Per la promozione dei diritti sociali fondamentali

, di Roberta Carbone

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Per la promozione dei diritti sociali fondamentali

Mercoledì 13 Marzo, presso la International Trade Union House a Bruxelles, è stato presentato il Manifesto per il rispetto e la promozione dei diritti sociali fondamentali [1]. Significativa già l’introduzione: il Manifesto, lanciato nel gennaio scorso e presentato al Parlamento europeo qualche settimana fa, ha già ottenuto più di 450 firme in tutta Europa – non solo dai Paesi del sud, come il moderatore è attento a sottolineare.

Il Manifesto è stato introdotto da Isabelle Schömann, Niklas Bruun e Klaus Lörcher, membri della rete di esperti TTUR (Transnational Trade Union Rights), un gruppo di otto avvocati del lavoro che fa parte dell’Istituto Sindacale Europeo (ETUI) e che ha dato vita al Manifesto.

L’intestazione del Manifesto dichiara: «Gli avvocati del lavoro di tutta Europa chiedono all’Unione Europea di rispettare e promuovere i diritti sociali fondamentali, in particolare per quel che riguarda tutte le misure legate alla crisi». Alla base di questa iniziativa sta una forte critica nei confronti delle conseguenze delle misure di austerità diffuse in tutta Europa, che hanno portato ad una diminuzione dei diritti dei lavoratori e minato il modello sociale europeo. Secondo i promotori, infatti, la soluzione più diffusa alla crisi in corso sono state le riforme del diritto del lavoro, al fine di rendere il mercato più flessibile e meno vincolato al rispetto di alcuni principi sociali fondamentali. In particolare, i promotori individuano due punti chiave.

In primo luogo, le attuali tendenze mostrano che con l’implementazione di misure economiche restrittive le autorità pubbliche stanno indebolendo la contrattazione collettiva. Gli effetti negativi sui diritti dei lavoratori sarebbero evidenti: gli accordi collettivi avevano l’obiettivo di fissare degli standard minimi obbligatori, mentre oggi assistiamo ad una tendenza in favore di accordi su base individuale (di impresa o di settore) che si collocano anche al di sotto degli standard previsti. Questo tipo di sviluppi viene appoggiato dalla cosiddetta “troika” e in particolare dalla Commissione europea, che sostiene il decentramento della rappresentanza dei lavoratori a livello nazionale. Pertanto le conseguenze delle riforme del mercato del lavoro – secondo Bruun - coinvolgono anche i partner sociali, la cui autonomia non viene più rispettata. Legato a questa questione, sorge il discorso sulla legittimazione democratica: le misure imposte ai cittadini europei vengono percepite come illegittime e portano, quindi, alla diffusione di un sentimento anti europeo.

In secondo luogo, tenendo in considerazione che questo Manifesto viene promosso da un gruppo di giuristi, viene sottolineato l’obbligo per le istituzioni europee di rispettare le disposizioni del Trattato di Lisbona e della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. In particolare, l’art. 3.3 del TUE afferma che l’UE è fondata “su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”. Inoltre gli autori rimandano al rispetto dei diritti sociali fondamentali, diventato vincolante con la Carta dell’UE, e del diritto alla contrattazione collettiva sancito dalle Convenzioni dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), ratificate da tutti gli Stati membri dell’Unione.

Questo Manifesto costituisce una delle tante reazioni alla crisi europea in corso, che sicuramente si sta dimostrando politica e sociale, più che finanziaria ed economica. Sicuramente ciò che appare chiaro è il fatto che, nonostante molte personalità riconoscano il fallimento del paradigma neoliberale e, quindi, della deregolamentazione economica e politica, non si sia ancora giunti ad un cambiamento del pensiero dominante – e forse quest’ultimo non cambierà affatto. Per questa ragione molte voci si stanno alzando a favore di un ritorno al modello sociale europeo e di un sistema economico e sociale più equo e giusto.

A questo punto, due questioni sono da prendere in considerazione.

