Riflettere sull’agire nel contesto dell’antropocene

Antropocene e azione politica

, di Guido Montani

Antropocene e azione politica

Il 2020 ha presentato tante sfide per la specie umana, sfide che nella realtà son caratteristiche forse intrinseche del nostro stesso sistema di vita e consumo. L’antropocene, l’era caratterizzata dal predominante ruolo umano all’interno del sistema mondo, richiede profonde riflessioni, sul ruolo dei giovani e della società civile; del ruolo del cosiddetto sviluppo sostenibile all’interno dei processi di progresso scientifico ed economico. L’ambiente, perciò, era e rimane un tema centrale di riflessione, come è messo in luce da webinar quali «Un piano mondiale per l’ambiente», organizzato il 18 dicembre 2020 da Lamberto Zanetti, presidente dell’Istituto Paride Baccarini e di cui di seguito riportiamo un estratto.

1. I giovani e il loro futuro - La dimensione mondiale della mobilitazione “Fridays for Future” ha posto all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica internazionale la questione ambientale. Le Nazioni Unite, sin dal 1972, alla Conferenza di Stoccolma, Only One Earth, hanno messo in guardia i governi nazionali sui rischi del degrado ambientale. Da allora sono cresciuti esponenzialmente gli studi di scienziati sui sistemi ecologici e il loro possibile collasso, da quelli sul buco dell’ozono sino ai più recenti rapporti sul riscaldamento climatico e l’estinzione di massa delle specie animali. Tuttavia, poco o nulla è stato fatto, nonostante siano ormai evidenti gli effetti micidiali della crisi ambientale. È necessario accrescere la pressione sui governi nazionali, con azioni efficaci su scala mondiale.

“Fridays for Future” ha inizialmente chiesto ai governi di fare quello che gli scienziati propongono. Non è bastato: l’inazione continua. Ora si progettano proteste di disobbedienza civile. Azioni simili sono adottate anche da “Extinction Rebellion”. La ribellione è solo l’inizio di un’azione politica. Occorre avere una strategia che indichi con precisione il punto di arrivo. Un problema globale richiede soluzioni globali.

2. Il secolo dell’Antropocene - Nell’anno 2000, un gruppo di scienziati ha affrontato il problema dei cambiamenti nell’epoca geologica definita “Olocene”. A un certo punto Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, esclamò: “Basta parlare di Olocene; non siamo più nell’Olocene”. Secondo Crutzen non è più la natura che cambia, siamo noi a causare il cambiamento e per questo propose di definire la nuova epoca Antropocene. Il termine Antropocene indica un’epoca nella storia del Pianeta nella quale il futuro della vita dipenderà da ciò che l’umanità farà o non farà. È divenuto un paradigma culturale alla cui comprensione contribuiscono scienziati della natura, delle scienze sociali e filosofi. Lo storico indiano Dipesch Chakrabarty ha osservato che non è più possibile scrivere una storia dell’umanità, come si è sempre fatto, del tutto separata dalla storia della natura. D’ora in avanti la storia va scritta ponendo la specie umana come parte della storia delle altre specie viventi. Già Darwin aveva mostrato questa connessione. La specie umana può essere una specie in via di estinzione; non è immortale.

È necessario che anche la politica adotti questo punto di vista. Il soggetto politico del secolo XXI non è più una classe, uno stato, un insieme di stati o una cultura dominante, è l’umanità. Chi vuole agire in politica deve proporre azioni, riforme economiche, sociali e istituzionali che consentano all’umanità di progettare il proprio futuro. Il nuovo umanesimo dovrà epurare dalla nozione di civiltà quella parte di umanità che ancora si ispira al nazi-fascismo e al razzismo. Auschwitz non deve accadere mai più. Oggi, chi vuole fare politica deve pensare e agire come cittadino del mondo.

