Un mondo senza domanda

, di Gianluca Frattini

Un mondo senza domanda

Le prospettive economiche globali per il prossimo futuro potrebbero essere più cupe di quanto preventivato: ad avere questo timore è il Fondo Monetario Internazionale. A più riprese durante il corso dell’anno, infatti, il FMI ha espresso i suoi timori sulla possibilità che la crescita globale del pianeta per il 2014 si attesti ad un risicato 3,3%, valore inferiore a quello stimato nelle precedenti proiezioni.

Questi timori appaiono più che fondati. Gli Stati Uniti, nonostante gli sforzi fatti in questi anni per uscire dalla crisi di “Lehman Brothers”, persiste nell’avere una crescita troppo debole ed ad assorbire meno occupazione di quanto non facesse prima dello scoppio del 2008; nonostante ciò, sembra che la Fed sia ugualmente decisa ad avviarsi verso l’interruzione del suo stimolo monetario, ossia ad effettuare il c.d. tapering, per timore dell’insorgere di nuove bolle stimolate dall’easing quantitativo. Anche i Paesi emergenti, i cosiddetti BRICS, non stanno godendo di buona salute, con una crescita del PIL più bassa di quella che aveva caratterizzato il miracoloso decennio passato, l’insorgere qua è là di bolle immobiliari, il deflusso di capitali finanziari (dovuto in parte alla minaccia del tapering Fed) e in alcuni casi, come quelli del Brasile e soprattutto dell’India, l’abbrivio di crisi delle bilance dei pagamenti, che rapidamente si stanno tramutando in crisi valutarie e, quindi, in crisi di bilancio. Vi è poi il Giappone della famosa Abenomics, il pacchetto di ingenti stimoli monetari e fiscali sui quali il premier Shinzo Abe ha fatto affidamento per rilanciare l’economia del Paese ma il cui destino resta ancora incerto, visto che molte delle ultime performance positive, sia nella borsa di Tokyo che nell’economia reale, dipendono ancora troppo sulla svalutazione dello yen, che non potrà proseguire ad infinitum.

È inutile però nasconderci: l’area del pianeta su cui le nubi restano più cariche e il cui destino sembra più nero è l’Eurozona, intrappolata da ormai tre anni in una spirale di deflazione-recessione-crescita del debito, che sembra non avere termine. Contrariamente a quello che spesso si sente dire, quella europea è una crisi di bilancia dei pagamenti, scatenata dalla crescente divergenza tra i rapporti costo del lavoro/produttività (CLUP) nei vari Paesi aderenti all’area. In estrema sintesi il fenomeno può essere così spiegato: l’euro ha unito all’interno della stessa area valutaria economie molto diverse - per struttura produttiva, tendenza all’importazione, tasso di crescita della produttività, tasso d’inflazione strutturale - e ha inoltre facilitato e accelerato l’afflusso di capitali privati verso alcuni Paesi periferici (Spagna e Irlanda tra le principali), così facendo ha incrementato le divergenze nel costo del lavoro (e quindi dei beni prodotti) tra i vari Paesi e, in ultima istanza, ha generato un crollo della competitività in molti di essi, non controbilanciata da una variazione del tasso di cambio delle monete nazionali, ormai non più esistenti. Così alcuni Paesi, i cosiddetti PIIGS, hanno incominciato sempre più a importare a debito dai Paesi del centro (segnatamente la Germania), e questi ultimi ad accumulare sempre maggiori surplus commerciali, che venivano poi reinvestiti nei primi. Con scoppio della bolla immobiliare prima, e con la crisi debitoria greca poi, il meccanismo si è inceppato, i flussi dal centro alla periferia si sono arrestati, e la crisi è finalmente esplosa in tutta la sua drammaticità. Il resto è cronaca degli ultimi tre anni.

L’unica soluzione che sembra disponibile a una tale crisi è quella della svalutazione, la quale permetterebbe di ripristinare la competitività tra le varie economie dell’Eurozona. Ma la cosa non è così semplice, anche perché di forme di svalutazione ne esistono ben tre. La prima è quella che stiamo tutti adottando da tre anni, ossia deflazione interna: tramite riforme del mercato del lavoro e della contrattazione collettiva e tagli al bilancio pubblico uniti ad inasprimenti fiscali, si dovrebbe giungere ad una riduzione del costo del lavoro. Questa soluzione porta con sé però una conseguenza spiacevole, ossia la drastica riduzione della domanda interna, che se da un lato permette di pareggiare la bilancia dei pagamenti - essenzialmente tramite una riduzione delle importazioni -, dall’altra porta all’esplosione della disoccupazione, al crollo dei redditi, allo spreco di capitale umano (anche per via di massicci deflussi migratori) e, forse, anche all’impossibilità di portare a compimento quelle riforme strutturali tanto richieste ma che certo hanno un costo non nullo per il bilancio. Questa soluzione, inoltre, può avere efficacia se è attuata da un singolo Paese, ma non se viene portata avanti contemporaneamente da tutti gli stati aderenti ad un’unione economica: si finirebbe ne cosiddetto paradosso di composizione. Infine vi è da dire che le cose sono meno semplici di quanto la teoria parrebbe suggerire, considerando che, nonostante la continua crescita della disoccupazione nei PIIGS, solo la Grecia ha visto ridurre il proprio costo del lavoro in misura significativa. Forse i salari sono davvero rigidi.

