La Terza Repubblica è l’Europa

, di Giorgio Anselmi

La Terza Repubblica è l'Europa

Capita talvolta anche ad un difensore del Risorgimento e dell’unità italiana di condividere l’amaro e paradossale giudizio di Ennio Flaiano: «La peggiore dominazione straniera che abbia subito il nostro Paese è quella italiana.» I fatti sono noti. L’affermazione nelle elezioni dello scorso febbraio del M5S ha trasformato il sistema da bipolare in tripolare. I veti reciproci hanno impedito la formazione di una maggioranza e quindi di un governo. Per di più il Presidente Napolitano, alla fine del suo mandato, non disponeva di quella pienezza di poteri che l’ingarbugliata situazione richiedeva. Tutte le tensioni si sono quindi scaricate sull’elezione del nuovo presidente. Nel PD, che si credeva il perno di ogni soluzione grazie al premio di maggioranza ottenuto alla Camera, sono esplose le contraddizioni tra linee politiche alternative. Risultato: per superare lo stallo, i leader di partito si sono recati da Napolitano col cappello in mano e l’hanno supplicato di accettare la rielezione. A quel punto il Presidente ha potuto esigere la formazione di un governo politico con una larga maggioranza parlamentare.

Prima di indicare qualche prospettiva per l’avvenire, ci siano concesse alcune considerazioni su tali vicende. Contrariamente a quanto auspicato anche su queste pagine, il M5S continua a ritagliarsi un ruolo di pura e sterile opposizione. Invece di contribuire al rinnovamento del Paese, corre così il rischio di trasformarsi in uno dei tanti movimenti di protesta di cui è costellata la nostra storia. Venuti dal nulla e scomparsi nel nulla. Per dirla con un esperto della materia, Fausto Bertinotti: «In Italia i rivoluzionari non fanno la rivoluzione e i riformisti non fanno le riforme.»

Col PD è entrato in crisi l’ultimo partito rimasto sulla scena, non a caso costituito da spezzoni dei due maggiori partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Le altre forze politiche sono infatti o comitati elettorali al seguito di un padre-padrone o formazioni regionali e locali o partitini nati da scissioni o assemblati alla bell’e meglio da qualche leaderino. Spesso senza tradizioni, senza identità, senza vita democratica interna, senza radicamento territoriale. Difficile non dar ragione a Mario Albertini: «Non sono i partiti a rovinare l’Italia, è l’Italia a rovinare i partiti.»

Nonostante questi due mesi di vuoto pneumatico, l’Italia non è finita sotto l’attacco della speculazione. Per tre motivi. Innanzi tutto per l’ombrello dell’Europa e, in particolare, della BCE di Mario Draghi, che non per nulla ha parlato di «pilota automatico». In secondo luogo, la cura attuata dal Governo Monti ha rimesso in carreggiata i conti pubblici e convinto i mercati che la via tracciata non sarebbe stata abbandonata. Oggi Monti ed il suo governo non godono di buona stampa, ma i federalisti non possono dimenticare le condizioni in cui il Presidente della Bocconi ha preso in mano le redini e lo sforzo fatto per ridare dignità al nostro Paese. Infine il Giappone, giunto buon ultimo ad adottare manovre monetarie espansive ma con la ferma volontà di surclassare USA e Regno Unito, ha inondato i mercati di una tale massa di liquidità da rendere appetibili anche i titoli sovrani dei tanto vituperati PIIGS.

Pericolo scampato, presidente rieletto, governo costituito. Purtroppo non è il momento del veni, vidi, vici. Non per Napolitano, non per Letta, non per l’Italia. I federalisti avevano già un grande debito di gratitudine verso il Presidente della Repubblica, che ha saputo mantenere ben ferma la barra durante i sette procellosi anni del suo primo mandato. Ora egli è riuscito nell’impresa di far ottenere la fiducia ad un governo «europeo ed europeista» da parte di un parlamento con forti venature euroscettiche, per non dir di peggio. Pur con tutta la comprensione ed anzi l’ammirazione che merita il suo sacrificio al servizio del Paese, avremo ancora bisogno della sua saggezza ed autorevolezza nei prossimi mesi ed anni.

Enrico Letta è un leader ancora giovane, le cui convinzioni federaliste traggono però origine da una grande tradizione politica. Anche per questo, con il sostegno di Napolitano, ha saputo collocare nei ruoli strategici personalità di sicuro valore e con un fermo orientamento sovranazionale: Bonino agli Esteri, Saccomanni all’Economia, Moavero Milanesi agli Affari europei. Con la visita a Berlino, Parigi e Bruxelles ha poi definito i punti cardinali a cui intende legare le sorti del suo governo. Vincolare le scelte della maggioranza parlamentare a quella cornice sarà il non facile compito del Presidente del Consiglio. Le opposte sirene del taglio delle tasse e dell’aumento delle spese sono risuonate già durante il voto di fiducia. Mettere in pericolo i saldi del bilancio pubblico significherebbe vanificare i sacrifici compiuti e illudere con un po’ di spesa drogata i cittadini e le imprese.

La battaglia contro la crisi va combattuta in Europa. E va combattuta, come i federalisti hanno riaffermato nel recente Congresso di Milano, su due fronti: dotare l’Eurozona di un bilancio adeguato e nello stesso tempo trasformarla in una federazione. La Francia vuole più solidarietà, ma è recalcitrante ad ulteriori cessioni di sovranità. D’altra parte la Germania subordina l’unione fiscale ed economica all’unione politica. In questa crescente e pericolosa divaricazione della coppia franco-tedesca può inserirsi l’Italia, non tanto per creare un fronte con l’una contro l’altra, ma per realizzare le politiche volute dalla Francia attraverso le istituzioni federali pretese dalla Germania. Sarebbe il modo migliore per convincere i cittadini che la Terza Repubblica può essere solo l’Europa.

1. L’articolo é stato pubblicato come editoriale su L’Unità Europea n. 2/2013

2. Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

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