publiées par la radio finlandaise: tapez «nuntii latini» et vous verrez que TOUTES les actualités peuvent être traitées en latin, les néologismes sont facilement compréhensibles, la syntaxe est simple pour quiconque a fait un peu de latin, on s’habitue très vite. Les finlandais ont d’autant plus de mérite d’avoir lancé ces Nuntii Latini que leur langue: le finnois, n’est pas une langue latine, pas même une langue indo-européenne; mais ils reconnaissent un fait de civilisation. Si vous n’êtes pas encore convaincus, consultez le dictionnaire de latin contemporain mis à jour annuellement par le Vatican. Commet croyez-vous que communiquent les évêques du monde entier? Un mot encore: je suis professeur d’anglais à la retraite. J’aime l’anglais, je ne peux être taxée d’anglophobie! Mais la langue des Européens doit leur être spécifique, c’est une question d’identité; elle ne doit pas nn plus favoriser les uns ou les autres. N’’invoquez pas la difficulté! Si les Israéliens l’ont fait avec l’hébreu, nous pouvons le faire! OMNES CIVI EUROPEI ! Beatrice

  • su 26 settembre 2013 a 22:40, di beatrice olivieri In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Sono completamente d’accordo con Jacopo Barbati ma tutti gli argomentazioni en favore dell’esperanto valgono lo stesso per il Latino. (cf. il mio precedente commento). Basta un’anno per imparare tanto Latino quanto è necessario per communicare. Basta una generazione per cambiare l’attitudine generale verso il problema linguistico. OMNES CIVES EUROPAEI (scusa l’errore di battitura nel messaggio precedente)

  • su 20 ottobre 2013 a 22:09, di Xavi In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Non sono d’accordo sul fatto che si debba preferire l’inglese ad altre lingue europee sia per motivi di giustizia nei confronti delle altre lingue sia perchè per motivi di patriottismo non sopporterei di dover usare (in ambito istituzionale) una lingua che non sia la mia, detto questo concordo pienamente sull’idea di utilizzare una lingua franca. Tuttavia l’esperanto mi sembra un’ ipotesi piuttosto debole, e in tutta sincerità credo di non aver mai letto una lingua che suoni peggio. Il latino invece a mio parere potrebbe essere una valida alternativa, in quanto è l’unica lingua che (sebbene morta) accomuni tutti i popoli europei, e con un po’ di buona volontà e impegno potrebbe essere insegnata, credo, altrettanto facilmente che l’inglese ovviamente con strumenti opportuni e iniziando a insegnarla già dalle elementari.

  • su 27 ottobre 2013 a 19:32, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Alcune obiezioni a chi preferirebbe l’esperanto all’inglese: 1. l’inglese è una lingua già molto diffusa in Europa, mentre l’esperanto è praticamente sconosciuto. Quindi lo sforzo per diffondere l’inglese è già ben avviato, per l’esperanto si può dire non sia mai iniziato. 2. vi sono in Europa più persone in grado di insegnare l’inglese a chi non lo conosce ancora che persone in grado di insegnare l’Esperanto (o qualunque altra lingua) a chi ancora non lo conosce. Formare un insegante costa tempo e denaro, ma se l’inglese non dovesse più servire per viaggiare in Europa, sostituito dall’Esperanto, tanti insegnanti d’inglese in tutta Europa resterebbero senza offerte di lavoro dopo tanti studi, mentre le scuole avrebbero difficoltà a trovare insegnati di Esperanto bravi e certificati. 3. le opere scritte o tradotte in inglese, che siano articoli scientifici, saggi di filosofia o canzoni pop, superano per numero a livello mondiale quelli scritti in qualunque altra singola lingua; la differenza diventa ancora maggiore se consideriamo le opere più importanti o di maggior successo a livello mondiale. Ognuna di queste opere è un aiuto e al tempo stesso un motivo per imparare. Shakespeare non ha mai usato l’Esperanto... e neanche Shakira. E l’inglese è una lingua che chi vuole mettersi in contatto con il mondo deve sapere...

  • su 27 ottobre 2013 a 19:35, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    4. L’inglese è una lingua semplice. Non è vero che ci vogliono 7 anni per padroneggiarla. Trasmettiamo in inglese tutti i cartoni animati e i film stranieri, e tra 2 anni ne riparliamo... 5. l’idea di non favorire i Paesi anglofoni è masochista perché per non favorire uno si danneggiano tutti! 6. i Paesi europei di madrelingua inglese hanno un piede fuori dall’UE e l’adozione di una lingua franca, fosse anche l’inglese, se unita a una maggiore integrazione politica (e a maggior ragione in caso di costituzione degli Stati Uniti d’Europa!), li convincerebbe ancora di più ad andarsene e così la lingua inglese non favorirebbe nessuno dei Paesi rimasti. 7. immaginiamoci tra 50 anni un’Europa unita sotto il segno dell’Esperanto, in procinto di accogliere nel suo seno un nuovo stato membro, la Svizzera ad esempio: gli svizzeri si troverebbero svantaggiati rispetto agli altri europei, tutti fluenti Esperantofoni; per evitare ciò dovremmo abbandonare l’Esperanto e adottare un’altra lingua che nessuno ancora conosca: ma non vi sembra assurdo?...

  • su 27 ottobre 2013 a 19:39, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    8. a ben guardare l’esperanto discrimina contro ungheresi, estoni e finlandesi che non parlano lingue indoeuropee, e contro greci e bulgari che usano alfabeti diversi da quello latino. E potrei citare russi, ucraini o marocchini ma mi sono limitato ai paesi attualmente membri dell’UE.

    Come convincere la gente a imparare l’Esperanto, una lingua che non permette di viaggiare in alcun Paese, in cui non è stata scritta nessuna opera irrinunciabile che non si possa tradurre efficacemente in inglese, che è priva di fascino e di storia? Gli Europei hanno già cominciato a imparare l’inglese e ne riconoscono i vantaggi: è facile, utile, divertente, vivo; certo gli inglesi non sono simpatici a molti ma le alternative sono tutte più costose e difficili da realizzare. E’ urgente che gli Europei diano vita a un dibattito sul loro futuro e questo non si può svolgere in 24 lingue: l’inglese non è il candidato ideale per una lingua franca, ma è la scelta più realistica che abbiamo. Bocciarlo sarebbe un clamoroso autogol dell’Europa nei confronti di un prodotto europeo dal successo mondiale! Perché? Solo per invidia? Per antipatia nei confronti dei britannici? Per «patriottismo»? Secondo me l’integrazione europea deve far piazza pulita di queste rivalità autolesioniste.

  • su 29 novembre 2013 a 18:14, di thetall82 In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Ho studiato l’esperanto qualche anno fa, progetto affascinante ma purtroppo un’utopia. L’inglese come lingua franca è per l’unica via percorribile, concordo pienamente con giuseppe marrosu e altri commenti analoghi.

