Perché non basta il fondo salva-stati

, di Michele Ballerin

Perché non basta il fondo salva-stati

Il fondo salva-stati (più propriamente l’EFSF: European Financial Stability Facility) è stato potenziato e ora la sua capacità di prestito raggiunge i 440 miliardi di euro. I mercati sembrano gradire. Ma che cosa significa esattamente, e che cosa dobbiamo aspettarci adesso?

L’EFSF si finanzia principalmente collocando sul mercato titoli di debito garantiti dagli stati della zona euro, per un importo che, mantenendosi inferiore al capitale di garanzia (pari a 780 miliardi), dovrebbe assicurare loro la stessa tripla A dei titoli più affidabili. Questo non è tutto quello che occorre, ma è senz’altro già qualcosa. Chi simpatizza per la proposta di un debito pubblico federale può considerare l’EFSF come un primo timido esperimento in questa direzione. Ma dovrebbe anche auspicare che l’emissione di bond europei da parte dell’EFSF sia ulteriormente potenziata, e magari garantita con lo stesso bilancio dell’Unione incrementato in proporzione tramite una fiscalità europea sostitutiva di quella nazionale.

Se nella peggiore delle ipotesi questo volesse dire ricorrere in parte alla “leva finanziaria” – prestare più capitale di quanto se ne possiede in garanzia, però con l’implicita garanzia di un intervento della BCE in caso di pericolo – mi sembra che si possa accettare: il carattere straordinario dell’emergenza in cui ci troviamo lo giustificherebbe a sufficienza. È difficile credere che potremo toglierci dai guai senza “sbilanciarci” in qualche misura. I timori riguardo alla leva finanziaria sono comprensibili ma non del tutto giustificati: se per anni nessuno si è preoccupato del fatto che ogni banca dell’UE poteva concedere prestiti mantenendo un capitale di riserva pari al 2%, non si capisce perché si dovrebbe gridare allo scandalo se a un organismo come l’EFSF, che ha alle spalle i governi dell’Eurozona, si concedesse di sbilanciarsi in misura molto minore. Tutto dipende, naturalmente, dalla fiducia di cui potrà godere sui mercati.

E questo ci porta al punto.

Le banche possono permettersi di detenere molto meno capitale di quello che emettono sotto forma di credito quando l’economia cresce a ritmi rassicuranti e nessuno ha ragione di temere per i suoi risparmi. Vale a dire: sono le aspettative a “capitalizzare” le banche. Finché le aspettative reggono non ci sarà nessuna corsa agli sportelli. Lo stesso può e deve valere per l’EFSF, con la differenza che l’economia oggi non cresce affatto a ritmi rassicuranti, e perciò è imperativo che ogni euro prestato dall’EFSF ne frutti altri, ossia che i fondi vengano investiti nel modo più efficace possibile, e che gli investitori lo sappiano.

La verità è che il problema del rating, che è il problema della credibilità e delle aspettative, non dipende da nessun importo nominale. Dipende dalla presenza o meno di un progetto organico e lungimirante. Per scongiurare una “corsa agli sportelli” dell’EFSF – o meglio una scarsità di acquirenti per i suoi titoli e il conseguente aumento degli interessi – bisogna che esso eroghi non solo credito, ma anche fiducia. L’Europa deve vendere ai suoi creditori un progetto: allora potrà anche permettersi di mantenere un alto livello di indebitamento per tutto il tempo che le occorrerà per riavviare lo sviluppo.

Il modo in cui i fondi dell’EFSF possono essere erogati è infatti duplice: a pioggia (per tappare semplicemente le falle dei bilanci pubblici) o secondo una strategia europea di investimenti produttivi. Ognuno è libero di esprimere la propria preferenza, ma ormai dovrebbe essere chiaro che senza un piano di spesa europeo i finanziamenti serviranno a poco. Poiché si tratta di salvare il progetto europeo, nessuna soluzione dovrebbe spaventarci (neppure la “leva finanziaria”): a fare la differenza è in ogni caso come i soldi verranno spesi. Non si possono lasciare gli stati liberi di spenderli come credono e come hanno sempre fatto, né si può decidere di buttarli tutti nel colabrodo dei debiti pubblici.

