Pubblichiamo un articolo che approfondisce la dimensione mondiale del federalismo, mettendo in luce come questa costituisca l’orizzonte della proposta federalista e come la battaglia per la costruzione di istituzioni federali in Europa debba andare di pari passo con la lotta per una maggiore integrazione a livello mondiale.
Il paradigma federalista dell’anarchia internazionale, secondo il quale il persistere delle sovranità nazionali impedisce la costruzione di un ordine sovranazionale che riesca ad assicurare la risoluzione dei conflitti tramite il diritto, rimane valido ancora oggi. Ne sono la dimostrazione grandi crisi attuali, come quelle causate dal cambiamento climatico e dal proliferare delle guerre.
La crisi ambientale è una delle sfide esistenziali di fronte alle quali si trova l’umanità, senza essere riuscita finora a trovare una soluzione. Viviamo ormai nell’Antropocene, un’epoca in cui l’essere umano si configura come uno degli attori principali nel determinare gli equilibri climatici del pianeta. In questa prospettiva, non è più possibile ignorare il ruolo attivo che l’umanità esercita sugli ecosistemi terrestri. La popolazione mondiale subisce oggi le gravi conseguenze del cambiamento climatico e dell’inquinamento ambientale, entrambi imputabili alle attività antropiche, che costituiscono anche una delle principali cause dei flussi migratori su scala globale. Per quanto concerne il cambiamento climatico, l’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera – inequivocabilmente riconducibile all’azione umana – ha raggiunto livelli tali da rendere pressoché inevitabile un incremento della temperatura media globale di almeno due gradi centigradi.
A fronte di questi dati allarmanti, la comunità internazionale fatica a fornire risposte efficaci, sia in termini di mitigazione sia di adattamento. Le Conferenze delle Parti (COP), basandosi ancora su un meccanismo decisionale fondato sul consenso, risultano incapaci di costituire un vero e proprio ordine internazionale in materia climatica, con conseguenze particolarmente gravi per i Paesi meno sviluppati (Least Developed Countries) e per gli Stati insulari in via di sviluppo (AOSIS), la cui rappresentanza effettiva è ulteriormente penalizzata dagli elevati costi di partecipazione a questi appuntamenti. A complicare ulteriormente il quadro vi è la posizione degli Stati Uniti che, con il ritorno di una presidenza Trump, si sono ritirati nuovamente dagli Accordi di Parigi del 2015, minando la credibilità del regime internazionale sul clima. Solo sul piano giuridico si registrano (timidi) segnali positivi. Alla fine di luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia (ICJ), su richiesta dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha emesso un parere consultivo definito “storico”: per la prima volta, il cambiamento climatico è stato qualificato come una “minaccia esistenziale”. La Corte ha inoltre riconosciuto che l’inerzia degli Stati rispetto all’adozione di misure adeguate per ridurre le emissioni di gas serra può configurare una violazione del diritto internazionale. Nonostante la portata epocale di tale pronuncia, essa si scontra con i limiti strutturali del diritto internazionale contemporaneo, caratterizzato dall’assenza di reali meccanismi di enforcement.
L’altra sfida esistenziale per l’umanità è quella rappresentata dalle decine di guerre in corso in tutto il pianeta e dalle crescenti violazioni del diritto internazionale, che non costituisce più un freno alle azioni. Il genocidio in corso nei territori palestinesi, con un numero crescente di vittime civili, la distruzione sistematica delle infrastrutture essenziali e il razionamento volontario degli aiuti umanitari voluto da Israele è il caso più rumoroso tra quelli globali, aggravato dall’attacco israeliano al Libano. L’invasione russa in Ucraina ha ormai superato il suo quarto anno, con un intensificarsi di offensive ai danni dei civili da ambo le parti. A queste si aggiunge la folle guerra scatenata dagli USA contro l’Iran, della quale non si vede al momento la fine. Anche in Paesi come il Sudan, la Siria, l’Afghanistan, la Somalia, il Sahel, la Repubblica Democratica del Congo, il Myanmar sono in corso guerre che stanno generando morti, miserie e ondate migratorie a livelli crescenti. Rispetto al 2024, i conflitti risultano in crescita e così anche il tasso di violenza che li accompagna. Complice della difficoltà a trovare una soluzione a queste crisi è la debolezza strutturale degli organismi internazionali che sono stati creati dopo la seconda guerra mondiale (ONU, WTO, Banca Mondiale, FMI, …), messi in pericolo da problemi di funzionamento che li paralizzano e li indeboliscono. Tra le crisi più significative che l’ONU sta vivendo vi sono: i) la paralisi del Consiglio di Sicurezza, a causa del potere di veto dei cinque membri permanenti; ii) la crisi finanziaria, dovuta al fatto che sempre più Stati non pagano la loro quota (o la pagano con significativo ritardo); iii) l’ingresso massiccio e incontrollato delle istituzioni private, che spesso agiscono come operatori di mercato e quindi seguono logiche differenti per definire le priorità (la logica del profitto). Il caso forse più eclatante riguarda in questo caso un’agenzia specializzata dell’ONU, l’OMS: fino all’anno scorso, infatti, il secondo maggior finanziatore dell’OMS non era uno Stato, ma la fondazione Bill e Melinda Gates, con 531 mln l’anno, e in caso di donazioni private, il donatore può decidere come impiegare le risorse, sottraendole al controllo dell’OMS.