    Giorgio

  • su 27 dicembre 2013 a 14:36, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Salve a tutti, e grazie per il dibattito che si è venuto a creare. Scusatemi per la tardiva risposta, ma il sistema non mi notifica i commenti e me ne sono accorto solo ora.

    Rispondo a Giuseppe Marrosu, punto per punto:

    0. (premessa): la mia proposta è quella di insegnare l’esperanto per uno o due anni alle scuole elementari (tanto basta per essere fluenti e anche per essere facilitati all’apprendimento di altre lingue - come dimostrato dagli studi di Helmar Frank, padre del «metodo Paderborn» https://it.wikipedia.org/wiki/Metodo_Paderborn e relative note). Dopo di questo, l’insegnamento dell’inglese o altre lingue alle elementari, medie, superiori e università rimarrebbe invariato rispetto a oggi.

    1. Vero, su questo le do ragione. Ma lo «sforzo» (l’insegnamento dell’esperanto) vale la candela (la parità linguistica).

    2. Formare insegnanti di esperanto è facilissimo. Diventare competenti in esperanto richiede pochi mesi e non anni, come accade invece con l’inglese o con qualsiasi altra lingua viva. Sul ruolo degli insegnanti di inglese, vedasi il punto 0.

    3. Vero anche questo, ma ciò non toglie che da ora in poi si potrebbe iniziare a produrre in esperanto. Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo la lingua franca degli scienziati era il francese, prima ancora era il latino. Ora e l’inglese e non vedo perché non potrebbe essere l’esperanto in futuro.

    4. Nessuna lingua si può imparare in due anni «trasmettendo cartoni animati». Ci vuole metodo e con applicazione si può imparare qualsiasi lingua in due anni. L’esperanto, con la stessa applicazione, si impara in una settimana (Tolstoj affermò di averlo imparato in una sera sola - per quanto questo possa valere). Le consiglio veramente di leggere, anche per semplice curiosità, una grammatica di esperanto o un corso di esperanto e si renderà conto che ciò che dico è vero.

    5. Non si «danneggia» nessuno. Imparare l’esperanto è facile (lo ribadisco), molto più facile che imparare l’inglese, ed è facile anche per gli anglofoni madrelingua. Si creano condizioni di parità. E mi scusi se è poco.

    6. Non credo che questa affermazione, tutta da verificare, aggiunga qualcosa alla discussione.

    7. Ciò vale anche se si adotta l’inglese come lingua procedurale (cosa che «de facto» sta accadendo). In Svizzera (per usare il suo stesso esempio) studiano inglese perché ne riconoscono l’utilità internazionale (lo fanno per «buon senso», diciamo così). Se la lingua procedurale dell’UE fosse l’esperanto, insegnerebbero anche esperanto. Poi, come detto nel punto 0, l’insegnamento dell’esperanto non «ruberebbe» più di due anni a quello dell’inglese o di qualsiasi altra lingua. [continua]

  • su 27 dicembre 2013 a 14:37, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    [continua] 8. Anche contro baschi e albanesi, se è per quello. Una lingua artificiale che abbracci tutte le famiglie linguistiche è impossibile da creare. Per finlandesi, estoni e ungheresi imparare l’esperanto sarebbe comunque più facile che imparare l’inglese (che appartiene comunque a una famiglia linguistica indoeuropea). Questo discorso non sta in piedi.

    Sul resto: come convincere la gente a studiare l’esperanto? Facendone la lingua procedurale dell’UE, per l’appunto, il legame tra tutti i popoli europei. Poter andare all’estero e non sentirsi isolati perché non si conosce la lingua locale (e di certo non si può pretendere che tutti i baristi o camerieri sappiano l’inglese o l’italiano). Che l’inglese sia «facile e divertente» è una SUA opinione e non un fatto. E il patriottismo c’entra poco: anche il Tribunale della Corte di giustizia europea ha ritenuto che i bandi trilingui per posti di lavoro all’interno delle istituzioni europee creino delle iniquità tra i candidati (l’ho scritto nell’articolo). Non mi sembra che ci sia altro da aggiungere.

    Saluti,

    Jacopo Barbati

  • su 27 dicembre 2013 a 15:57, di tnemessiacne In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Penso che l’esperanto puo essere come l’inglese.

    Una parte della popolazione ha accesso a diverse cose e gli altri no.

    Come fare per per avere l’esperanto e lottare contro le disuguaglianze ?

  • su 30 dicembre 2013 a 03:20, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Risposta a Jacopo Barbati (1/3; Mi scuso in anticipo per la lunghezza, spero che la pubblichiate ugualmente).

    Premessa sulla quale penso siamo d’accordo:

    Ritengo che per gli europei sia fondamentale che almeno alcuni territori si uniscano in un grande stato sovrano e democratico. Per questo è necessario che si scelga una lingua comune che sia non solo «procedurale» ma che possa entrare nella bocca e nelle orecchie del popolo. Solo così è possibile la partecipazione popolare al dibattito politico, indispensabile alla democrazia. Le alternative sono:
    - la rinuncia degli europei a contare nel mondo e dunque presto o tardi nelle loro stesse patrie storiche (dunque Europa debole);
    - la costituzione di un grande stato europeo non democratico governato da un’élite poliglotta (dunque Europa forte ma europei in massima parte sudditi). La prima ipotesi temo sia lo scenario più probabile per il futuro; la seconda situazione è molto simile a quella attuale ma non mi sembra stabile perché genera una reazione antieuropeista da parte dei cittadini tagliati fuori dalle decisioni prese a porte chiuse dai governanti, reazione che temo possa portare al fallimento del progetto europeo. Dunque, dicevamo, serve una lingua comune. La questione è: quale? Come sceglierla? Come imporla? Fine della premessa. Vogliamo l’esperanto? Vada per l’esperanto. Per me, mandarino, romeno, portoghese, ebraico, latino, romani, vulcaniano... purché lo si scelga, io sono d’accordo. Ditemi cosa dobbiamo imparare e io lo studierò e lo farò imparare a mio figlio. Il problema è che non sarà la superiorità teorica di una lingua piuttosto che quella di un’altra a determinarne il successo! Il greco, il latino, il francese e l’inglese si sono imposti (e i primi tre sono tramontati) come lingue comuni a causa dell’affermazione nei vari contesti storici di un’egemonia culturale (a sua volta prodotto di un’egemonia economica, politica e/o militare), da parte di una nazione o di un’altra. Oggi c’è l’inglese. C’è perché a livello mondiale esiste un’egemonia culturale degli USA che a sua volta si è sostituita a quella britannica. Non perché è più facile o versatile di altre lingue. Non perché l’abbiano scelto degli esperti sulla base di criteri scientifici e condivisi da tutti. Non perché gli uomini e le donne del pianeta abbiano deciso che così doveva essere. E neanche perché l’hanno voluto gli inglesi o gli americani. Semplicemente i britannici prima (dopo che gli inglesi avevano imposto la loro lingua anche a gallesi, scozzesi e irlandesi) e gli statunitensi poi sono diventati potenti, temuti e rispettati e piano piano tanta gente che non conosceva la loro lingua ha desiderato poterli capire e farsi capire da loro e dagli altri che avevano fatto lo stesso ragionamento: per fare affari (senza farsi fregare), per scambiarsi le idee. Così nascono le lingue franche.

