Il bastone e la carota

, di Michele Ballerin

Il bastone e la carota

A quanto sembra, benché non vi siano ancora dichiarazioni ufficiali in merito, l’amministrazione Obama ha intenzione di varare un piano di investimenti pubblici che prevede la costruzione e il ripristino di strade, ferrovie a aeroporti. Si parla di 50 miliardi di dollari, a cui si sommano quelli previsti per incentivare gli investimenti privati nella ricerca e i mutui per la casa a rischio di insolvenza, per un totale di 150 miliardi di dollari. È la tipica ricetta keynesiana, con un occhio al potere d’acquisto della classe media e un occhio agli investimenti produttivi.

Non è facile dare un giudizio sull’opportunità di un simile intervento, né fare previsioni sulla sua efficacia. Gli economisti keynesiani si sono meritati una certa diffidenza per la disinvoltura con cui sono soliti maneggiare la moneta, vale a dire per la facilità con cui inclinano verso politiche potenzialmente inflazionistiche. Ma sembra certo che quando l’economia si impantana nella scarsità da domanda solo uno “shock keynesiano” – purché somministrato con intelligenza – può rimetterla in carreggiata. Se non altro non si conoscono rimedi alternativi, altrimenti è certo che il governo statunitense vi avrebbe fatto ricorso, oggi come negli anni Trenta del secolo scorso – tutto, pur di tenersi fuori dal mercato.

Comunque la si pensi, una cosa è certa: la politica economica del presidente Obama è... una politica economica, mentre lo stesso purtroppo non può dirsi per il modo in cui il Consiglio europeo sta gestendo lo stesso problema. La “politica dell’austerità” voluta dalla Germania si sta concretizzando nelle finanziarie dei vari governi dell’Unione, e si sta rivelando per quello che è: il bastone – un pesante e nodoso bastone – senza la corrispondente carota. Soprattutto, è

... la politca economica di Obama, è una politica economica ...

il contrario di un rimedio, e non dà l’ombra di una risposta all’emergenza economica in corso. La produttività è scarsa? Allora bisogna investire, specialmente in ricerca e formazione. I consumi non bastano per reggere produzione e occupazione? Bene, questo significa che il reddito dei cittadini va sostenuto. In una parola, l’Europa dovrebbe fare quello che sta facendo Obama, con una differenza: che potrebbe farlo meglio, avendo a disposizione più risorse potenziali. Lo stato complessivo delle finanze pubbliche europee paragonato a quello delle finanze statunitensi è migliore: l’indebitamento, pubblico e privato, è minore, e se l’Unione si dotasse di una finanza federale – emettendo bonds europei – avrebbe a disposizione tutto il capitale necessario per investire nello sviluppo e in un sistema di welfare adeguato. Ma la politica di tagliare la spesa pubblica riducendo gli investimenti e aumentando le tasse in assenza di crescita economica, con la disoccupazione in aumento, i pochi incentivi pubblici ormai esauriti, i servizi già allo stremo e la cassa integrazione agli sgoccioli può essere solo frutto di una visione schizofrenica o, nel migliore dei casi, di un gigantesco equivoco. Sono lontani i tempi in cui i medici sapevano soltanto salassare i loro pazienti più gravi, con il risultato, il più delle volte, di affrettarne il decesso. Per nostra fortuna la medicina ha fatto progressi. È davvero possibile che la politica economica sia rimasta indietro di cent’anni? Ciò che impedisce all’Unione europea di aggredire la crisi è, ormai lo sappiamo o dovremmo saperlo, la resistenza che i governi degli stati membri oppongono a qualsiasi serio tentativo di dare vita a un governo federale dell’economia, l’unico che potrebbe varare un piano di investimenti paragonabile a quello americano. A motivare tale resistenza sarebbe la gelosa tutela degli “interessi nazionali”. Ora, è davvero straordinaria questa concezione degli interessi nazionali. È straordinaria, perché i governi dell’Unione stanno dimostrando di piegarsi volentieri ai diktat del Consiglio europeo

... grama la vita del somaro ...

quando comanda loro il bastone, mentre si tirano indietro quando si tratterebbe di somministrare all’economia europea la sua dose di carota (quella prevista dall’Agenda di Lisbona e rimasta lettera morta, perché ognuno ha preferito andarsene per la propria strada). Prendono cioè il peggio dal potere sovranazionale europeo e non gli chiedono ciò che di buono potrebbe e dovrebbe fornire loro. Se qualcuno è in grado di spiegarsi un comportamento così palesemente autolesionistico lo invidio: a me riesce impossibile.

Quanto all’Italia... I nostri commentatori, politici e giornalisti hanno ancora il candore sufficiente a indignarsi per un paio di fischi e il lancio di un petardo, atti entrambi riprovevoli e a cui preferiremmo non assistere, e che tuttavia vanno assolutamente letti alla luce di quello che, rebus sic stantibus, è destinato a succedere nelle strade e nelle piazze italiane ed europee. Meglio prepararsi al nuovo corso. È grama la vita del somaro se il padrone usa volentieri il bastone ma si dimentica la carota. È grama, e soprattutto obbliga prima o poi il somaro a rivoltarsi: allora sono calci. Calci, non fischi.

Fonte dell’immagine: World Wide Web

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