Democrazia diretta? No: democrazia europea

, di Michele Ballerin

Democrazia diretta? No: democrazia europea

Parecchi spettri si aggirano per l’Europa, di questi tempi. Uno è lo spettro della democrazia diretta. Democrazia diretta! Possibile che l’era di internet stia davvero aprendo le porte a una nuova sperimentazione in questo senso? No, naturalmente, se il concetto dev’essere preso alla lettera. Chi ha finito di digerire il XX secolo prova di fronte ad esso la stessa impazienza che proverebbe vedendo rispolverare formule come «proletariato», «imperialismo» o «sovrastruttura». Perchè il ripudio del parlamentarismo e l’illusorio tentativo da parte delle masse di dirigere senza mediazioni politiche la propria esistenza è la tragica chiave che ci consente di interpretare il Novecento: la sua prima metà consistette nella confutazione fallita del liberalismo (all’epoca si chiamò «azione diretta»), mentre la seconda si risolse, correttamente, in un ritorno ad esso. Fascismo, nazionalsocialismo e bolscevismo sono racchiusi da queste due parentesi: un inciso che costò 60 milioni di morti.

Anche sul piano teorico confutare l’idea della democrazia diretta è troppo facile. Quasi tutti ci rendiamo conto del fatto che quando «tutti» presumono di comandare uno solo avrà l’effettivo comando. Non serve l’onorevole Fini per rammentarci qual è l’essenza del cesarismo – benché lui ne abbia un’esperienza particolarmente... diretta.

Inoltre (verità spiacevole, ma verità vera) il livello culturale del cittadino medio è ancora troppo basso perché si renda superflua la mediazione di una minoranza selezionata, tanto più in un’epoca il cui tasso di complessità è in costante e vertiginoso aumento. Chi frequenta abitualmente l’agorà di facebook si è già fatto un’idea di quale sia il livello del dibattito che vi ha luogo e proverà un brivido all’idea che essa si trasformi, di punto in bianco, in un parlamento sovrano. Rimbocchiamoci le maniche, amici, dobbiamo dedicare ancora molte ore all’attività più intelligente che l’uomo abbia mai inventato: studiare.

Lasciamo quindi la democrazia diretta ad Atene e al suo glorioso V secolo. Sta benissimo lì. L’unica ragione per cui l’idea oggi merita rispetto è per la motivazione che la tiene a galla, malgrado la sua congenita incapacità di nuotare. La «gente» (rispettabilissima categoria sociologica, checché ne pensi il lettore troppo sofisticato) è stanca di mediatori mediocri o truffaldini e ne ha tutte le ragioni. Però c’è un motivo ancora più profondo, sul quale è imperativo fare chiarezza il prima possibile. L’insofferenza dei cittadini nei confronti della politica è un fenomeno ovvio e inevitabile e scaturisce dal vuoto di potere che caratterizza questa fase della vita pubblica europea.

Con l’espressione «vuoto di potere» non si intende, evidentemente, l’assenza di politici e governanti. Noi siamo pieni di governanti. Gli uomini di potere non ci mancano. L’Italia, per restare in Italia, non è mai stata ricca come oggi di segretari, presidenti e direttori: mi sfugge se le cariche pubbliche siano mai state censite, ma in caso contrario lancio l’idea. Ho il sospetto che la popolazione italiana sia costituita nella stragrande maggioranza da «segretari» e «presidenti», magari anche solo del circolo di bocciofili. Quello che manca è il potere, il potere effettivo di governare i processi economici e sociali. Per questo il cittadino scalpita e ora si aggrappa all’idea che sia possibile riappropriarsi del suo destino esercitando in prima persona il potere politico. E in questo senso la pretesa suona molto meno assurda: perché se le élites non governano qualcun altro dovrà necessariamente farlo. Neppure la politica, come la natura, tollera il vuoto.

Tuttavia, vediamo di non mancare clamorosamente il bersaglio. Se in Europa gli uomini di potere abbondano ma non riescono a esercitare il potere effettivo, è perché oggi quest’ultimo può essere esercitato soltanto su scala europea, mentre i dirigenti sono ancora nazionali. Così si spiega il paradosso. E non sarà certo con un’altra indigestione di «democrazia diretta» che potremo risolverlo. L’impotenza delle classi politiche nazionali durerà finché non si daranno gli strumenti per esercitare il potere europeo. Lo strumento è un governo europeo – che altro? E poiché siamo democratici oltre che liberali, questo governo non lo vogliamo solo effettivamente potente, ma anche sufficientemente rappresentativo.

I confusi paladini della democrazia diretta hanno ragione quando dicono che il popolo europeo deve decidere il proprio destino. Solo il popolo europeo ha il diritto di disciplinare i propri bilanci e di scegliere come e quanto investire le proprie risorse. Ma lo farà, quando potrà farlo, nel caro vecchio modo, che è anche l’unico possibile: conferendo il potere politico a un parlamento europeo e, tramite questo, a un governo. Un Parlamento europeo esiste già, ma gli uomini che oggi governano l’Europa (per lo più appartenenti alla peculiare categoria dei «tecnici di destra») non lo rappresentano. Solo quando partiti europei saranno votati sulla base di programmi europei, e questi programmi saranno attuati da un governo federale, potremo parlare di una vera e sostanziale democrazia europea. Il che è esattamente quello che ci occorre: non un tipo diverso di democrazia, ma una democrazia più ampia, più efficace, più effettiva. E quando l’avremo ottenuta i problemi del nostro tempo saranno finalmente affrontati e le nostre esistenze, come si conviene, di nuovo governate.

Leggi anche altri due articoli sullo stesso tema: Democrazia diretta, democrazia europea e nuove tecnologie e Il volto della democrazia europea

L’articolo è inizialmente apparso su Euroscopio - Linkiesta

Fonte immagine Flickr

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