Anche le organizzazioni internazionali economiche, nonostante alcune di esse abbiano effettivamente lavorato bene in passato, non riescono più a farlo. Il caso più eclatante è il WTO, il cui sistema giudiziario era un esempio di organismo funzionante sul piano internazionale fino a quando gli USA non hanno deciso di opporsi al rinnovo dei giudici, paralizzandone di fatto l’azione. Anche le corti internazionali sono pesantemente sotto pressione: non solo alcuni Stati non adempiono ai mandati di arresto spiccati dalla CPI, ma addirittura attaccano direttamente la corte, imponendo sanzioni sui suoi giudici.
Tutti questi sono effetti di un crescente imperialismo e nazionalismo competitivo, che se da una parte ostacola le organizzazioni internazionali nell’assolvere i loro compiti e agisce per sottrarre loro potere, indebolendo il multilateralismo, dall’altra parte non riesce a essere davvero un attore sovrano e reagisce a questa impossibilità di agire con una stretta anche a livello politico. Per non soccombere di fronte a tutte le contraddizioni di cui è portatore, il nazionalismo competitivo si trova necessariamente ad attuare una centralizzazione e a comprimere gli spazi di espressione del dissenso, al fine di rafforzare, almeno all’apparenza, l’idea di coesione interna. Questo porta a una recessione dello stato di diritto, a livello mondiale.
Ora, per creare condizioni favorevoli alla realizzazione di valori come la pace o la tutela dell’ambiente, occorrerebbe costruire istituzioni federali a livello mondiale. La costruzione di una federazione mondiale, per quanto possa apparire un obiettivo di impossibile realizzazione in tempi brevi, è in realtà da intendersi come un processo, che potrà avanzare e giungere a compimento domani solo se viene innescato fin da ora. Ad avviare tale processo potrebbero essere alcune iniziative specifiche, che portino ad una pur minima, ma significativa cessione di sovranità da parte degli Stati in relazione alle sfide esistenziali presentate in precedenza.
Ad esempio, un passo indispensabile nella direzione di una pace positiva è la difesa delle organizzazioni internazionali oggi esistenti, l’implosione definitiva delle quali potrebbe farci sprofondare in un punto di non ritorno. Tuttavia, se l’attuale assetto internazionale va difeso, è per cambiarlo: da un lato, quindi, bisogna denunciare lo smantellamento che sta avvenendo per opera degli stati nazionali, e, dall’altro, occorre premere affinché vengano introdotti alcuni importanti cambiamenti istituzionali. In primis, lottare per il superamento del diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonchè spingere per una riforma dell’organo che porti a una più corretta ripartizione geografica dei seggi. Inoltre, è fondamentale promuovere sistemi che incentivino gli Stati a pagare i loro contributi ordinari in tempo. Per quanto riguarda le corti internazionali, come la CPI, è necessario sostenere il loro operato e denunciare pubblicamente gli Stati che ne ostacolano il corretto funzionamento.
Sul fronte della lotta al cambiamento climatico, è cruciale che i federalisti si impegnino per una riforma del metodo di voto all’interno delle COP, deciso all’inizio di ogni Conferenza: per questo, è necessario sostenere l’appello per una revisione urgente del sistema di voto, appello portato avanti da più di duecento associazioni e movimenti. Inoltre, è necessario cavalcare le sentenze e i pareri prodotti sul tema dalla CEDU e dalla Corte Internazionale di Giustizia, che incoraggiano a una presa di responsabilità da parte degli attori privati, nazionali e internazionali sul tema. Similmente, formulare delle proposte relative all’istituzione del reato di ecocidio è essenziale per coagulare forze ambientaliste verso il sostegno alle istituzioni internazionali giuridiche.
Chiaramente, il soggetto che più di ogni altro potrebbe promuovere iniziative di questo genere e innescare un processo federativo a livello mondiale è l’Unione europea, ponendosi come attore multilaterale: la ragion di stato europea non può che essere tendente al multilateralismo e non all’equilibrio di potenze (che, come è stato dimostrato, è fallimentare). L’Unione europea deve farsi promotrice di un ordine nuovo, multipolare, che riconosca l’interdipendenza tra aree del mondo - e quindi anche la condivisione dei medesimi problemi - e consenta il governo della globalizzazione. Azioni in questa prospettiva possono essere svolte fin da ora (e i federalisti dovrebbero chiedere a gran voce che vengano intraprese), nonostante, per trovare piena esplicazione, sarà assolutamente imprescindibile una trasformazione istituzionale in senso federale della stessa Unione europea.
Questo è il significato fondamentale dell’espressione “il federalismo o è mondiale o non è”: l’orizzonte di pensiero e azione federalista deve essere sempre mondiale perché valori come la pace possono trovare una compiuta realizzazione solo sul piano globale e quindi anche le proposte sul piano europeo devono sempre tenere presente che l’obiettivo ultimo è la federazione mondiale.
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