3. Lo sviluppo sostenibile - Con la pubblicazione del “Rapporto Brundtland”, nel 1987, che definisce come sostenibile «quello sviluppo che consente di soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri», finalmente sembrava possibile raggiungere un accordo nel quadro delle Nazioni Unite per affrontare la sfida ambientale. Tuttavia, sorsero subito cruciali difficoltà. Le tecnologie per consentire l’eliminazione dei gas a effetto serra (GHGs) non erano mature, il loro impiego avrebbe fatto salire considerevolmente i costi di produzioni in alcuni settori. In secondo luogo, emerse una frattura tra paesi ricchi e paesi poveri. I costi del disinquinamento non potevano essere ripartiti su base pro-capite della popolazione: i paesi emergenti non intendevano sostenere i costi per la protezione ambientale che l’industrializzazione inquinante dei paesi ricchi aveva causato nel passato. Infine, la minaccia di una sesta estinzione delle specie viventi aveva raggiunto una dimensione allarmante, ma non era chiaro cosa fare per proteggere la biodiversità sopravvissuta allo sterminio.

Questi problemi non sono sufficienti per comprendere le cause del continuo rinvio di decisioni risolutive su scala mondiale. Il vero problema politico, che sostenitori e avversari di uno sviluppo sostenibile hanno ignorato, è la divisione dell’umanità in stati nazionali sovrani. Il sistema internazionale, detto anche sistema di Vestfalia, è fondato sul principio della «sovrana eguaglianza di tutti i suoi membri» (Art. 2, Statuto dell’ONU). Il sistema di Vestfalia è sopravvissuto alla Rivoluzione francese: è il dogma difeso da ogni governo nazionale. In ogni conferenza dell’ONU dedicata alle politiche ambientali si sarebbe dovuto raggiungere una decisione unanime tra 193 paesi “egualmente sovrani”. La conseguenza è stata la “politica dello scarica barile”, vale a dire il continuo rinvio delle misure necessarie a “soddisfare i bisogni delle generazioni future”. Nei paesi democratici, i cicli elettorali sono di 4 o 5 anni. Ogni governo ha interesse a rimandare i costi del disinquinamento ai governi successivi e sulle spalle delle generazioni future. Oggi, i giovani hanno compreso che il loro futuro potrebbe essere di soffocare in un Pianeta desertificato. La politica dello scaricabarile deve finire. Questa consapevolezza è condivisa anche da chi vive in paesi poco democratici o autoritari. Il futuro dell’umanità non può dipendere dall’esistenza di artificiali confini, geografici o politici.

4. Che fare? - Tutti i paesi dell’ONU hanno approvato nel 2015 i “Sustainable Development Goals” (SDGs). I 17 obiettivi definiscono un insieme coerente di politiche che potrebbero condurre l’umanità verso uno sviluppo sostenibile. Tuttavia, l’ONU non ha a sua disposizione alcuno strumento di governo per convincere i paesi “egualmente sovrani” a impegnarsi per mettere in atto le politiche utili alla realizzazione del piano. Sarebbe necessario che almeno i paesi di dimensione continentale – presenti nel G20 – accettassero di affidare all’ONU alcuni poteri di governo, come il suo Segretario Generale, Antonio Guterres, nel momento in cui si è manifestata la pandemia, ha chiesto. Secondo Guterres, il FMI (IMF) avrebbe dovuto emettere dei Diritti Speciali di Prelievo (SDRs), una quasi-moneta mondiale, per aiutare i paesi poveri in difficoltà e rafforzare l’OMS (WHO). Questa richiesta potrebbe essere accompagnata dalla creazione di un bilancio dell’ONU finanziato con un prelievo sulle maggiori imprese multinazionali che oggi nascondono i loro profitti nei paradisi fiscali. Con queste risorse, l’ONU potrebbe varare un World Green Deal.

Se si vuole porre fine alla politica dello scarica-barile sulle generazioni future è necessario dotare l’ONU di poteri limitati ma reali. Ogni paese trarrebbe vantaggio da un piano per lo sviluppo sostenibile del Pianeta (SDGs). Una comunità politica non esiste se non accetta un governo o una governance, cioè un sistema di coordinamento, pacifico ma vincolante, per consentire che le decisioni collettive, democraticamente decise, siano anche rispettate. La cooperazione democratica internazionale non è un’utopia irrealistica, è una necessità. L’Unione europea si è già incamminata in questa direzione. Una governance globale, una cooperazione pacifica tra i membri dell’ONU è possibile.

Nel XXI secolo si deciderà se l’umanità avrà un futuro. Mentre alcuni visionari progettano la colonizzazione di altri pianeti, è opportuno ricordare che il Pianeta Terra è la casa comune che non possiamo distruggere. La disobbedienza civile sarà efficace se alla contestazione del malgoverno del Pianeta unirà proposte per una pacifica global governance.

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