  • su 30 dicembre 2013 a 03:21, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Risposta a Jacopo Barbati (2/3) Quale meccanismo proponiamo invece per imporre l’esperanto (lo chiede mi pare anche Tnemessiacne?) Una decisione di un pannello di esperti? Nominati da chi? Con quale autorità e autorevolezza? Una direttiva UE? E ci aspettiamo che nessuno dei 28 governi voglia e possa impedire che essa veda la luce? Una votazione democratica? E pensiamo che l’esperanto la potrebbe vincere?

    L’egemonia dell’inglese ha portato, certo, vantaggi a inglesi e americani, ma anche a chiunque abbia imparato a capirli e ad esprimersi come loro, come dimostra il successo dell’Irlanda nell’attrarre società USA in cerca di una sede europea. Ma l’affermazione dell’inglese come lingua comune informale è un vantaggio per tutti rispetto a un mondo-Babele in cui la conoscenza delle lingue sia distribuita a caso, perché consente di veicolare rapidamente idee e informazioni da una persona all’altra e perfino da una lingua all’altra, cioè anche tra due persone che non conoscono l’inglese, attraverso l’amplificazione consentita dalla traduzione in due passaggi: dalla lingua X all’inglese e poi dall’inglese alla lingua Y, W, K eccetera (al prezzo della minore fedeltà all’originale rispetto alla traduzione diretta).

    Alcuni considerano che se l’inglese venisse imparato perfettamente dai nostri bambini questo permetterebbe sì di eliminare la disuguaglianza tra loro e i bambini di madrelingua inglese, ma sarebbe «un rimedio peggiore del male». Io non sono d’accordo. I bambini saranno avvantaggiati se impareranno l’inglese e tutto il Paese lo sarà, se tutti i nostri bambini cresceranno con una buona conoscenza dell’inglese, così come sono avvantaggiati gli irlandesi e gli indiani che conoscono bene l’inglese, senza smettere di essere irlandesi e indiani (e di detestare gli inglesi, tra l’altro, alla faccia di chi teme l’omologazione). Far studiare ai bambini l’esperanto invece dell’inglese, allo stato attuale, significa sottrarre inutilmente il tempo all’apprendimento. Ecco cosa intendo per «danneggiare tutti».

    L’esperanto è in giro da oltre un secolo e ancora non lo conosce quasi nessuno. Non ha massa critica: è una lingua che oggi ha talmente pochi parlanti che è quasi inesistente rispetto a inglese, francese o tedesco. Perché sforzarsi di impararla se poi non ti permette di farti un amico in più o di leggere un libro in più, quando imparare una lingua naturale, fosse anche il maltese, ti apre un universo tutto da esplorare di centinaia di migliaia di persone, di decine di migliaia di testi e il territorio di un’intera nazione? Perché, risponde lei, le istituzioni dovrebbero decidere che tutti dovrebbero impararla e che ogni testo vi dovrebbe essere tradotto, a causa dei suoi vantaggi teorici... ma questa decisione non vedo come potrebbe aver luogo.

  • su 30 dicembre 2013 a 03:22, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Risposta a Jacopo Barbati (3/3) Dice anche che l’esperanto si impara facilmente e velocemente... ma nel tempo che ci vuole per farlo si possono e si devono imparare cose molto più utili, non solo d’inglese ma anche di matematica, musica, storia, geografia, educazione civica... il tempo è prezioso e non si deve sprecare! I due anni che propone lei sono un’eternità per un bambino. Al momento l’esperanto è solo un altro mattone di Babele. E’ una lingua in più. Peggio, è una lingua quasi superflua, perché nessuno, che io sappia, parla SOLO esperanto e scommetto che quasi tutti quelli che lo parlano conoscono almeno un’altra lingua che è più conosciuta dell’esperanto in ogni singolo Paese del mondo. Potrebbe sparire e nessuno, neanche quei pochi per i quali è lingua madre, rimarrebbe incapace di esprimersi. Solo le associazioni di Esperantofili ne soffrirebbero.

    La decisione della Corte di Giustizia Europea la rispetto, ovviamente, ma i giudici applicano le leggi e i princìpi esistenti che sono sbagliati. Sono sbagliati perché non prevedono la possibilità che le lingue ufficiali possano perdere il loro rango. La Corte impone i bandi in 24 lingue, con costi enormi: sono troppe, siamo d’accordo o no? Ci vuole una lingua comune, dicevamo. Ma l’effetto della sentenza è opposto a quello che tutti vogliamo: da 3 le lingue diventano 24, mentre noi ne vogliamo tutti una sola, anche se non concordiamo su quale.

    Faccio notare che la sua risposta al punto 1. (lo sforzo di imporre l’esperanto sarebbe ripagato dal raggiungimento della «parità linguistica») è contraddetto dalla sua ammissione del mio punto 8. (l’esperanto non consente la parità perché non è una lingua neutrale). Se abbiamo a cuore il principio di non favorire indebitamente nessuno (e non accettiamo l’inglese come lingua franca perché per noi è più difficile che per gli inglesi) questo deve valere anche per finlandesi e baschi (a proposito, il basco non è tra le lingue ufficiali pur essendo i territori baschi inclusi nell’UE... I baschi devono imparare il castigliano o il francese a seconda che siano cittadini spagnoli o francesi e i loro europarlamentari non possono utilizzare la loro lingua nel PE... a livello nazionale una lingua locale può prevalere rispetto alle altre, a livello UE no, è giusto? Dobbiamo aggiungere basco, catalano, sardo, e tutti i dialetti e le varianti locali alla lista delle lingue ufficiali per non svantaggiare nessuno? E poi ci aggiungiamo l’esperanto?) e il semplice fatto che l’esperanto è, per loro come per noi, più facile dell’inglese non elimina l’ingiustizia per cui l’esperanto è più facile per un italiano che per loro. Concorda?

  • su 30 dicembre 2013 a 11:36, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Gentile Giuseppe Marrosu, la ringrazio per la risposta.

    Che l’inglese si sia affermato nell’era contemporanea grazie alla supremazia militare, prima, e culturale, poi, degli Stati Uniti è assolutamente ovvio e innegabile. Tirare in ballo l’Irlanda come esempio di chi «ha voluto comprendere inglesi e americani» secondo me è sbagliato, poiché in Irlanda l’inglese è lingua ufficiale (quindi non si sono dovuti adattare) e inoltre è risultata appetibile alle multinazionali statunitensi poiché è uno degli Stati UE con un regime fiscale decisamente favorevole.

