18 dicembre, Giornata Internazionale dei Migranti

La ricorrenza cade poco dopo che l’Ue ha raggiunto un’intesa sull’attuazione del Patto su Asilo e Migrazione. Cosa cambierà?

, di Demetra Santagati

18 dicembre, Giornata Internazionale dei Migranti

Come ogni anno, il 18 dicembre ricorre la Giornata Internazionale dei Migranti. Non si tratta della giornata della migrazione come fenomeno, bensì delle persone che migrano. La differenza non è tautologica: è sempre bene ricordare che dietro i numeri che leggiamo o le notizie che ascoltiamo ci sono corpi, storie e pensieri – in altre parole, vite. Questa giornata, istituita dopo l’adozione della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, intende mettere in luce il contributo di circa 281 milioni di migranti nel mondo e richiamare l’attenzione sulle sfide spesso drammatiche che queste persone sono costrette ad affrontare. Chiaramente, ciò non implica che la migrazione non sia una questione complessa che mette sotto pressione organismi internazionali, Stati e amministrazioni locali. Ma allo stesso tempo va evidenziato che altrettanto complessa è la scelta di migrare, spesso peraltro obbligata.

Ad ogni modo, la ricorrenza cade quest’anno in un momento politico particolarmente significativo, ovvero a pochi giorni dall’intesa tra i ministri dell’Interno dell’Ue su alcune misure legate all’implementazione del Patto su Asilo e Migrazione, che potrebbero ridisegnare procedure e tutele a partire dal 2026. L’8 dicembre 2025 i ministri degli Interni dei 27 Paesi membri dell’Ue hanno infatti raggiunto accordi cruciali su tre dossier chiave in materia: nuove regole sui rimpatri, lista dei Paesi sicuri e meccanismo di solidarietà. Andiamo ora ad analizzare cosa comprende questo pacchetto di riforme originariamente proposto dalla Commissione nel marzo 2025, recentemente approvato dal Consiglio Ue e ora in attesa del via libera del Parlamento.

Come già annunciato dalla precedente bozza, il regolamento amplierà le circostanze in cui i vari Paesi membri potranno respingere o dichiarare inammissibile una domanda d’asilo. In questi casi si potrà ricorrere ad accordi bilaterali con Paesi terzi considerati sicuri, così da svolgere la procedura al di fuori dell’Europa. Tali accordi potranno essere stipulati anche in assenza di legami specifici fra la persona richiedente e il Paese terzo. Inoltre, chi dovesse opporsi al trasferimento perderebbe automaticamente il diritto a restare in Ue durante il ricorso. Secondo alcuni giuristi esperti in materia, questo sistema violerebbe la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, che stabilisce che ciascuno Stato debba esaminare direttamente le domande di asilo. In questo senso, l’esternalizzazione della procedura rischia di ridurre le garanzie di un esame effettivo della domanda e di spostare la responsabilità sui Paesi terzi, che peraltro potrebbero accettare di farsene carico in cambio di sostegno economico.

Sulla stessa linea si colloca anche la revisione delle norme sui rimpatri, che prevede l’apertura ufficiale dei cosiddetti return hubs, strutture localizzate in Paesi terzi destinate ad ospitare persone in situazioni irregolari in attesa di rimpatrio. Questa misura, già ampiamente discussa per i possibili impatti sulla tutela dei diritti fondamentali, potrebbe tradursi in una forma di trattenimento prolungato senza adeguate garanzie. A tutti gli effetti, il celebre e aspramente criticato modello dei centri esterni all’Unione – come quello previsto dall’Italia in Albania – verrà così legittimato da questo provvedimento.