In primis la questione democratica. Le elezioni nazionali e il sorgere di partiti euro-scettici o populisti in tutti gli Stati dell’Unione dimostrano che c’è una richiesta da parte dei cittadini di poter parlare ed essere ascoltati da coloro che governano. Ma chi governa realmente? Il fatto stesso che tutte le responsabilità riguardo le misure di austerità, e dunque riguardo l’impoverimento di una parte dei cittadini europei, vengano imputate alla “troika” è la riprova dell’impossibilità di individuare un’istituzione che si faccia carico di queste decisioni. Si tratta di una mescolanza di obblighi internazionali, europei e interni agli Stati membri, che portano ad applicare a diversi Paesi una soluzione unica, che rende l’approccio di breve periodo come una sorta di principio generale.

Quindi, come se non fosse ancora abbastanza chiaro, non abbiamo una politica economica coerente. Inoltre, non abbiamo neppure una vera politica sociale europea, dal momento che questa generalmente fa capo agli Stati membri. Infatti, la maggior parte delle politiche sociali iniziate dall’UE si appoggiano su strumenti di soft-law e sul Metodo di Coordinamento Aperto (OMC). Pertanto, se vogliamo discutere la questione di un modello per l’UE, dobbiamo prima concentrarci sul rendere l’Unione europea un sistema pienamente democratico, con un proprio governo: in questo modo i cittadini europei potrebbero davvero avere un ruolo, con il proprio voto, nell’ambito delle decisioni prese a livello dell’Unione, e soprattutto ci sarebbe un’istituzione con un reale potere decisionale, che potrebbe essere lodato o rimproverato per le sue responsabilità. Questo non solo chiarificherebbe la questione di chi detiene il potere, ma legittimerebbe anche le decisioni che vengono prese, rendendole, così, più accettabili.

Quindi la seconda questione: nell’attesa di avere un governo sovranazionale europeo – che significherebbe creare una Federazione europea – come si possono convincere gli Stati membri dell’UE a cambiare percorso, in modo da risolvere la crisi, preservando il tenore di vita europeo? Secondo la mia modesta opinione, sarà impossibile convincere i leader europei solo con un Manifesto come questo, seppure guadagnasse centinaia di firme da parte di personalità accademiche. Per i governi europei sarebbe troppo facile rispondere a questo tipo di appelli con la giustificazione che in tempi di crisi è impossibile trovare le risorse necessarie, e che quindi bisogna prima risparmiare e solo in seguito pensare a rilanciare l’economia europea. Questo è ciò che ci è stato ripetuto in questi ultimi anni. Perciò dovremmo provare a proporre delle soluzioni più articolate, tenendo in considerazione sia gli obiettivi che i mezzi. Come ha sostenuto Tommaso Padoa-Schioppa, dovremmo lasciare l’austerità agli Stati membri e gli investimenti al livello dell’Unione, in quanto il valore aggiunto di un certo investimento è più alto a livello sovranazionale che a livello statale, per effetto delle economie di scala.

Pertanto, con un investimento a livello dell’UE relativamente contenuto, potremmo far ripartire l’economia europea, mentre a livello nazionale per il momento qualunque tipo di investimento sembra impossibile. Investendo su ricerca e sviluppo, potremmo creare nuovi posti di lavoro, puntare sulla “green economy”, l’economia verde, e migliorare la competitività europea a livello internazionale, migliorando così la qualità della vita nell’UE, piuttosto che ragionare in termini quantitativi, investendo dunque in uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Questo è anche il motivo per cui dovremmo parlare di sviluppo e non di crescita. Per fare questo, però, sono necessarie più risorse a livello europeo: parallelamente alla diminuzione degli investimenti a livello nazionale, dovrebbero aumentare gli investimenti a livello dell’UE, grazie al trasferimento di una parte delle risorse nazionali, attraverso una serie di nuove “risorse proprie”, per esempio un’imposta europea sulle transazioni finanziarie, una tassa sulle emissioni di anidride carbonica o una riforma dell’Iva. Per questi motivi i federalisti europei in molti Stati membri, insieme a diverse associazioni della società civile, stanno promuovendo un’Iniziativa dei Cittadini Europei per un Piano europeo di sviluppo sostenibile e per l’occupazione [2].

Questo potrebbe essere un modo concreto per andare verso la creazione di un modello economico e sociale più giusto per l’Europa di oggi e per le prossime generazioni.

Fonte dell’immagine: Fotopedia]

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