    Ha letto cosa le ho suggerito di leggere sul «metodo Paderborn»? Pare di no, altrimenti non sosterrebbe che studiare l’esperanto sia una «perdita di tempo». Attualmente in Italia viene studiato l’inglese dalla prima alla quinta elementare (e oltre, ma ora non discutiamo di questo), raggiungendo un livello X. Il «metodo Paderborn» ha DIMOSTRATO che chi conosce l’esperanto impara poi l’inglese con una efficienza del 50% in più rispetto a chi non lo conosce. Quindi, se l’esperanto venisse studiato in prima e seconda elementare (ripeto, tanto basta per essere fluenti) al posto dell’inglese, per poi insegnare l’inglese in terza, quarta e quinta elementare, al termine dell’istruzione primaria i bambini saprebbero l’esperanto e l’inglese a livello Y > X, senza intaccare di una sola ora l’insegnamento delle altre materie. Quindi, veramente, non vedo dove risieda il problema.

    Chi dovrebbe prendere l’iniziativa? Non l’UE (che, come ricorda lei, non è - ancora - legittimata democraticamente), ma i singoli Stati membri dell’UE e anche gli altri stati europei (e io personalmente aggiungo: del Mediterraneo) che nell’UE non ci sono ancora. È una decisione di buon senso la cui mancanza mi stupisce ogni giorno di più, ma è chiaro che questo è un mio limite.

    Per sua conoscenza: l’esperanto è parlato da 3 milioni di persone circa, ti puoi fare comunque tanti amici, se è questo il punto. Ma il punto è un altro: se si realizzasse quanto ho auspicato finora, grazie all’esperanto ti si aprirebbe tutta l’Europa, cosa che l’inglese non ti concede, ora come ora. E, ribadisco, il costo di tutto questo è irrisorio.

    Sulla questione della parità linguistica, forse c’è una incomprensione di fondo: non è che gli italiani «imparino l’inglese più difficilmente degli inglesi»: è che loro sono madrelingua! È una differenza fondamentale. Nessuno di madrelingua diversa può raggiungere lo stesso livello di un madrelingua. L’esperanto è sì basato sulle lingue indoeuropee, ma è talmente tanto semplice che permette a tutti (e sottolineo, tutti, dai baschi ai coreani) di raggiungere il massimo livello possibile in pochissimo tempo. Intuisco che lei non abbia mai preso in mano un libro di esperanto. Le consiglio di farlo, e si accorgerà di cosa stiamo parlando.

    Cordiali saluti,

    Jacopo Barbati

  • su 30 dicembre 2013 a 12:18, di tnemessiacne In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Penso che in molti casi due persone che usano due lingue diverse possono meglio si capire che due persone che utilizzano la stessa lingua.

    Sono ancora per il plurilinguismo. Ad esempio in Europa che tutti noi operiamo con un minimo di 2 lingue.

    Tutti i film americani sono tradotti in italiano o in francese. Ci vuole più di film francesi o italiani tradotti. Le idee non hanno bisogno della stessa lingua, si spostano da una lingua all’altra. Abbiamo bisogno di uno spazio pubblico europeo che possono esistere a causa della traduzione.

  • su 30 dicembre 2013 a 12:27, di tnemessiacne In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    La traduzione è favoloso perché permette l’accesso alle migliori produzioni di un paese direttamente. Invece di produzioni mediocri che possono aver propore nel suo paese.

  • su 30 dicembre 2013 a 23:50, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    1/2 Risposta a Jacopo Barbati (chilometrica, come al solito):

    Innanzitutto salve. Vorrei ribadire un concetto centrale del mio discorso: per me va bene anche l’esperanto, se viene scelto l’esperanto. Ma se devo scegliere, scelgo l’inglese.

    Per quanto riguarda l’Irlanda, è vero che l’inglese lì è lingua ufficiale, ma tanto tempo fa in Irlanda si parlava il gaelico. Se gli irlandesi d’oggi non si sono adattati all’inglese, l’Irlanda si è «adattata» però generazioni fa, compiendo una metamorfosi linguistica che immagino sia stata tutt’altro che indolore.

    Poi però questo sacrificio ha comportato anche dei vantaggi. Chi conoscerebbe gli U2 se cantassero in gaelico? L’inglese agisce sull’Irlanda come una lente d’ingrandimento che la fa apparire al mondo come un Paese molto più grande. Inoltre se l’inglese si è impadronito dell’Irlanda, l’Irlanda si è tuttavia impadronita dell’inglese, dominandolo perfettamente e asservendolo alle sue sonorità folk, alle sue battaglie, alle idee della sua gente.

    Il prezzo è stato una parziale omologazione al detestato invasore, ma solo in superficie. Sotto la vernice inglese rimangono felicemente irlandesi anche se hanno dimenticato il gaelico. Comunque l’antica lingua non è stata del tutto abbandonata, molti ancora la parlano e le istituzioni la difendono. Se gli irlandesi lo vorranno il gaelico vivrà.

    Mi sono soffermato sull’Irlanda perché rappresenta uno stadio avanzato di «anglofonizzazione», laddove la lingua originaria addirittura non è più la prima lingua per molti bambini. E’ il destino del resto d’Europa? E’ un male? E’ un bene? Parliamone...

    Ha ragione, non avevo letto del metodo Paderborn, l’ho fatto oggi. Interessante, molto interessante. Però non mi ha convinto del tutto l’esperimento, mi sembra mal progettato. L’esperimento confronta bambini che hanno studiato una sola lingua nuova con bambini che ne hanno studiato due, senza chiarire se vi sia un vantaggio nell’affrontare un’altra lingua nuova dopo averne studiato una prima per un po’. Ad esempio, se i bambini cominciano a studiare prima francese per due anni e poi l’abbandonano e studiano l’inglese hanno un vantaggio nell’apprendimento di questo? Rispetto a chi avrà studiato esperanto e inglese, quelli che avranno studiato francese e inglese avranno comunque un vantaggio: due lingue importanti in tasca, invece di una sola.

    Non mi convince neanche l’idea della iniziativa dei singoli stati a favore dell’esperanto. Mi pare che moltissimi stati non avrebbero interesse a farlo: quelli dove vi sono le lingue più forti, quelli che vi si sono legati, quelli che già hanno compiuto grandi sforzi per diffondere l’inglese tra il popolo. Ci ritroveremmo con l’ennesima cooperazione rafforzata priva di alcuni Stati chiave.

  • su 30 dicembre 2013 a 23:55, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    2/2 Risposta a J. Barbati.

