“Se non sei al tavolo, sei sul menù”: le pragmatiche parole di Joerg Wuttke del 2023 ritornano più coerenti che mai in un vertice che si apre proprio con una cena assai discussa.

La cena: “A pancia piena si ragiona meglio!”

Ebbene sì, la saggezza popolare non sbaglia. Anche i grandi leader occidentali necessitano di conviviali sissizi dove poter riunirsi lontani da giornalisti, dai convenevoli e da quei roleset istituzionali a cui sono continuamente soggetti. Il “Sultano”, Recep Tayyip Erdogan, è ben consapevole dell’importanza di questo momento di incontro e, da buon padrone di casa, si prodiga perché tutto si svolga secondo un’organizzazione attenta e puntuale. Certo non si può pensare al presidente turco come a un premuroso direttore di una struttura ricettiva. La sua cura per gli ospiti del Palazzo di Bestepe, infatti, è legata alla sua consapevolezza della soft diplomacy contenuta nei baklava [1] serviti ai leader della NATO, come se fosse una nuova argenteria della mise-en-place. Il dettaglio organizzativo più rilevante, capace di costituire un’arma a doppio taglio, è la scelta della disposizione dei posti a tavola: chi ospita sa quali convitati avvicinare e quali tenere lontani per la riuscita della serata. Erdogan si permette un azzardo e offre una rischiosa disposizione: Trump, Meloni, Starmer, Macron e Merz con rispettive first ladies. È la formazione in campo per gli ultimi mondiali? No, è un abbinamento che sembra più una bomba a orologeria che un piacevole desco. La tensione è sicuramente data dalla coppia Trump-Meloni, a causa dei sagittabondi post del presidente USA contro la nostra Presidente del Consiglio. Va sottolineato tuttavia come anche Starmer non sia una presenza piacevole, come accade anche per Merz. Il primo ha rassegnato le proprie dimissioni da guida del Regno Unito, il secondo sta vedendo la crescita in patria di una coalizione anti-establishment. Sono quindi molti gli argomenti spinosi che i leader possono trattare tra una portata e l’altra e che renderebbero ancora più amari i bocconi di apertura della convention della NATO. La figura di Erdogan sembra quasi incarnare quella di Atreo, massimo usurpatore della sacra ξένια dei greci, che servì al fratello Tieste la carne dei suoi figli. Eppure, nonostante questi primi momenti della riunione di vertice della NATO su suolo anatolico, non sono emersi ulteriori scandali e ogni leader ha riportato in conferenza stampa progetti e disegni coerenti tra loro, ricchi di una rinnovata fiducia nell’Alleanza. È proprio il caso di dirlo: “a pancia piena si ragiona meglio!”

Ankara: un’ancora nella deriva?

