La questione libica en perspective

, di Michele Ballerin

La questione libica en perspective

La risoluzione ONU sull’intervento in Libia non ha soltanto un rilievo politico ma anche storico, e si può prevedere che il suo significato assumerà un’importanza crescente col trascorrere del tempo. Occorreranno forse mesi o anni perché sia evidente quale principio essa viene ad affermare nei fatti, e quali prospettive apre sul futuro della politica internazionale.

La risoluzione è importante, in primo luogo, perché impedisce a Gheddafi di condurre fino in fondo la sua azione criminale nei confronti della popolazione libica. Molti eccidi sono stati già commessi e altri sono in corso in questo preciso momento: ad essi purtroppo non si porrà rimedio. Ma l’azione militare degli alleati ha già invertito i rapporti di forza, e le minacce di Gheddafi sono destinate con ogni probabilità a rimanere incompiute. In questo senso la risoluzione cala come uno scudo fra le armi della dittatura e dei suoi mercenari senza scrupoli e una popolazione in gran parte inerme, e già ridotta allo stremo. Le parole di Gheddafi risuonano ancora – o dovrebbero farlo – nelle orecchie dell’occidente: “Stiamo venendo a prendervi, non avremo pietà”. Ebbene, nessuno verrà a prenderli, e la pietà sarà imposta, come noi vogliamo che sia.

Ciò che Gheddafi sta dicendo o dirà nelle prossime ore è ininfluente. La miscela di minacce e menzogne a cui i suoi proclami deliranti ci hanno abituati ha tolto ogni residua credibilità al dittatore libico, il quale non è più un capo di governo con cui negoziare o un nemico con cui venire a patti ma – sia chiaro – un criminale da neutralizzare e rinviare a processo. Il senso dell’intervento in Libia è destinato a sfuggirci se non lo vediamo essenzialmente come un’operazione di polizia; ed è chiaro che un’operazione di polizia non può dirsi compiuta finché il colpevole non è arrestato e processato. Solo allora giustizia sarà fatta. Come si possa ottenere questo è secondario. Lo scenario ideale prevede che a farlo siano i ribelli libici, appena l’aviazione alleata avrà spianato loro la strada fino a Tripoli. Ma gli scenari ideali non sempre coincidono con quelli reali.

Molti osservatori sono turbati dall’idea stessa di un intervento militare in un territorio sovrano. Eppure, qui sta il nodo del problema, e qui emerge con forza (e, se lo vogliamo, con chiarezza lampante) l’aspetto più significativo – il più propriamente “storico” – della risoluzione. Ad essere in gioco è infatti l’idea stessa di sovranità nazionale. In passato l’occidente ha commesso molti errori nel valutare questa idea e le sue implicazioni, e noi dobbiamo sperare che l’esperienza dei passati errori porti con sé, come è solita fare, il suo bagaglio di saggezza pratica. Chi si illude che un diritto sovranazionale possa convivere con la sovranità assoluta delle nazioni dimentica le lezioni che il Novecento si è incaricato di impartirci, e si dimostra disposto a cadere nello stesso equivoco in cui cadde Woodrow Wilson – e con lui il mondo intero – nel 1918. Per un europeo in particolare sarebbe davvero imperdonabile incorrere per l’ennesima volta in questo madornale errore concettuale: nessuno di noi può seriamente augurare alle Nazioni Unite lo stesso ruolo e lo stesso destino che furono della Società delle Nazioni. Dunque, teniamoci fermi a questa ovvia considerazione: il significato stesso del diritto sovranazionale è nel diritto di ingerenza. Il diritto non sarà mai altro che una parola se non potrà venire imposto, all’occorrenza, con la forza delle armi. Non si vede infatti come ciò che vale all’interno degli stati nazionali – dove è indispensabile una forza di polizia per far rispettare la legge – potrebbe risultare superfluo su scala planetaria.

Una volta impostata così la questione nei suoi termini essenziali, altri aspetti secondari appaiono scontati e fondamentalmente trascurabili. Ciò vale ad esempio per le riserve espresse da governi come quello cinese o quello russo sull’opportunità di intervenire con le armi contro le truppe di Gheddafi, riserve la cui origine può sfuggire solo a un osservatore molto distratto. La preoccupazione di questi governi nasce dall’idea che un’autorità sovranazionale possa in futuro ingerirsi nei loro affari interni, in nome di un diritto che essi hanno poco interesse a vedere rispettato sempre e ovunque. Nessuno può stupirsi di un simile atteggiamento. Ma ciò non sposta di un millimetro il cuore del problema: e il cuore del problema, come si accennava, è decidere una volta per tutte se vogliamo che i rapporti fra le nazioni debbano essere regolati dal diritto e non dalla forza, e se saremo così coerenti da spingerci ad ammettere che ciò sarà possibile solo quando un’autorità sovranazionale avrà il diritto riconosciuto e il potere reale di intervenire ovunque il diritto sia violato o minacci di esserlo, entro i confini di qualsiasi nazione.

Gli osservatori e gli opinionisti che in queste ore si confrontano nel giudicare quanto sta avvenendo in Libia farebbero dunque bene a vedere le cose come stanno, e a pronunciarsi su questo punto essenziale. Depurato da questo elemento chiarificatore, il dibattito sul problema libico rischia infatti di risolversi come molti altri in un insulso chiacchiericcio e in un gioco di ruoli scontati. Ognuno fa il proprio mestiere, e i pacifisti “senza se e senza ma” fanno come sempre il loro. Ma è evidente che il loro mestiere non è la politica. Le posizioni del pacifismo a oltranza non portano un contributo costruttivo quando si tratta di scegliere fra diverse opzioni reali. Quando si tratta di prendere una decisione non serve recriminare su ciò che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto: bisogna decidere, avendo la chiara cognizione delle conseguenze che la nostra decisione avrà o non avrà. Questa è politica: il resto è letteratura.

Fonte immagine: Flickr

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