    Per me l’iniziativa di una lingua comune deve essere strettamente legata a quella di un’Unione politica: pur potendo coinvolgere anche altri stati, deve includere però tutti i territori che andrebbero a far parte dell’Unione politica. Questi a loro volta devono già essere dentro, o in procinto di aderire, a tutte le principali cooperazioni rafforzate e strategiche (dico unione monetaria, unione doganale e NATO: 12 Paesi aderiscono a tutte, 13 da dopodomani. 13, come le 13 colonie Americane).

    Lei comunque sostiene che se si facesse come suggerisce lei a chi conosce l’esperanto si aprirebbero le porte dell’intera Europa... ma come, se dice che dovrebbe essere adottato dai singoli Stati, e tenendo presente che anche nella migliore delle ipotesi moltissimi Stati non farebbero questo passo?

    3 milioni parlano esperanto? Pensavo di più in realtà. Ma quanti di loro non conoscono né l’inglese né l’italiano? E perché dovrebbero interessarmi proprio questi 3 milioni? Sulla base della loro cultura esperanto? Ma c’è una cucina esperanto, una musica popolare esperanto, un grande poeta in esperanto? Una Rock Star che con le sue canzoni in esperanto scatena milioni di fans? Un grande personaggio del passato, di quelli cui si dedicano vie, poesie e musei, che ha lasciato una frase immortale in esperanto? Si possono fare tante conquiste amorose con l’esperanto? Tante quante con l’inglese? E quanti datori di lavoro richiedono un’ottima conoscenza dell’esperanto? E dove posso trovare un agriturismo immerso in una campagna in cui il tempo si è fermato, e i vecchi raccolgono i nipoti intorno al camino a raccontar loro le vecchie storie esperanto, affinché essi le tramandino ai propri nipoti? Tutte queste cose, o quasi, sono incluse nel pacchetto di tutte le lingue del mondo, tranne in quello delle lingue artificiali (con l’eccezione dell’ebraico moderno) e sono altrettanti motivi per imparare una nuova lingua. Ho capito che l’esperanto è facile, ma non sprecherò due anni a impararla a meno che non diventi veramente la lingua ufficiale dell’UE.

    La sua ultima dichiarazione è molto interessante. Sostiene che un non madrelingua non può in alcun caso raggiungere il livello di un madrelingua (cosa della quale, sentendo parlare l’impeccabile italiano di certi immigrati di lunga data, e soprattutto confrontandolo con quello di certi che son nati e cresciuti in Italia, non riesco proprio a convincermi, ma passi), ma che questo è possibile nel caso dell’Esperanto. Le faccio notare però che questo nasce da un limite dell’esperanto, che è quello di essere una lingua terra-terra, priva di quella varietà di vocaboli, di stili, di espressioni grammaticali, che rendono le altre lingue così difficili, ma anche così versatili e potenti. Se la traduzione in esperanto della divina commedia e quella delle istruzioni d’uso della lavatrice risultano nello stesso stile, certo che è una lingua facile! Saluti e buon anno!

  • su 31 dicembre 2013 a 19:21, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Gentile sig. Marrosu,

    le rispondo per l’ultima volta non perché non voglia più discutere con lei ma perché oramai è chiaro che lei non convincerà me, né io convincerò lei e questa discussione è sì interessante ma non completamente conforme ai contenuti dell’articolo.

    Al sodo: forse mi sono espresso male, ma non ho mai parlato di cooperazione rafforzata. Quello che intendevo dire è che tutti i paesi dell’UE + quelli vicini + altri interessati dovrebbero promuovere l’insegnamento dell’esperanto nelle scuole elementari per due anni (è stato già discusso il perché). Chiaramente questo avrebbe poco senso se qualcuno si opponesse, infatti la mia ipotesi non contemplava la possibilità di esimersi da tale introduzione.

    Per quel che riguarda l’unificazione politica: la mia ipotesi è Europa Federale, lingua federale procedurale (esperanto). Con questa lingua non ci si deve scrivere la Divina Commedia o fare album musicali, attenzione. Ci si devono scrivere le leggi e i bandi di concorso pubblici (e anche le istruzioni della lavatrice) per non creare iniquità, oltre a semplificare la comunicazione tra cittadini della stessa federazione ma di madrelingua diversa. Mi sembra un concetto semplice. L’arte rimarrà di competenza delle bellissime lingue vive. Preferirò sempre una canzone in finlandese a una in esperanto :) ma non è questo il punto.

    Chiedo scusa per aver scritto qualcosa di profondamente sbagliato: esistono persone perfettamente bilingui, ha fatto bene a sottolinearlo. Esprimo meglio il concetto: in un percorso scolastico normale, senza mai andare a vivere all’estero, non c’è alcuna lingua viva per la quale un alunno possa raggiungere livelli da madrelingua. Con l’esperanto è possibile, e in pochissimo tempo. E non lo dico io.

    Buon anno anche a lei. Jacopo Barbati

  • su 31 dicembre 2013 a 19:22, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Gentile sig. Marrosu,

    le rispondo per l’ultima volta non perché non voglia più discutere con lei ma perché oramai è chiaro che lei non convincerà me, né io convincerò lei e questa discussione è sì interessante ma non completamente conforme ai contenuti dell’articolo.

    Al sodo: forse mi sono espresso male, ma non ho mai parlato di cooperazione rafforzata. Quello che intendevo dire è che tutti i paesi dell’UE + quelli vicini + altri interessati dovrebbero promuovere l’insegnamento dell’esperanto nelle scuole elementari per due anni (è stato già discusso il perché). Chiaramente questo avrebbe poco senso se qualcuno si opponesse, infatti la mia ipotesi non contemplava la possibilità di esimersi da tale introduzione.

    Per quel che riguarda l’unificazione politica: la mia ipotesi è Europa Federale, lingua federale procedurale (esperanto). Con questa lingua non ci si deve scrivere la Divina Commedia o fare album musicali, attenzione. Ci si devono scrivere le leggi e i bandi di concorso pubblici (e anche le istruzioni della lavatrice) per non creare iniquità, oltre a semplificare la comunicazione tra cittadini della stessa federazione ma di madrelingua diversa. Mi sembra un concetto semplice. L’arte rimarrà di competenza delle bellissime lingue vive. Preferirò sempre una canzone in finlandese a una in esperanto :) ma non è questo il punto.

    Chiedo scusa per aver scritto qualcosa di profondamente sbagliato: esistono persone perfettamente bilingui, ha fatto bene a sottolinearlo. Esprimo meglio il concetto: in un percorso scolastico normale, senza mai andare a vivere all’estero, non c’è alcuna lingua viva per la quale un alunno possa raggiungere livelli da madrelingua. Con l’esperanto è possibile, e in pochissimo tempo. E non lo dico io.

