Un Governo d’emergenza costituzionale per un’Italia europea

, di Antonio Longo

Un Governo d'emergenza costituzionale per un'Italia europea

La crisi politica, economica e morale in cui si trova oggi il nostro Paese è identificata con estrema precisione dall’ex-ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli, in uno delle migliaia di documenti pubblicati di recente da WikiLeaks.

Il lento ma costante declino economico dell’Italia compromette la sua capacità di svolgere un ruolo nell’arena internazionale. La sua leadership spesso manca di una visione strategica. Le sue istituzioni non sono ancora sviluppate come dovrebbero essere in un moderno paese europeo. La riluttanza o l’incapacità dei leader italiani a contrastare molti dei problemi che affliggono la società, come un sistema economico non competitivo, l’obsolescenza delle infrastrutture, il debito pubblico crescente, la corruzione endemica, hanno dato tra i partner l’impressione di una governance inefficiente e irresponsabile. Il primo ministro Silvio Berlusconi è il simbolo di questa immagine.

La nostra crisi è innanzitutto (come per gli altri Paesi europei) un sottoprodotto di una ‘globalizzazione senza governo’ che ha enfatizzato i problemi derivanti dall’ingresso dei Paesi (un tempo) in via di sviluppo nel mercato mondiale, modificando rapidamente i termini della produttività, della competitività e delle condizioni di lavoro. Ma il nostro Paese, grazie anche all’instabilità politica e ad una infrastruttura pubblica arretrata, ha subìto, più di altri, gli effetti di un ‘non governo dei processi di globalizzazione’.

I governi Berlusconi hanno introdotto un ulteriore elemento di crisi. In un tessuto istituzionale storicamente fragile e, a seguito della caduta della c.d. ‘prima repubblica’, sempre più privo di una condivisione di valori politici e di riferimenti all’interesse generale del Paese, l’ideologia e l’azione dei governi Berlusconi hanno determinato un’accelerazione dei processi di crisi. L’enorme conflitto di interessi ha favorito l’emergere prepotente dell’interesse privato nella conduzione della ‘cosa pubblica’, una commistione profonda tra politica ed affari (e malaffare), una sistematica commistione e confusione tra attività statuale e finalità private. Tutto ciò è stato poi cementato da una gestione mediatica del consenso, che ha trasformato il cittadino in spettatore e consumatore, pronto quindi ad accogliere acriticamente qualsiasi manifestazione del potere. Infine, il continuo tentativo di piegare le istituzioni politiche agli interessi personali del premier ha determinato una devastazione della politica, oramai ridotta, in molti casi, ad approdo per nani e ballerine, oppure strumento da utilizzare per gestire e coprire interessi malavitosi.

Berlusconi non è un epifenomeno, ma l’espressione di un blocco di potere sociale cresciuto all’ombra della crisi dello Stato italiano nel corso degli anni ’80 e poi emerso prepotentemente con l’esplosione di una globalizzazione senza governo dalla metà degli anni ’90 in poi. La sua capacità di resistere, malgrado gli infiniti scandali ed il fallimento della sua azione di governo, è dovuta proprio al fatto che rappresenta e personifica questo ‘blocco di potere’, formato dalla alleanza tra ampi settori dell’economia sommersa e la piccola/media impresa, entrambi bisognosi di non avere regole sul piano interno per poter competere sul mercato mondiale. Questo ‘blocco sociale’ è diventato egemone in Italia negli ultimi trent’anni, scalzando il precedente che era costituito dalla grande industria e dalla classe operaia, entrambe disintegratesi con l’emergere del mercato globale, la delocalizzazione dei processi produttivi e la conseguente creazione di ‘classe operaia altrove’. La creazione mediatica del consenso ha poi integrato nell’ideologia berlusconiana anche gli strati impiegatizi medio-bassi e persino i ceti più popolari.

La fine politica di Berlusconi non coinciderà necessariamente con la fine del berlusconismo, che sopravviverà come blocco sociale radicato nel Paese. Questo blocco entrerà in crisi solo quando sarà emersa un’alternativa concreta: la globalizzazione ‘con il governo’.

Un primo passo in questa direzione sarà costituito dal fatto se, dalla crisi finanziaria, economica e sociale che ha colpito l’Europa, emergerà un ‘governo economico europeo’ oppure no. Avere un governo economico europeo vuol dire sostanzialmente dar vita ad una struttura europea di potere capace di determinare comportamenti omogenei, coerenti e virtuosi sul fronte della spesa pubblica (con una forte opera di razionalizzazione e risanamento dei bilanci nazionali) e della politica per lo sviluppo (nei settori strategici per la sopravvivenza dell’Europa sul mercato mondiale). L’azione di un ‘governo europeo’, a partire dal campo economico per poi estendersi anche a quello politico, costituirà un punto di riferimento decisivo per costruire, attorno ad esso, le istituzioni e le strutture di una nuova statualità, poi forme di identità politica e sociale ed infine nuove strutture di valori.

L’Italia è, tra i grandi Paesi europei, quello che è il più esposto sul fronte della crisi e della perdita di identità politica. Lo attesta la drammatica caduta della fiducia degli italiani nelle forme della politica e delle istituzioni del Paese (con l’unica eccezione del Presidente della Repubblica) e, persino, la polemica attorno alla stessa ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia. E’, dunque, il Paese che ha più bisogno di altri di credere in una prospettiva di unità europea.