Tra le altre cose, il pacchetto introduce anche un elenco comune di Paesi di origine sicuri, che include anche Stati su cui non mancano perplessità. Tra i Paesi inseriti figurano infatti anche Tunisia ed Egitto, spesso citati nel dibattito per la repressione del dissenso e per l’uso di detenzioni arbitrarie, oltre che per essere stati protagonisti di accordi migratori fortemente contestati. Inoltre, anche i Paesi candidati all’adesione all’Ue verranno automaticamente designati come sicuri, a meno che non vi sia un conflitto in corso o che siano state adottate misure restrittive che incidono su diritti e libertà fondamentali (nel primo caso l’Ucraina, nel secondo la Georgia). Resta però un nodo da sciogliere: i criteri che hanno guidato la redazione di questo elenco. A tal riguardo, è stata presentata una richiesta formale per chiarire su cosa si basi la definizione di “Paese sicuro”, ma al momento non c’è ancora una risposta a questa domanda e c’è già un contenzioso aperto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Se la riforma andrà avanti e verrà implementata nel 2026, una volta ottenuta l’approvazione del Parlamento, questa potrebbe non essere l’ultima volta. Tra dubbi di compatibilità con carte dei diritti e convenzioni vigenti e l’inasprimento del clima politico, l’Unione rischia infatti di ritrovarsi sempre di più a fare i conti con ricorsi giudiziari.

Infine, un’altra novità degli accordi è l’introduzione del cosiddetto meccanismo di solidarietà. Vale la pena prestare qui attenzione alla terminologia scelta: non si parla di solidarietà verso le persone migranti, bensì solidarietà tra Stati. L’idea di fondo è che i Paesi sotto maggiore pressione migratoria –Italia, Spagna, Cipro e Grecia– possano ottenere sostegno dagli altri Stati attraverso ricollocazioni (fino a 21mila persone), contributi finanziari (fino a 420 milioni di euro) o altre misure di solidarietà. In altre parole, i vari Paesi membri dovrebbero aiutarsi nella gestione delle persone migranti, scegliendo una tra le varie opzioni: accogliendo una quota di persone, versando risorse economiche o tramite misure alternative, ad esempio offrendo assistenza sul campo.

A fronte di queste considerazioni, resta aperta una questione cruciale: in che misura rimpatri, trasferimenti verso Paesi terzi e centri di trattenimento possano essere soluzioni efficaci a un fenomeno complesso come la migrazione, e in che misura rischiano invece di spostarne la gestione fuori dallo spazio pubblico europeo. E ancora, un altro punto di discussione riguarda il “meccanismo di solidarietà”, che misura la cooperazione principalmente tra Stati e non verso gruppi vulnerabili. Diverse realtà antirazziste e ONG, tra cui la rete Mai più Lager - No ai CPR e Mediterranea Saving Humans, sono immediatamente intervenute per richiamare l’attenzione sul rischio di de-umanizzazione che si sta correndo. Ciò che temono è che le persone migranti possano scomparire dietro a categorie amministrative – status irregolare, richiesta inammissibile e così via– e che ciò che dovrebbe essere eccezione – trattenimento forzato, rimpatrio e via dicendo – diventi prassi.

Allo stesso tempo, se è vero che la migrazione è un grattacapo che pone preoccupazioni reali sul piano amministrativo, legale o economico, è vero anche che in molti Paesi europei svolge anche un ruolo meno visibile, legato a bisogni strutturali. Si pensi ad esempio al lavoro irregolare in settori cruciali dell’economia come quello agricolo, dove una parte della produzione dipende da manodopera spesso irregolare e a basso costo. Si pensi ancora alla crisi demografica; in un continente che invecchia a vista d’occhio, la mobilità umana non è solo pressione da gestire, ma anche una delle leve che ha il potenziale di tenere in equilibrio economie e welfare. Il senso del 18 dicembre è proprio questo: ricordare il contributo delle persone migranti senza dimenticare le sfide a cui spesso sono sottoposte. Se la migrazione viene trattata soltanto come un rischio, si finisce invece per normalizzare strumenti di “contenimento” che possono avere ricadute sulle garanzie dei diritti fondamentali.

E se non è affatto semplice trovare una risposta a come meglio gestire i flussi migratori, una riflessione sorge quasi spontanea: la migrazione umana è molto più antica di qualsiasi regolamento, legge o passaporto. Prima ancora che esistessero confini o visti, gli esseri umani – come molti animali – si spostavano alla ricerca di condizioni di vita più favorevoli. Quello alla mobilità è per i cittadini dell’Unione un diritto acquisito alla nascita, ma per molti altri resta un traguardo agognato, un desiderio lontano, una risposta quasi istintiva alla vulnerabilità. Se la migrazione è certo una questione da comprendere e affrontare, va al contempo ricordato che i migranti non sono mai “un problema da risolvere”:, sono persone con vissuti, storie, affetti, errori, fragilità e sogni non diversi da quelli di qualsiasi altro essere umano.

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