    Buon anno anche a lei. Jacopo Barbati

  • su 3 gennaio 2014 a 23:51, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Caro Jacopo Barbati, penso che abbiamo raggiunto l’accordo di non essere d’accordo. Comunque io sarei pronto ad accettare l’esperanto come lingua comune se tale fosse la scelta. Mi piacerebbe leggere che lei sarebbe disposto ad accettare l’inglese.

    Ma non ho capito ancora come immagina possa avvenire l’introduzione dell’esperanto...

    Riassumendo se non ho capito male per lei la lingua comune ha solo una funzione procedurale. Per tal scopo l’Esperanto è perfetto perché è facile ed elementare.

    Secondo me invece serve una vera lingua comune che possa essere utilizzata anche in contesti diversi da quelli ufficiali e diventare un cemento tra chi appartiene a lingue diverse.

    Per questo insisto.

    Immagini:

    - un dibattito politico pre-elettorale seguito alla TV in tutta la Federazione, con ospiti provenienti da tutti i territori, ma tutti in grado di farsi capire dal pubblico senza interpreti e di fare riferimento a un minimo di bagaglio culturale comune. Immagini domande dal pubblico in sala e a casa. (Non vedremo nulla del genere neanche quest’anno che si vota per le Europee);

    - l’incontro casuale di due persone di madrelingua diverse che si innamorano e da subito si parlano senza problemi;

    - la stessa coppia che cresce i figli con la lingua che parlavano quando si incontrarono;

    - una famiglia che si stabilisce in una zona dove si parla un’altra lingua ma che da subito può capirsi con i vicini;

    - uno stadio dove si disputa una partita di coppa del Mondo: la Federazione Europea sta facendo una figuraccia contro l’Inghilterra, e tutti i tifosi Europei chiedono in coro nella stessa lingua che l’allenatore faccia entrare Balotelli. Oppure che lo sostituisca subito.

    Non pensa che una Nazione necessiti di unità a partire dagli individui e dalle famiglie, di uno spazio pubblico e di miti per potersi consolidare?

    Se l’Euro non ha portato l’unità potranno mai portarla i bandi e le leggi in esperanto? Io non credo. Ma forse è proprio l’unità che intendo io a non interessarle. Certo, la diffusione di una lingua comune può a lungo andare restringere quella delle lingue pre-esistenti. Così fu nel nostro Paese quando si affermò l’italiano ma senza di esso oggi non esisterebbe in Italia uno Stato democratico e unitario con un libero dibattito aperto a tutti, tanti immigrati interni si troverebbero isolati e non ci sarebbe nemmeno questo sito. Perché non vogliamo permettere all’Europa di unirsi linguisticamente, come i nostri antenati hanno permesso all’Italia?

    Inoltre credo che se nella nostra utopia costringiamo la lingua comune a restare chiusa nei bandi l’inglese continuerà a regnare da invasore alla radio, in TV, nei cinema, su internet... l’America continuerà ad essere il sogno degli adolescenti, l’Europa resterà un condominio litigioso e impotente.

    E se invece ci impadronissimo noi dell’inglese, come fecero gli irlandesi?

  • su 4 gennaio 2014 a 12:48, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Accidenti, proprio non riesco a spiegarmi :)

    L’esperanto, per me, dovrebbe servire esattamente a tutto ciò che dice lei, con una lieve differenza: nei rapporti personali, solo per i primi incontri. Se dopo c’è del sentimento, andare avanti con la lingua franca sarebbe per me una mancanza di rispetto: si impara quella dell’altro, reciprocamente, e si crescono figli bilingui.

    Lei dice che, in un eventuale dibattito politico europeo in un’unica lingua, l’uso di una lingua viva potrebbe suscitare più emozioni che l’uso di una lingua artificiale. Per me è sbagliato, perché io sono italiano e solo l’uso dell’italiano può «emozionarmi», diciamo così. Per me (e credo anche per lei, a meno che non sia di madrelingua inglese) esperanto e inglese sono due lingue straniere esattamente alla stessa maniera. Ma perché favorire i madrelingua inglese facendo dibattiti nella loro lingua (= per loro)?

    Per quel che riguarda il metodo di introduzione, dovrebbe essere lo stesso che ha portato l’inglese in tutte le scuole d’Europa: iniziativa dei singoli Stati dettata dal buon senso. È difficile che tutto questo possa accadere per l’esperanto (e dopo tanti anni che mi pongo il problema e che ho discussioni del genere non riesco ancora a capirne il motivo, limite mio) ma forse basterebbe qualche «buon esempio» (il Brasile: http://disvastigo.esperanto.it/index.php/Italian/notizie-mainmenu-69/1367-il-brasile-sostiene-lesperanto-per-la-comunicazione-internazionale) per innescare il processo.

    Infine: no, non accetterei l’inglese come lingua franca per gli Stati Uniti d’Europa. Ho già sperimentato sulla mia pelle che l’anglofilia (mi passi il termine) imperante avvantaggi troppo i madrelingua, senza (da parte loro) avere meriti particolari.

    Saluti,

    JB

  • su 5 gennaio 2014 a 20:17, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    A JB (suppongo fosse indirizzato a me il suo post).

    Io l’ho capita, abbiamo semplicemente idee diverse. Ma mi dispiace vedere che se dipendesse da lei metterebbe il veto a un’intesa sull’inglese come lingua comune...

    La sua è un’idea di Europa federale in cui l’accento è sulla diversità e dove le piattaforme comuni (come appunto la lingua) sono quello che lei vede come lo stretto necessario.

    Per me lo stretto necessario è un grande stato pienamente sovrano con un forte potere centrale e una forte democrazia, rispettosa delle differenze.

    La «forte democrazia» necessita di avere in comune una lingua potente e versatile e un bagaglio culturale base, ma in continua espansione. L’esperanto non corrisponde alla prima e non offre il secondo.

    Nel dibattito politico non si tratta di «emozionarsi», si tratta di poter rendere la comunicazione abbastanza ricca e rapida per renderla efficace, e di legarla alla vita culturale della nuova più ampia comunità.

    Ma se i riferimenti letterari e storici di un tedesco non sono gli stessi di quelli di un greco, se l’espressione «menare il can per l’aia» a un Olandese può sembrare un normale diritto per il suo Yorkshire... ma che dibattito vogliamo avere, anche se sapessimo tutti l’Esperanto? Ecco perché la piattaforma culturale comune deve essere semplice, sì, ma anche abbastanza ampia.

    Se diventassimo piano piano parte del «mondo anglosassone», esso, e la lingua inglese, diventerebbero anche un po’ italiani (e degli altri europei).

    Al di fuori della vita politica, comunque, l’emozione di far parte di una comunità nuova e più ampia, purché non la si spinga nei pericolosi territori della xenofobia e del nazionalismo, farebbe bene agli europei.