Il problema del debito va assolutamente preso per il corno giusto. Come molti osservatori hanno capito da un pezzo, il problema del debito pubblico non sta nel suo ammontare nominale ma nel suo rapporto con il PIL. Se iniziamo con la riduzione del debito otterremo l’effetto di ridurre il PIL, e quindi aumentare il rapporto. Viceversa, se riusciamo ad aumentare il PIL il rapporto diminuirà. Quello che dovremmo tenere presente è che a influenzare gli investitori non è la quantità di debito di una nazione, ma due fattori molto più significativi: le sue prospettive di crescita e, più impalpabile ma non meno decisivo, il suo prestigio. Diversamente non sapremmo spiegarci perché il Giappone ha potuto sostenere per anni il debito pubblico più alto del mondo (superiore al 200% del suo PIL) senza andare in default, e perché gli Stati Uniti infondono ai mercati più fiducia dell’Unione Europea pur avendo una situazione finanziaria complessivamente peggiore. Scommettere su un’Europa unita e solidale, un’Europa con un governo economico federale in grado di varare un grande piano di sviluppo sul continente, significherebbe dotare i suoi stati membri di entrambi gli elementi: una strategia per lo sviluppo (con l’obiettivo collaterale di ridimensionare i debiti al momento giusto) e il prestigio di una comunità politica che sia il più possibile simile a un grande stato con un unico governo, interessi condivisi e la capacità di intervenire tempestivamente ed efficacemente per proteggerli. Un’Europa tonificata da una simile prospettiva non avrebbe ragione di temere neppure un rating basso sui titoli di debito comuni, nel caso che un’agenzia avesse la perfidia di affibbiarglielo.

Dovremmo convincerci che, da un punto di vista strettamente economico, non c’è altra via per sostenere le aspettative dei mercati, degli imprenditori e dei consumatori; e questo, fra i tanti obiettivi che potremmo darci in questo difficile momento, è insieme il più arduo e il più necessario. In assenza di un progetto abbastanza vasto e di una prospettiva credibile e stimolante nulla infatti potrà bastare: la riduzione dei debiti non farà che deprimere ulteriormente le economie e accrescere i debiti stessi, la politica dei tassi di interesse al minimo girerà a vuoto, forse perfino un deciso intervento per sostenere i consumi – così necessario – potrebbe rivelarsi, da solo, un buco nell’acqua, se i cittadini non avessero davanti agli occhi l’immagine rincuorante di un futuro di sviluppo che li invogliasse a scendere in strada e spendere i loro soldi invece di nasconderli nel materasso in attesa di tempi migliori. Se c’è un aspetto che può già togliere il sonno a economisti e banche centrali è che noi ci troviamo in piena trappola della liquidità: abbiamo riempito di carburante il nostro motore ma il motore non si accende. Che cosa manca ancora? Manca la scintilla. L’Europa ha bisogno di una nuova, grande speranza: è questa la variabile, non meramente economica, che manca nel cuore della nostra economia per immettervi il poderoso impulso di cui ha così disperatamente bisogno.

La strada nel breve periodo è questa. Se riusciremo a compattare l’Unione Europea intorno a un piano federale per lo sviluppo sostenibile e per l’occupazione, il PIL degli stati membri avrà una nuova chance, e quando il tasso di crescita dei PIL nazionali avrà guadagnato qualche punto percentuale sarà il momento di lavorare sul numeratore e procedere a tagli ragionati della spesa pubblica. Ma prima di quel momento le riforme volte a contenere i debiti sovrani dovranno darsi un obiettivo molto meno ambizioso del 5% annuo che la Germania vuole imporre all’Eurozona, e limitarsi a ridurre gli sprechi e le inefficienze dei sistemi nazionali stando bene attente a non colpire i consumi.

È questa la lama di rasoio sulla quale per qualche anno dovremo correre; e la prospettiva di un riscatto economico e sociale dell’intera Unione ci darà il coraggio per farlo.

Articolo già pubblicato su www.imille.org

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