Ada Rossi, una matematica federalista e antifascista

, di Giulio Saputo

Ada Rossi, una matematica federalista e antifascista

Dico di non disperare mai, di avere sempre la coscienza tranquilla secondo quello che è il proprio ideale, di credere nella democrazia, nella libertà e nella giustizia. Dico a tutti di rimaner fermi nelle loro idee e di non mollare: il vecchio nostro «Non mollare!», la parola d’ordine di alcuni giovani che per queste parole dette sono poi morti o sono stati in galera o al confino. Quello che dico ai giovani d’oggi è di stare fermi su questi principi fondamentali, di non lasciarsi comperare né di essere traviati dall’ambizione.

Intervista di Sergio Vetta ad Ada Rossi, Roma, 31 ottobre 1986.

“Non mollare!”, forse queste sono davvero le migliori parole per riassumere la vita di questa donna federalista, antifascista e radicale che per tutta la sua lunga vita non ha mai smesso di lottare per un mondo migliore.

Nata in una famiglia aperta, con influenze giacobine e risorgimentali, Ada è sempre cresciuta con l’orrore della guerra: già nel 1912 il padre Carlo morì di tifo al suo rientro dalla Libia, nel 1917 inorridì alla vista dei reduci di Caporetto. Così, di fronte alle violenze squadriste, compì da subito una decisa scelta di campo: “Ada Rossi fu una militante politica nel più autentico senso del termine, in quanto fece della contraddizione fra fatti e valori una questione personale, esponendosi in prima persona, a costo di gravi sacrifici e rischi. Quest’impegno totalizzante cancellava le barriere fra vita privata e vita pubblica, coinvolgendo l’ambito degli affetti. Sposando un uomo condannato a vent’anni di galera, Ada sacrificò la sua giovinezza imponendosi un destino di solitudine per lunghi anni a venire. Per stargli vicino, accettò anche di non avere figli. Eppure, come accadde a molte donne della sua generazione, fu un “animale politico” quasi senza saperlo, vivendo la propria militanza come naturale conseguenza di un impulso etico, ineludibile, e come prosecuzione dei compiti di “cura” tradizionalmente assegnati alle donne, senza alcuna pretesa di protagonismo”.

Dunque, chi è Ada Rossi?

Ada Rossi nasce a Berganzola (Parma) il 10 settembre 1899. Il padre, ufficiale di carriera con idee repubblicane, figlio di un volontario della II guerra di indipendenza; la madre, diplomata al liceo classico e figlia di un matematico socialista-rivoluzionario.

Dopo gli studi magistrali, Ada si laurea presso la facoltà di matematica dell’Università degli Studi di Pavia dove autonomamente intraprende la via antifascista di seguito all’omicidio di un amico da parte degli squadristi. Insegna poi all’Istituto Tecnico “Vittorio Emanuele II” di Bergamo, dove conosce, nel 1928, Ernesto Rossi.

Quando Rossi viene condannato a vent’anni di carcere, sceglie comunque coraggiosamente di sposarlo e di iniziare un lungo cammino di militanza politica comune. Dopo il matrimonio, viene schedata dalla polizia e allontanata dall’insegnamento, ma Ada riuscirà comunque a dare lezioni private di matematica (e antifascismo) a molti giovani del bergamasco. Viene così destinata al confino come “elemento pericolosissimo” prima in provincia di Avellino, poi a Melfi (dove per un breve periodo troverà i coniugi Colorni) e, infine, a Maratea. Determinante coordinatrice e staffetta per il mantenimento dei rapporti tra gli amici antifascisti di GL durante la Resistenza, è alla riunione fondativa del MFE e segue i movimenti da esule di Rossi in Svizzera, partecipando poi con lui alla vita del Partito d’Azione e al sorgere del Partito Radicale.

Fino a quasi il 1993, anno della sua scomparsa, sarà politicamente attiva e amante della matematica, con la grande capacità di trasmettere queste due passioni ai numerosi allievi di tutte le generazioni. Anche da novantenne continuava le sue lezioni ai figli e ai nipoti degli amici, come ci ricordano Antonella Braga e Rodolfo Vittori in una recente intervista: “Sino agli ultimi anni, non fece mancare le sue critiche ai limiti del processo di integrazione europea inaugurato secondo la logica funzionalista dell’“Europa a pezzettini” e non secondo la prospettiva costituente cara ai federalisti. Spesso amava ripetere che la Repubblica nata dalla Resistenza, pur con tutti i suoi limiti (e il suo carattere clericale da «Repubblichetta del Sacro Cuore», come sentenziava ironicamente Ernesto Rossi), era pur sempre la «nostra Repubblica» e bisognava difenderla per fare in modo che diventasse sempre più democratica. E modestamente concludeva: «Bisogna sempre renderla migliore, lottare per questo, piuttosto che andare a casa a far girare i pollici; almeno io sono di questo parere». Le sue parole semplici, ma lucide e appassionate, e il suo esempio di militante non sono stati dimenticati e hanno lasciato eredità d’affetti in molti di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla. Merita dunque di essere annoverata fra le madri della nostra Repubblica e della futura Europa unita”.

Vedi Caterina Barilli, Un uomo e una donna. Vita di Ernesto e Ada Rossi, Pietro Laicata, Manduria, 1991 e Antonella Braga e Rodolfo Vittori, Ada Rossi, Unicopli, Milano, 2017.

Fonte immagine: mostra «Le madri fondatrici dell’Europa» curata da Maria Pia di Nonno, ritratti di Giulia Del Vecchio.

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