    Per quanto riguarda la lingua degli innamorati, non sempre avviene che la lingua dell’altro venga imparata bene; non è una mancanza di rispetto, ma casomai di tempo e di energie.

    Il buon senso degli stati che adottano l’Esperanto. La stessa diffusione dell’inglese è insufficiente in quasi tutta Europa, e la responsabilità è degli stati. Comunque per fare la lingua comune europea serve una decisione centrale, non basta quella di due o tre stati.

    Il G4... A parte il contesto poco liberale e democratico e assai ostile agli anglosassoni, vorrei notare che di concreto Lula non ha fatto nulla: Lula non ha promosso l’insegnamento dell’esperanto in Brasile. E la notizia è vecchia.

    E’ vero, fa male vedere che la competenza professionale è considerata meno di quella linguistica. E’ come se fossimo ospiti in casa d’altri quando parliamo in inglese. Dobbiamo rimediare non solo imparando meglio l’inglese ma anche pretendendo che le idee buone non siano scartate solo perché espresse in un’inglese scadente. Ma per fare questo dobbiamo diventare anche noi «padroni di casa» e questo è possibile solo se riconosciamo l’egemonia dell’inglese.

  • su 5 gennaio 2014 a 21:31, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    P.S. io comunque ho imparato un po’ la lingua di mia moglie (romeno), per quanto lei abbia imparato molto meglio la mia; del resto viviamo in Italia. Esponiamo nostro figlio a entrambe le lingue. Raccomando questa scoperta della cultura dell’altro, che arricchisce e che può risparmiare anche delle incomprensioni molto spiacevoli. Ma non c’è alcuna contraddizione tra di essa e il poter contare su una lingua comune, anzi!

    P.P.S.: solo un esempio semplicissimo di quello che intendo per «bagaglio culturale comune in continua espansione» necessario nel dibattito politico: una canzone di protesta. La si ascolta volentieri per la musica, ma ha un messaggio che si fa strada tra la gente che conosce la lingua in cui è scritta. La gente è stimolata, si schiera, la canzone diventa un tratto distintivo di una parte politica. Entra nel dibattito. Altre canzoni vengono prodotte, alcune con un messaggio opposto a quello della prima. Tutto questo è un bene per la discussione e dunque per la democrazia. Negli Stati Uniti d’Europa serviranno canzoni, e non potranno essere tradotte tutte quante in 24 lingue. Perché arrivino a tutti esse dovranno essere scritte nella lingua comune. Ma come dice lei, non si devono scrivere album in Esperanto. Allora immagina una democrazia senza canzoni?

  • su 19 gennaio 2014 a 10:25, di Stefano In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Ma quale Esperanto, ma siamo seri su e cerchiamo di essere davvero pratici. L’unica lingua internazionale comune per me possibile è il latino. Primo perché già comprensibile a un gran numero di persone di cultura elevata (avvocati, scienziati), poi ovvio non dovrà essere un latino virgiliano, sarà un latino moderno (il vaticano ha un ufficio preposto che già ha tradotto in latino i termini moderni ad esempio per i bancomat!); secondo perché mi sembra assurdo scrivere in una lingua con l’alfabeto latino e dover usare lettere assurde come le Ŭ, Ĉ, Ŝ, Ĵ, Ĥ dell’esperanto(che francamente solo un polacco poteva concepire). Senza contare il casino con i caratteri informatici, già solo sulle tastiere dei pc.. per favore. La lingua internazionale dovrà essere semplice e senza segni diacritici (accenti circonflessi gravi acuti umlaut, stampelle di vario genere) come il latino appunto o l’inglese. Perché non si crea un ufficio europeo per la lingua?? l’UE norma anche le dimensioni delle banane! Il problema vero è che Francia e Germania, che per secoli hanno cercato di dominare tutti specialmente l’Italia, non hanno nessuna intenzione di passare a una lingua comune.. e stanno lentamente imponendo questo ridicolo trilinguismo che favorisce, ovviamente, solo loro.

  • su 4 febbraio 2014 a 02:14, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    @ Stefano: dopo «siamo seri e pratici» potevo pensare a qualunque lingua tranne che al latino.

    Perché l’inglese no? Non lo spieghi nel tuo post. Puoi anche spiegare come immagini l’ufficio europeo per la lingua che proponi, cioè come dovrebbe nascere , che struttura dovrebbe avere, chi nominerebbe i suoi componenti e quali compiti e poteri avrebbe?

    Grazie e saluti.

  • su 17 aprile 2014 a 11:04, di Stefano In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Caro giuseppe, se prima di criticare leggessi tutto il post vedresti che ho detto che l’unica lingua comune possibile per me è il latino oppure, come ovvio, l’inglese.

    Quindi si ovviamente all’inglese che mi sembra la soluzione più ragionevole.

    Ma siccome si parlava di una lingua che non avvantaggiasse nessuno, l’unica soluzione è una lingua che non è parlata in nessun paese dell’UE io non vedo quali altre lingue, alle quali tu pensi, si possano prendere in considerazione.

    Ma siccome l’UE è solo una moderna forma di dominazione (francese e tedesca) a loro non gliene frega nulla! hanno imposto le loro lingue. E purtroppo non gliene frega nulla nemmeno alla feccia politica e dirigenziale del nostro paese.

  • su 10 maggio 2014 a 23:36, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Stefano: mah! Ho letto tutto il tuo messaggio, ma se dici: «L’unica lingua internazionale comune per me possibile è il latino» poi non puoi dire che «l’inglese ... mi sembra la soluzione più ragionevole». Soprattutto non puoi offenderti dicendo che ti ho criticato (in un Paese libero si può criticare, ma io non l’ho fatto) se ti rispondo con delle mie impressioni e delle domande (cui peraltro non hai risposto).

    Non concordo con l’idea che la UE sia una moderna forma di dominazione francese e tedesca. Ci sono dei grossi problemi nell’UE ma Francia e Germania non sono più colpevoli degli altri. Piuttosto tutti i governi dei Paesi Membri usano la UE prima di tutto per amplificare il loro potere invece che a beneficio della popolazione europea nel suo complesso. Ciò è dovuto a un limite originario: la UE nasce per volontà degli Stati e non dei cittadini ed essi hanno fatto in modo che la UE non potesse mai andare contro gli interessi di uno Stato membro o del suo governo, neanche se questi contrastano con l’interesse generale.

    Questo è all’origine delle difficoltà nell’integrazione e di gran parte della crisi attuale.

    E’ anche il motivo per cui ancora non c’è una politica linguistica comune sensata.

    Se ci fosse una lingua comune l’Europa davvero Unita sarebbe più vicina. I leaders nazionali perderebbero potere e non lo vogliono. Gli Europei si potrebbero parlare tra loro: i Greci capirebbero i Tedeschi e i Tedeschi capirebbero i Greci, rendendo meno semplice per i rispettivi governanti gettare le proprie colpe sugli altri partners o sull’Europa. Poi c’è da dire che anche tanta gente comune è contraria. Ma dovrebbero capire che così facendo danneggiano i loro bambini.

