Altiero Spinelli: La coscienza in tumulto che scoprì l’euro-federalismo

, di Marco Giacinto

Altiero Spinelli: La coscienza in tumulto che scoprì l'euro-federalismo

Da Marx a Kant via Hegel: un passo all’indietro, per saltar meglio in avanti. E così Altiero Spinelli, carcerato del regime fascista, scopre che non è alla militanza comunista che dedicherà la sua vita: rivoluzionario marxista di professione già a diciassette anni, costretto dai venti ai trentasei ad una lunga carcerazione trascorsi in una full immersion di testi rossi e filosofia tedesca. È un periodo di vuoto totale per la sua coscienza. Poi, un nuovo cammino “in avanti”: Einaudi, i federalisti inglesi, infine la luce sulla via di Ventotene. Da militante comunista a militante dell’Europa unita.

«Sono diventato comunista come si diventa prete, con la consapevolezza di assumere un dovere e un diritto totali, di accettare la dura scuola dell’obbedienza […] deciso a diventare […] il ‘rivoluzionario professionale’»: così confessa nella sua autobiografia (Come ho tentato di diventare saggio, Bologna 1999, pag. 66-67). Inizialmente si definisce «socialista»: almeno da quando, tredicenne, pesta un compagno che insulta il credo politico di suo padre. Poi la corrente radicale di Bordiga e Gramsci si scinde dal PSI e fonda il nuovo partito: Spinelli abbandona il troppo «borghese» padre e segue i fuoriusciti, fino alla carica di «segretario interregionale» della sezione giovanile.

Un estremista? No. In questi anni, il giovane Spinelli ha un’opportunità non da poco: formarsi in un momento di forte dialettica interna al Partito Comunista, quando si scontrano «la concezione bordighiana dell’attesa passiva [della rivoluzione finale] nella purezza ideologica, e quella gramsciana della ricerca continua dell’azione da compiere hic et nunc» (p. 88 dell’autobiografia). E in questo momento di dialettica, sente di appartenere alla concezione che risulta infine vincente: quella gramsciana, «storicista», contraria al «ferreo determinismo storico». Come dire, di estremismo si muore. Ma è l’ultima volta che Spinelli resta nell’alveo dell’ortodossia comunista.

I problemi coi compagni cominciano infatti sin dai primi anni di carcere. Pur isolato dal mondo, e contemporaneamente immerso nella formidabile rete clandestina comunista, non gli sfugge ciò che succede in terra russa, «patria dei lavoratori»: il partito unico, le purghe staliniane, i gulag. Si tratta a questo punto di scegliere quale sia il senso e il fondamento della sua militanza: o il socialismo o la democrazia. E lo fa, appunto, attraverso una lettura serratissima. Non solo Marx, Lenin e il ribelle Trotskij, ma anche la precedente filosofia classica tedesca. Da Hegel apprende come un valore («non come una malattia») il percorrere tortuoso di una coscienza in continuo moto. Di Kant, già legge che solo una «federazione di popoli» può dare la libertà agli uomini: opera così una vera destrutturazione del suo essere comunista.

Questo è infine il risultato di dieci anni di letture «a passo di gambero», riflessioni, nuove prese di posizione: nel 1937, Secchia, Scoccimarro e compagni gli intimano di lasciare il Partito. Ma tant’è: la scelta è infine per il valore della democrazia. Questo ha di libero, liberissimo, l’uomo Spinelli: l’accettazione solitaria del «dubbio radicale» (in senso consapevolmente cartesiano), l’onestà di non cedere ad alcun compromesso teoretico pur di trovare, in se stesso, la verità.

E la ricompensa giunge inattesa, durante il confino sull’isola di Ventotene, quando Spinelli trova un libretto di Luigi Einaudi edito negli anni Venti. In una serie di articoli einaudiani (precedentemente editi sul «Corriere della Sera») è esposta una teoria: se la causa delle continue guerre in Europa è il nazionalismo, unica soluzione per la pace è federare i popoli europei. L’impressione è immediata ed è condivisa dall’amico Ernesto Rossi: al punto che questi si fa inviare dallo stesso Einaudi gli scritti di Lord Lothian e Lionel Robbins, ossia di quei teorici inglesi che avevano ispirato, nel 1919, la stesura degli articoli del «Corriere». Segue il Manifesto per un’Europa libera ed unita, scritto da Spinelli e Rossi nel 1941 e fatto circolare negli ambienti antifascisti d’Europa. E segue la storia del federalismo europeo.

Tutto ciò per dire che cosa? Che il Movimento Federalista Europeo poggia il proprio sistema politico sulle più diverse esperienze filosofiche dell’Occidente? Non solo. Poggia innanzitutto sul travaglio di una coscienza inquieta. La decisione di una vita non ha visitato Spinelli coi vent’anni, ma dopo sedici anni trascorsi tra carcere e confino. La sorte lo ha ricompensato concedendogli di costruire istituzioni nuove e di progettarne altre. Tanto da concedersi il vezzo, verso il finire dei suoi giorni, di citare a proposito di se stesso una frase di Paolo di Tarso (2 Tim, 4, 6-7): «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa: ho conservato la fede. Ormai non mi resta che ricevere la corona di giustizia».

Fonte immagine Flickr

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