La leggenda racconta che Ankara venne fondata dal mitico re Mida quando rinvenne un’ancora nel luogo dove poi sorse la città. Più verosimilmente, l’incrocio di due fiumi sembrava formare l’ancora di una nave, tanto che, per greci e romani, il nome della città divenne Ancyra, per l’appunto “ancora”. La città della provincia galata torna quindi ad adempiere al suo primordiale compito? La risposta potrebbe essere positiva, se si considera quanto colma di messaggi e simboli sia la scelta di far ospitare proprio al Sultano il vertice NATO, in un tempo tanto incerto e complesso come quello attuale. Ospitare un vertice NATO è un atto di forza volitivo e importante, quasi pari a svolgere grandi parate o esercitazioni ai propri confini. Se però far sfilare i propri missili balistici rappresenta una scelta muscolare, organizzare un vertice diplomatico costituisce una chiara dichiarazione di intenti, capace di offrire una panoramica definita delle posizioni del Paese ospitante. A una prima lettura si potrebbe affermare che Erdogan si sia legato a doppio giro alla NATO: a una prima lettura è così, certo, ma si trarrebbero conclusioni semplicistiche. Il presidente della Repubblica Turca ha inviato, con questo summit, una serie di messaggi, più o meno espliciti, tanto agli avversari quanto agli alleati occidentali del Paese anatolico. Analizziamo innanzitutto quanto avvenuto tra il 7 e l’8 luglio 2026 nei confronti della Russia. Il governo di Ankara conferma, con questo evento, una linea politica espressa implicitamente dalla stessa posizione geografica del Paese. Barriera tra Mediterraneo e Mar Nero, porta d’Europa e presenza fondamentale in Medio Oriente e in Caucaso, la penisola anatolica rappresenta un’arma continentale protesa nel fianco della Russia. Va ricordato, infatti che, per la Russia, il governo della Porta prima e la Repubblica Turca poi, hanno sempre costituito degli attori internazionali avversi agli zar e ai sovietici. Avversione rivolta soprattutto al loro slancio verso il Mediterraneo, eternamente diviso dal Bosforo, stretto controllato dalla megalopoli di Istanbul. Dall’alleanza con la Svezia del ‘700 ai missili statunitensi ritirati nel 1963, la Turchia ha sempre costituito un vicino scomodo per la Russia, un vicino così vicino da essere capace di guardare nel salotto di Zar, leader sovietici e, ora, di Putin. Ospitare il vertice NATO significa, dunque, organizzare una festa con i nemici del vicino proprio sul pianerottolo del condominio, rendendo la convivenza ancora più complessa e, inoltre, dimostrando al vicino che no, non si ha intenzione di abbassare la musica. Gli alleati occidentali, forse troppo ingenui, hanno trovato in Erdogan un anfitrione capace di attizzare il fuoco della NATO, una fiamma ormai flebile che molti davano per spenta, tanto che il presidente Trump sembrava aver già celebrato il funerale a suon di post sul suo social Truth. Non bisogna fare l’errore, però, di pensare che il Sultano si sia auto investito del ruolo di salvatore dell’Alleanza Atlantica, non senza tornaconti per il suo Paese. Erdogan sta agendo contro l’interesse degli stessi USA. La Turchia nella NATO sta piano piano ottenendo più importanza, diventando un attore fondamentale nell’alleanza, sfruttando la posizione strategica nel vecchio continente ma senza subire il torpore decisionale dei Paesi UE. Ecco quindi che Erdogan non necessita di dispiegarsi su nuovi fronti come gli USA, ma può ugualmente porsi come terzo rispetto agli alleati europei. Inoltre, se apparentemente sostituire gli USA sembra essere un’azione volta a eliminare il maggior protagonista dell’intera alleanza, così da rendere l’iter più equilibrato e indipendente, ciò rappresenta anche una crescita del potere turco. Erdogan non agisce per limitare l’eccesso di potere, politico e simbolico, degli Stati Uniti, per evitare che tutti risentano delle scelte di Washington, ma agisce soprattutto per rendere più ampio il ruolo decisionale della Turchia stessa. Ecco che cade ogni filantropica e apparente intenzione del presidente turco. Ankara, dunque, può così diventare un’ancora nella deriva, un Paese la cui opinione può essere riferimento per l’occidente, ma bisogna sempre considerare che, pur di non affondare per la tempesta, non si sia disposti a colare a picco, trascinati sul fondale dalla propria ancyra.

Cosa si è deciso? Tutte le portate del vertice.

La dichiarazione finale del vertice, strutturata in sei punti, contiene le molteplici dimensioni di quanto discusso dai leader della NATO, dalle intenzioni di azione per l’immediato futuro, alla definizione delle questioni di lunga durata. Riportiamo di seguito dei brevi passaggi, tradotti e semplificati dai punti della dichiarazione conclusiva che si seguono tra loro come portate di un ricevimento.

“An attack on one is an attack on all.” Viene immediatamente ribadito il principio cardine dell’alleanza atlantica, l’articolo 5 [2]. La dichiarazione prosegue: “La nostra unità, la solidarietà e la forza collettiva rimangono fondamento per la pace, la sicurezza e la prosperità per un miliardo di cittadini nella nostra alleanza di nazioni libere e democratiche.”

Si parla immediatamente di Russia, il vicino stizzito dai comportamenti dell’appartamento di fronte, descritta come un “long-term threat”, una minaccia di lungo termine per la sicurezza e la stabilità Euro-Atlantica. Sono stati annunciati oltre 50 miliardi di dollari per l’espansione della produzione dell’industria e della sua innovazione, fondi rivolti alla riduzione degli attriti dovuti alle barriere nel commercio di materiale bellico e industriale tra i Paesi NATO.

Si passa alle intenzioni future. “We are building the future: a stronger Europe in a stronger NATO”. L’idea di un’Europa più forte si basa sulla prospettiva allargata di Europa, arricchita da Canada e USA per portare avanti una deterrenza e una difesa che continua secondo una modalità già definita: “un appropriato mix di capacità nucleare, convenzionale e difesa missilistica, completato da asset spaziali e cibernetici.”