  • su 15 gennaio 2015 a 23:24, di Giuseppe In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Quello che ci manca per fare l’Unione Europea è un fattore unificante che ci faccia sentire europei. È questa la vera debolezza dell’Unione Europea. È la vera differenza tra l’europeo e l’americano: il primo, quando si sveglia, si sente francese, spagnolo, italiano, estone etc etc, il secondo è americano. Quest’elemento dovrebbe essere una lingua comune, che io credo che si possa identificare con l’esperanto, una lingua artificiale e creata apposta per essere facile per tutti i ceppi linguistici. Naturalmente ciò non comporterebbe all’eliminazione della propria lingua, bensì alla creazione di una seconda lingua ufficiale (come accade in Lussemburgo per il tedesco, il francese e il lussemburghese). In questo modo tutti potrebbero comunicare con tutti, ovviando i problemi legati al multilinguismo, che non si ferma alla mancanza di comunicabilità tra le istituzioni dell’Unione europea ed i vari cittadini e tra gli stessi, ma anche ad un livello d’applicazione della norma europea. La traduzione giuridica non sempre dà un significato uguale in tutte le lingue, ma anzi questo causa sottigliezze che possono determinare il potere di un’istituzione o l’applicazione di una norma. Questi dubbi rallentano i giudizi e la burocrazia, creando, di fatto, una macchina meno efficiente.

  • su 15 luglio 2015 a 17:30, di Giuseppe Marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Propongo una sfida a voi esperantisti: ci sono ora 5 lingue su questo sito (anche troppe per i miei gusti). Se ci credete tanto metteteci anche l’esperanto. Ma non riuscite a farlo funzionare come si deve (con un adeguato numero di partecipanti) rinunciate alla vostra idea di fare del’Esperanto la lingua dell’UE.

  • su 27 settembre 2015 a 15:03, di Giancarlo Rinaldo In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Il Sig. Marrosu, approposito delle lingue ufficiali della UE, ha concluso con l’affermazione «Propongo una sfida a voi esperantisti: ci sono ora 5 lingue su questo sito (anche troppe per i miei gusti). Se ci credete tanto metteteci anche l’esperanto. Ma non riuscite a farlo funzionare come si deve (con un adeguato numero di partecipanti) rinunciate alla vostra idea di fare del’Esperanto la lingua dell’UE.»

    Ebbene sono pronto a garantire l’integrale traduzione in esperanto del sito. In esperanto ci sono
    - tre diverse traduzioni della divina commedia
    - tutte le grandi opere mondiali sono tradotte, partendo dalla bibbi al Corano.

    Peccato che sono alquanto in ritardo su dibattito del 2103. Giancarlo Rinaldo di Padova

  • su 29 settembre 2015 a 15:32, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Gentile Sig. Giancarlo Rinaldo, mi complimento per il suo coraggio. Se riuscirà a realizzare la traduzione in Esperanto di tutti gli articoli e i commenti pubblicati nei 5 siti gemelli della rete Le taurillion/New Federalist/Treffpunkt Europa/Eurobull/El Nuevo Federalista, a stimolare la partecipazione da parte degli internauti sul sito in esperanto, in modo da superare in popolarità tutti gli altri siti per numero di accessi e di commenti, avrà dimostrato la validità dell’Esperanto come potenziale lingua comune almeno per gli appassionati di dibattiti sull’Europa. Ma se, come credo, aggiungerà solo un altro muro che divide questo spazio di discussione in tante stanzette claustrofobiche dove gli italiani parlano tra italiani, i francofoni tra francofoni, i germanofoni tra germanofoni, gli anglofoni tra anglofoni e gli spagnoli tra spagnoli, e dove tutti finiscono per ignorare gli argomenti degli altri, dovrà ammettere la sconfitta e chiudere bottega.

    Scopo (se non proprio «Lo» scopo) di siti come questo dovrebbe essere quello di promuovere un dibattito comune tra tutti i partecipanti al processo di integrazione europea. Per far ciò serve una lingua comune. Che questa possa essere l’Esperanto, in linea teorica, non mi sembra impossibile ma, in pratica, ritengo che inevitabilmente (salvo disastri) l’inglese (americano) conquisterà l’Europa. Dopodiché sarà l’Europa a conquistare l’inglese e a farlo proprio. E così nascerà l’europeo. E allora cominceranno a studiarlo in tutto il mondo.

  • su 25 dicembre 2015 a 01:34, di giuseppe marrosu In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Quasi 3 mesi dopo, non solo non c’è ancora risposta. Ma non sono stati pubblicati nemmeno altri commenti sul sito italiano, su nessun argomento: non c’è dibattito. Invece in inglese e soprattutto in francese l’attività è molto maggiore, anche se perlopiù i commentatori, specie per il francese, sono madrelingua, cosa che di fatto permette dibattiti separati, ma impedisce un dibattito COMUNE. Non c’è dibattito se la gente non si incontra per parlare, e la gente non può parlare insieme se non ha neanche una lingua in comune. Quindi in Europa ci serve (almeno) una lingua comune, che tutti capiscano. Almeno su questo, spero, tutti siamo d’accordo. A quanto pare dall’attività tutt’altro che frenetica di questo sito la lingua in comune, se mai ci sarà, non sarà l’italiano. E tanto meno, dico io, l’esperanto.

  • su 23 giugno a 11:24, di Politico In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Le discussion va in un direction false. Il non ha solo Latino o Esperanto. Le exito se appella INTERLINGUA:

    Interlingua es un lingua complete perfecte pro communication international a causa de su vocabulario international e un grammatica totalmente regular – sin exceptiones. Centos de milliones comprende Interlingua a prime vista. Interlingua functiona in casa, in scholas, in officios - in omne locos, ubi on necessita communication sin frontieras. Il ha multe materiales – sur papiro e electronic: litteratura original o traducite, belletristic o professional, magazines o brochures, e-libros, sitos in Internet. Le avantages es numerose.

    https://it.wikipedia.org/wiki/Interlingua_(lingua_ausiliaria)

  • su 23 giugno a 11:37, di Jacopo Barbati In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    È vero che esistono altre lingue ausiliarie, ma io personalmente continuo a preferire l’esperanto al latino sine flexione (qui chiamato «interlingua»), in quanto quest’ultimo presenta evidenti vantaggi solo per i madrelingua di lingue romanze. Saluti

  • su 23 giugno a 12:06, di Politico In risposta a: L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

    Infelicemente, le adresse non functiona technic. Per favor, cerca in le Wikipedia italian Interlingua de IALA, proque iste lingua non es «latino sine flexione» de Giuseppe Peano.

    Alternativa: http://www.interlingua.com/interlingua-it

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