Ma occorre che in Italia si faccia strada l’idea che, alla lunga agonia del governo Berlusconi, si può porre termine se si abbraccia la prospettiva di un governo di emergenza costituzionale per un’Italia europea, vuoi come alternativa alle possibili elezioni anticipate, vuoi come schieramento politico in caso di elezioni anticipate, vuoi ancora in caso di una situazione di ingovernabilità a seguito delle stesse elezioni.

Questa prospettiva non è utopica perché è strettamente legata proprio alla questione dell’emergere di un ‘governo economico europeo’ che, al momento, si presenta nelle forme di un nuovo patto di stabilità e di competitività. Nei prossimi mesi l’Italia dovrà fare scelte assai impegnative sul fronte del debito pubblico e sulla razionalizzazione della spesa, se non vorrà entrare nel mirino della speculazione, alla pari dei PIIGS. Ma per fronteggiare queste scelte è necessaria un’ampia convergenza delle forze politiche nel sostegno di queste scelte, esattamente come all’epoca della battaglia per l’euro. Si va così profilando un nuovo ‘vincolo esterno’ molto forte, che finirà per calamitare l’attenzione ed il dibattito politico nel nostro Paese.

A tal fine i federalisti devono indicare i punti programmatici della proposta di governo per un’Italia europea.

A. Risanamento finanziario e coesione sociale

1) riduzione della spesa pubblica, attraverso forti razionalizzazioni negli apparati amministrativi centrali e periferici dello stato (eliminando sprechi ed inefficienze), accorpamento degli enti locali e/o abolizione delle province, drastico taglio dei costi della politica (dimezzamento dei parlamentari, riduzione del numero dei consiglieri regionali, forte riduzione degli stipendi di parlamentari e consiglieri regionali, in linea con la media europea; nuova legge elettorale);

2) porre obiettivi per giungere ad un avanzo primario ed impegno a portare il debito pubblico sotto il 100% del PIL nell’arco di cinque anni come premessa all’inserimento nella Costituzione e negli Statuti regionali di un vincolo massimo all’indebitamento pubblico nel pieno rispetto dei vincoli del Patto europeo di Stabilità e Sviluppo;

3) Coesione sociale e lotta alla disoccupazione giovanile: servizio civile europeo, reddito minimo garantito e cittadinanza di residenza.

B. Federalismo fiscale e Legalità

1) Completamento della riforma del Titolo V della Costituzione, con l’istituzione di un Senato delle regioni e, a livello regionale, di una Camera regionale delle autonomie locali, in modo che ciascun livello di governo sia responsabile di fronte ai propri cittadini dell’approvazione della legge di bilancio e della politica di perequazione di competenza;

2) Assegnazione ai diversi livelli di governo della capacità fiscale impositiva in funzione dei beni pubblici da erogare;

3) Lotta all’evasione fiscale ed all’economia sommersa, con l’obiettivo di giungere entro 5 anni ad una forte riduzione della quota percentuale del gettito fiscale derivanti dai redditi da lavoro dipendente;

4) Lotta alla criminalità organizzata ed al mix politica-affari, grazie anche alla responsabilizzazione degli amministratori locali a fronte di una finanza locale autonoma e tendenzialmente autosufficiente.

C. Politica europea

1) azione volta a far prevalere l’interesse europeo nella costruzione del ‘governo economico’ attraverso il ricorso al metodo comunitario-federale ed alla collocazione delle strutture economiche, delle competenze e delle risorse nell’alveo delle istituzioni comunitarie (Commissione) anziché in quelle del Consiglio;

2) azione volta a che la definizione delle linee del bilancio europeo avvengano nel dialogo tra la Commissione ed il Parlamento europeo, anziché a mezzo di accordi tra i governi nazionali; potenziamento del bilancio europeo, con l’introduzione di un’imposta europea ed il ricorso agli “Union bonds”, come condizione necessaria per l’estensione a livello europeo dei principi del federalismo fiscale e l’avvio di un piano europeo di sviluppo sostenibile;

3) la completa attuazione di quanto previsto dal Trattato di Lisbona, anche con il ricorso allo strumento delle cooperazioni rafforzate, per quanto riguarda l’attuazione di una politica industriale europea nei settori dell’industria avanzata e della ricerca, al fine di sostenerne la produttivita’ e la crescita;

4) iniziativa per cooperazioni strutturate nel campo della difesa e della politica di sicurezza, volte a creare una ‘difesa europea’ ed un sistema di sicurezza europeo in tema di lotta al terrorismo ed alla criminalità organizzata, nella certezza che una politica europea in questi campi è più efficiente e meno costosa, grazie alle economie di scala, e nel contempo consente di ottenere forti risparmi nei corrispondenti capitoli dei bilanci nazionali;

5) iniziativa di cooperazione strutturata nel settore dell’energia, basata sulla creazione di una rete energetica comune, un mercato europeo dell’energia con ‘campioni’ europei, e volta a sviluppare un piano energetico europeo a partire da un forte impulso per la ricerca e lo sviluppo delle energie rinnovabili, anziché perseguire le velleità di una impossibile politica energetica italiana, inevitabilmente subalterna ai paesi fornitori di gas e petrolio.

fonte immagini: flickr e flickr

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