Brexit il Regno Unito sull’orlo del baratro

, di Paolo Milanesi

Brexit il Regno Unito sull'orlo del baratro

Emerge ormai chiaramente quanto l’architettura della Brexit, progettata dal governo May, sia più simile ad un castello di carte pronto a cadere trascinando con sé il futuro della Gran Bretagna. Purtroppo questo esito era già intuibile dalle parole pronunciate da Theresa May nel momento in cui diventò primo ministro, nel discorso “Brexit means Brexit”, in cui dichiarò solennemente che la decisione presa dai cittadini nel referendum sarebbe stata onorata dal suo governo.

Questa posizione, che si sarebbe rivelata autolesionista, diventò poi ufficiale con la pubblicazione delle red lines, con cui si dichiarava ciò che il governo avrebbe considerato non negoziabile per poter accettare un accordo con l’UE. Nel loro insieme esse avrebbero dovuto descrivere come il Regno Unito avrebbe immaginato il suo futuro, ma a ben vedere esse rappresentavano la giustapposizione di alcuni slogan elettorali della campagna del Leave, già popolari da molti anni. Le red lines sono sostanzialmente cinque: fine della giurisdizione della Corte Europea di Giustizia, termine della libertà di movimento, no a contributi sostanziali al bilancio UE, autonomia nella regolazione del mercato, indipendenza in politica commerciale. Se ci ricordiamo ancora di alcuni punti forza su cui poteva contare la propaganda Leave quali il bus rosso con la scritta in cui si dichiarava che con la stessa cifra (errata) con cui il Regno Unito contribuiva all’EU si sarebbe potuto finanziare il sistema sanitario nazionale, della tradizionale avversione degli inglesi per gli immigrati, la circolante diceria sulla (inesistente) regola europea sulla curvatura delle banane, tanto sbandierata dai tabloid, si può comprendere da quali fonti le red lines siano state ispirate. E’ necessario e urgente sottolineare che, in presenza di scelte di siffatta portata, è essenziale avere una chiara idea preventiva sui punti fermi negoziali con piena consapevolezza delle conseguenze. Purtroppo la quasi interezza della classe politica britannica non ha ancora mostrato tale consapevolezza, ma, anzi, ha rincorso desideri e pulsioni dell’elettorato.

È la tossicità e l’ipocrisia dell’ambiente politico britannico la principale causa dell’impasse in cui si trovano ora i negoziati per Brexit, un’impasse che si è materializzata nell’accordo negoziato dal governo per un’uscita ordinata dall’UE e nelle strategie messe in campo da chi vuole evitare o ammorbidire Brexit. Innanzitutto va ricordato che tale accordo (e ogni possibile accordo di tal guisa) è, in un certo senso, preliminare (anche se non svincolato) rispetto alla definizione dei nuovi rapporti tra Regno Unito e Unione Europea, poiché esso disciplina le condizioni della Gran Bretagna in un periodo “di transizione” durante il quale tali nuovi rapporti saranno fissati. In sostanza le viene concessa una sorta di “corsia privilegiata” da cui partire per decidere i futuri rapporti e ridefinire le norme derivate dal diritto europeo, mantenendo, però, nel frattempo gran parte delle tutele di uno stato membro dell’UE.

La prima problematica è sorta quando si è dovuto definire la condizione dell’Irlanda del Nord (una delle quattro Nazioni costitutive del Regno Unito). La questione irlandese, è cruciale sia per motivi economici e doganali, poiché nell’isola è presente l’unico confine terrestre del Regno Unito, sia perché quel confine è stato in passato anche teatro di scontri e violenze. Infatti l’Accordo del Venerdì Santo, che contribuì a fermare lo spargimento di sangue del conflitto confessionale dei Troubles in Ulster, non si sarebbe potuto concludere senza la presenza della Comunità Europea di cui Irlanda e Regno Unito erano entrati a far parte e senza il conseguente superamento delle frontiere insito nella struttura del Mercato Comune Europeo. Questioni ora riaperte con la Brexit, per cui, al fine di conservare lo stato raggiunto di pacifica convivenza sul confine irlandese e impedire la ricomparsa del conflitto, è stato proposto un importante punto fermo negoziale: mantenere una frontiera “morbida” in Irlanda, cioè senza controlli alle merci o alle persone. Già, però, a questo punto si è manifestata una prima frizione con le red lines. La conciliazione tra il principio di arrivare ad una separazione molto netta dall’UE nel momento stesso del divorzio e la necessità di una frontiera morbida tra Ulster e Irlanda richiederebbe necessariamente a sua volta un regime differenziato tra Regno unito e Ulster.

In particolare, per il periodo di transizione o anche dopo nel caso non si trovi una sistemazione permanente (il backstop), l’Irlanda del Nord (Ulster) rimarrebbe nell’unione doganale, nel mercato unico e (di conseguenza) rientrerebbe sotto la giurisdizione della Corte Europea di Giustizia. La conseguenza di questa congiuntura è che il controllo doganale delle merci avverrebbe solo nei porti della Gran Bretagna cioè avremmo la comparsa de facto di un confine tra due parti del Regno Unito (Gran Bretagna e Irlanda del Nord) senza un chiaro limite temporale. Questa soluzione è avversata sia dagli oltranzisti della Brexit poiché le red lines non sarebbero applicate a tutto il territorio nazionale, sia dall’azionista di minoranza del governo, proprio il Partito Democratico Nordirlandese (DUP) anglicano e fautore di una politica che tende a distinguere l’Ulster dalla confinante Repubblica di Irlanda. Per rendere più chiaro il discorso ci serviremo dell’infografica qui riportata, elaborata dalla Commissione Europea nel 2016. In essa sono rappresentati tutti i vari livelli di vicinanza all’UE, partendo dagli stati terzi (rappresentati dal simbolo del WTO) fino agli stati membri. Si nota che gli stati che intrattengono vincoli di diverso grado con l’UE hanno rinunciato, almeno parzialmente, ad alcune di quelle esclusività che invece il Regno Unito ritiene cruciale riprendersi per ottenere una vera Brexit.