Vi è poi un’altra strada, che è quella della svalutazione fiscale: essenzialmente si tratta di aumentare il peso delle imposte indirette, come l’IVA, per rendere i prodotti importati relativamente più costosi, e contemporaneamente ridurre il cuneo fiscale sul lavoro e gli altri oneri a carico delle imprese, al fine di compensare il primo inasprimento, di stimolare gli investimenti e l’occupazione, e di rendere i prodotti più competitivi sui mercati internazionali. Anche in questo caso, però, vi sono delle controindicazioni. Innanzitutto ci sono da considerare per ogni Paese gli effetti distributivi di una tale manovra; poi occorre tener presente che per paesi come la Grecia l’aumento dell’IVA necessario potrebbe risultare troppo ingente; inoltre non si risolverebbe paradosso della composizione sopracitato. Infine non si può non rilevare che il problema della competitività fiscale, dentro all’Eurozona, esiste certamente con l’Irlanda, la cui corporate tax ha valori molto più bassi della media, ma non certo tra la Germania e la maggior parte degli altri PIGS. Pertanto, non appare essere questa la via corretta da percorrere.

L’ultima forma di svalutazione è quella classica del cambio, le cosiddette “svalutazioni competitive”. Si tratterebbe di procedere in fretta e furia al blocco dei capitali nei Paesi che hanno deciso di intraprendere la via dell’eurexit, di riattivare le macchine di stampa nelle banche centrali, di abbandonare durante un fine settimana l’Area Valutaria e, infine, di lasciare che la nuova moneta si svaluti rispetto all’euro per riconquistare competitività. Questa scelta avrebbe poi come positivo effetto collaterale la riduzione del valore dei titoli del debito pubblico detenuti dagli investitori esteri (secondo i fautori di tale approccio, i problemi di ordine giuridico in termini di ridenominazione del debito sarebbero risolti dalla lex monetae); inoltre il paese uscente si riapproprierebbe della propria banca centrale, che potrebbe essere utilizzata per monetizzare i deficit necessari a riattivare la domanda interna.

Chi propone questa strategia, solitamente, si fa forte di alcune esperienze di abbandono di peg (cambi fissi) a favore di una fluttuazione libera della valuta, come quelli della Lira e della Sterlina nel ’92, della Russia del ’98, e dell’Argentina nel 2002, andate relativamente a buon fine (almeno nella visione che ne hanno i proponenti dell’eurexit). Qui però ci muoviamo in un territorio davvero ignoto, poiché non parliamo di un semplice sganciamento di un cambio dalla parità, ma di una vera rottura di un’area valutaria. Anche perché l’uscita di un singolo Paese, necessariamente, provocherebbe a catena l’uscita di tutti gli altri, almeno dei PIIGS, e forse anche della Francia, e senza il necessario coordinamento nel processo di dissoluzione questo si potrebbe tramutare in qualcosa di davvero catastrofico. È opportuno ricordare che le condizioni in cui si trova l’economia globale oggi non sono le stesse di quelle che caratterizzavano gli anni ’90: come detto all’inizio, la domanda globale latita e i sistemi bancari sono afflitti da ingenti sofferenze. Basti pensare alla Gran Bretagna che, a fronte di una svalutazione del 13% del proprio cambio, è riuscita ad aumentare le proprie esportazioni solo dell’1%. Molte economie usate ad esempio di successo dai fautori dell’uscita poi, come la Russia e l’Argentina, sono riuscite a riavviare la crescita in ragione dell’esportazione delle proprie ingenti risorse agricole e minerarie, risorse che mancano quasi totalmente nei paesi dell’eurozona, e se pensiamo alla Grecia e al Portogallo, possiamo ritenere che anche il settore manifatturiero non sia all’altezza di tale sfida. È opportuno poi ricordare che, sebbene quasi nessuna svalutazione si sia mai accompagnata a eventi iper-inflattivi, gli effetti di queste sull’occupazione, sulla quota salari e sulla distribuzione del reddito sono piuttosto incerti, come ricorda anche l’esperienza italiana del ’92. Inoltre, nulla vieta di pensare che una contemporanea svalutazione di tutti i Paesi usciti dall’euro potrebbe inficiare o quantomeno vanificare gli effetti dovuti ad un riacquisto della sovranità valutaria. Anche perché, se esistesse una volontà comune per rendere il processo coordinato e non vicendevolmente distruttivo – si può pensare all’avvio di una guerra valutaria -, essa potrebbe piuttosto essere utilizzata per il raggiungimento di soluzioni meno radicali e che non prevedono la dissoluzione dell’Eurozona. Tale volontà per ora manca totalmente.

Poiché nessuna delle soluzioni sopra descritte, basata su di una qualche forma di svalutazione, sembra poter dar termine a questa ormai infinita crisi europea, si può ipotizzare una qualche forma d’intervento che ci possa salvare? La risposta è probabilmente sì, ma questo è argomento per un futuro articolo. Intanto è opportuno rimarcare una considerazione: l’equilibrio economico è dato dall’incontro di offerta e domanda, se ci focalizziamo solo sulla prima, senza risolvere i problemi connessi alla seconda, non verremo mai fuori da questa crisi, che ormai non è più solo economica.

Fonte immagine Wikipedia

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