Ecco che si arriva al punto più significativo per l’attuale posizionamento della NATO nei confronti della Russia (punto 2): la questione ucraina. Il Paese sarmatico “contribuisce alla sicurezza transatlantica”, e per questo gli alleati restano saldi “nel difendere la libertà, sovranità e integrità territoriale” dell’Ucraina. Il vertice definisce per il 2026 l’obiettivo dell’UE di ampliare con altri 70 miliardi di euro il fondo per l’equipaggiamento militare, assistenza e addestramento per le truppe ucraine.

Nel quinto punto viene chiarito come l’Alleanza cerchi di adattarsi alla competizione strategica globale, e viene però ribadita l’intollerabilità di un Iran con arsenale nucleare a propria disposizione. Questo punto, probabilmente proposto dagli USA, ha trovato subito supporto anche da parte degli altri Alleati, soprattutto dopo gli effetti delle poche settimane di blocco dello stretto di Hormuz.

Infine, i membri del vertice ringraziano la Turchia per aver ospitato il summit NATO, riportiamo qui il punto per intero, notasi la brevità:”Esprimiamo il nostro apprezzamento per la generosa ospitalità rivoltaci dalla Türkiye [3]. Non vediamo l’ora del nostro prossimo meeting.”

Jogging, revolver ed altre storie.

Il vertice di Ankara, seppur breve, non si può certo dire non abbia regalato molti momenti cult. Uno tra questi è la corsa mattutina del Presidente francese Macron che, prima dei lavori del vertice, si è dedicato a una sessione di jogging. Facile, la mattina dell’8 luglio, incontrare per le vie di Ankara Macron che, con i suoi occhiali da sole ormai diventati parte della sua presidenza, conduce una sana abitudine prima dei suoi obblighi internazionali. Un altro momento unico è stato certamente l’apertura dei doni che il Sultano ha lasciato ai suoi ospiti. Una pistola revolver Gumusay .357 Magnum, completamente prodotta in Turchia e con incisi sopra i nomi di ciascun destinatario del dono. Insieme all’arma, inoltre, si trovano anche sei proiettili. Viene distribuito quindi un set completo, degno di un cacciatore di taglie o di un cowboy ma sicuramente non di un Presidente. La questione subito scaturita da questi doni inusuali è che cosa farne. Alcuni l’hanno lasciata ad Ankara, non potendo portare nel Paese di origine un’arma carica, come nel caso del Premier britannico Starmer, altri l’hanno donata a musei o lasciata in custodia alla polizia aeroportuale, come fatto dal primo ministro Belga De Wever. Ma cosa rappresenta quest’arma? Innanzitutto si tratta di una rivoltella prodotta negli anni ‘90 in Turchia, la cui produzione era completamente gestita da aziende anatoliche. Si tratta quindi, già considerando il manufatto in sé, di un prodotto autarchico che dimostra l’autonomia bellica e industriale del Paese ospitante il vertice. Sul piano simbolico, invece, ecco che Erdogan “equipaggia” i propri alleati, esplicitando quanto la Turchia è disposta a fare all’interno della NATO: fornire, armare, difendere l’Alleanza Atlantica. Una revolver è, per antonomasia, l’arma di difesa personale, quella da tenere nel cassetto o sotto il materasso. Che il Sultano stia riempiendo i cassetti di tutti i leader occidentali, per poi convincerli ad utilizzare tali oggetti? Una speculazione più fantasiosa, ma in linea con gli stravaganti eventi del vertice, potrebbe associare la rivoltella alla figura dello sceriffo di memoria western. Erdogan vuole, quindi, che i suoi alleati diventino sceriffi, contro l’efferatezza dei Paesi che spadroneggiano su scala globale? Non è reso chiaro.

Conclusione

Considerando quanto esposto nei precedenti paragrafi, quindi, è chiaro che non ci sia una risposta ben definita al quesito posto nel titolo. La NATO sembra momentaneamente ancora in vita, seduta al tavolo di Ankara ma, considerati i recenti e repentini rivolgimenti, non è sicuro possa continuare la sua attività senza finire sul menù. Si tratterebbe quindi di una condizione ancora instabile. La fiamma è certo ravvivata da Erdogan che, con la sua attenta attività di organizzazione, ha reso il vertice della scorsa settimana un evento da manuale, pregno di simboli e di soft diplomacy. La NATO è quindi ancora in circolazione? Se lo avessimo chiesto per le strade di Ankara, a un passante in tenuta da jogging e occhiali da sole, egli avrebbe risposto “For sure!”