La Repubblica di Croazia, con capitale Zagabria, nasce il 21 giugno 1991 grazie alla secessione del Paese dalla Repubblica socialista federale di Jugoslavia, a 11 anni dalla morte del Presidente Josip Broz Tito. L’impulso nazionalista del partito di Franjo Tuđman, primo Ministro per quasi dieci anni, permette così la formazione di quella che è l’attuale nazione che probabilmente entrerà a far parte dell’Unione europea a partire dal primo luglio di quest’anno. La corrente di estrema destra che sale al potere nel 1991 è sì un elemento essenziale nello sviluppo di questo Paese, ma è anche additata come una delle principali responsabili degli atroci crimini di guerra commessi durante la guerra dei Balcani (1991-1995). Un passo avanti nella gestione di questa eredità storica è stato fatto grazie alla recente collaborazione con il Tribunale Internazionale per i crimini di guerra in Ex-Jugoslavia.

L’attuale forma di governo, simile nell’impostazione alla precedente, ma differente nel metodo d’applicazione del potere, è quella di una Repubblica parlamentare semi presidenziale. Ha un’organizzazione molto simile a quella di altri Stati europei; il Presidente della Repubblica – è attualmente in carica dal 2010 Ivo Josipović – è il rappresentante dello Stato e comandante delle forze armate; viene eletto tramite suffragio universale e ha il compito di presiedere il Governo. A sua volta ha la funzione di nominare il Primo Ministro, tenuto a formare il Governo che dovrà poi essere appoggiato dalla maggioranza in Parlamento. Il sistema parlamentare è bicamerale, molto simile a quello italiano.

L’esecutivo della Croazia è oggi rappresentato dal Primo Ministro Zoran Milanović, leader del partito socialdemocratico di Croazia (Socijaldemokratska Partija Hrvatske, SPH). Il pluripartitismo, vietato fino alla fine degli anni ottanta, induce le varie fazioni a formare alleanze per garantire una governabilità più o meno stabile; è il caso per esempio proprio della coalizione di centro sinistra di Milanović, la Coalizione Kukuriku (Kukuriku Koalicija), di cui fanno parte assieme al già citato SPH, il Partito Popolare Croato – Liberal Democratici (Hrvatska narodna stranka - liberalni demokrati, HNS-LD), la Dieta Democratica Istriana (Istarski Demokratski Sabor, IDS) e il Partito Croato dei Pensionati (Hrvatska Stranka Umirovljenika, HSU).

Nonostante la guerra sia un ricordo ancora vivido nella mente dei croati, l’economia del Paese risulta oggi una delle più avanzate nella zona sud orientale dell’Europa. Impostata su un sistema di tipo liberista, si cimenta con buoni risultati in tutti i settori, eccellendo in particolar modo nella produzione industriale; questa rappresenta il 20% del PIL e il 25% dell’occupazione. I settori privilegiati sono il siderurgico, il metallurgico, e, soprattutto, è molto affermata l’industria cantieristica navale sulla costa. I prodotti industriali costituiscono inoltre ben il 95% dell’esportazione internazionale. Anche l’agricoltura e la pesca hanno la loro rilevanza, tant’è che riescono a coprire quasi l’intero fabbisogno nazionale.

Di sostanziale importanza per il sostentamento dell’economia croata rimane, sin dagli ultimi anni del regime comunista, il settore terziario; con 4000 chilometri di costa che si affaccia sull’Adriatico e più di mille isole, la Croazia attira ogni anno, concentrati nel periodo estivo, circa 10 milioni di turisti. Dopo l’isolamento degli anni novanta, grazie alle politiche di centro sinistra si sono rafforzati gli incentivi agli investimenti pubblici volti a intessere relazioni con gli altri Paesi europei. L’aumento costante della produttività e la stabilità della valuta fanno dunque della Croazia un candidato potenzialmente prezioso per l’UE.

Su circa 4 milioni di abitanti il 90% è costituito dalla popolazione croata, il 4% da quella serba e il restante 5% è ripartito tra varie minoranze tra cui quella italiana (0,4%); gli italiani, concentrati prevalentemente in Istria, hanno subito un brusco calo nel corso degli anni, anche a causa delle cosiddette pulizie etniche effettuate dal regime dell’Ex-Jugoslavia, giustificando i massacri con motivi politici: venivano teoricamente perseguitati fascisti, anticomunisti e, più in generale, dissidenti. La stessa sorte toccò a numerosi serbi, decimati durante la guerra dei Balcani dall’esercito croato oppure costretti ad emigrare nei Paesi confinanti.

La concentrazione nelle città è relativamente alta, anche se non paragonabile a quella di grandi nazioni come Francia, Germania o Inghilterra, considerando anche le dimensioni limitate del Paese. La densità media presenta un notevole sbalzo tra le aree costiere e urbanizzate, fittamente popolate, e le regioni montuose interne e la regione della Slavonia. Si calcola che soltanto il 57% della popolazione sia urbanizzato e che il tasso d’aumento sia di appena 0,4% l’anno. La città più popolosa è la capitale, Zagabria ( 780.000 ab.); a seguire, le città costiere più rilevanti sono Rijeka (l’italiana Fiume), Zara, Sebenico, Spalato e Dubrovnik (l’antica Ragusa); nell’interno risaltano Sisak, Varaždin, Osijek e Slavonski Brod.