Ad esempio l’Ucraina è sotto la giurisdizione della Corte di Giustizia e la Turchia non ha una politica commerciale completamente indipendente. Un modello conciliabile con le red lines in materia di rapporti commerciali con l’UE dovrebbe rientrare in un facsimile a quello espresso nei rapporti col Canada, il quale, però, ha solo recentemente concluso un difficile e annoso trattato commerciale con la UE e che, tra l’altro, si trova in una situazione diversa potendo beneficiare della sua superiore integrazione con l’economia statunitense. Se queste red lines dovessero continuare ad esercitare il loro peso, l’esito più probabile per il negoziato è lo scenario no deal dove il Regno Unito e l’UE diventerebbero improvvisamente paesi terzi con nefaste e imprevedibili conseguenze sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista e normativo - diplomatico (molte leggi e trattati derivano direttamente dalle normative europee). Inoltre a causa del ritorno a nuove frontiere in Irlanda (frontiere geografiche che però contribuirebbero ad ingigantire conflitti culturali) si materializzerebbe il concreto rischio di instabilità e nuove violenze. La situazione caotica in cui ci si è venuti a trovare, ha contribuito a portare in piena luce il rischio del ricorso improprio all’esercizio della democrazia diretta. Questo strumento non può essere invocato per affrontare questioni cruciali e complesse e lontane dalle comuni competenze (come i trattati internazionali) e deve essere a sua volta supportato da un’adeguata azione legislativa ed esecutiva.

In altri termini è necessario un potere responsabile in grado di tradurre, rielaborare, reinquadrare gli orientamenti dell’elettorato e compensare ciò che, per ragioni di necessità e per mancanza di competenza, in tali decisioni era assente. Nel caso della Brexit si manifestato l’esatto contrario: la classe politica ha scelto di far decidere al popolo sulla permanenza nell’UE, senza premunirsi per i possibili esiti e, nel momento in cui doveva prendere le redini del gioco, ha gettato l’intero paese nel caos. Sulla scheda della maggioranza degli elettori era segnato Leave, ma (ovviamente) non era indicato alcun percorso legislativo per raggiungere tale obiettivo, che rimaneva a tutti oscuro. A questo punto la palla sarebbe dovuta passata alla politica, ma nel Parlamento invece è nato il caos: lacerazioni sono comparse all’interno del governo e dei partiti e, al posto di una ricerca di una base comune per raggiungere l’obiettivo, sono comparse miriadi di piani per Brexit. Del piano del governo May abbiamo parlato: una hard Brexit condita di pretese impossibili sul confine irlandese e sui rapporti commerciali (punti però indispensabili per la stabilità del Regno Unito).

Un altro piano è stato presentato in Parlamento per una soft Brexit: permanenza nell’area di libero scambio che circonda l’UE, nell’Area Economica Europea (che racchiude il Mercato Comune) e nell’unione doganale. Si tratta, quest’ultima, di una proposta ragionevole e non distruttiva per l’economia e che preserva la situazioni irlandese, ma potrebbe essere poco digeribile poiché, in tal caso, il Regno Unito dovrebbe accettare la libertà di movimento di merci e persone e sarebbe tenuto a finanziare l’Unione senza ricevere contributi diretti, né avere possibilità di entrare nei processi decisionali, che sarebbero demandati alla sola UE.

Si sta poi facendo strada, soprattutto dalle piazze di Londra, la richiesta di tenere un secondo referendum, per demandare nuovamente la decisione al popolo, dal momento che il Parlamento non riesce a decidere. Ora, per quanto la democrazia sia fondata sulla sovranità popolare anche per le motivazioni presentate sopra, questo sarebbe un esito ancora più distruttivo. Nel momento in cui è più necessaria e cruciale l’unità, si pagherebbe il prezzo di più divisioni, con la quasi certezza di approdare ancora ad un nulla di fatto, come si è visto in seguito al referendum del 2016. Quando il Parlamento è nel caos, coinvolgere il popolo significa gettare il paese nel baratro. Nel momento in cui andiamo in stampa, mentre la scadenza fissata per Brexit è ormai passata, nessuna delle soluzioni prospettate ha trovato maggioranza in Parlamento, la cui unica risoluzione adottata è il rifiuto di un no deal, ossia di una uscita senza alcun accordo. Purtroppo, a questo punto, spetta solo alla politica e al Parlamento il compito di decidere. L’Unione Europea ha tenuto una posizione ragionevole, a protezione dei propri Stati membri e molto paziente e ben disposta verso i britannici. Ora però sono solo i britannici ad avere in mano il loro destino e la chiave di volta per determinarlo è solo il parlamento.

È necessario che la classe politica abbandoni le impossibili pretese, generate dal nazionalismo e dalla xenofobia, riassunte nelle red lines poiché esse non porteranno nessun beneficio, bensì un aumento delle criticità interne e internazionali ad un aumento della povertà nella popolazione. È altresì vitale che la politica ricerchi unità e lasci da parte le divisioni partitiche e ideologiche, nel momento in cui deve occuparsi di una questione di indubbia rilevanza storica e secolare.

Fonte immagine: Flickr.

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