Con i negoziati conclusi lo scorso sabato 20 febbraio Cameron è riuscito a spostare il discorso dalla permanenza o meno del Regno Unito nell’UE, a quale tipo di Unione europea il Regno Unito vuole. Manco a dirlo, un’Europa della finanza e del commercio, priva di solidarietà tra cittadini e tra Paesi. Un programma per un’Europa che imbocca la strada della propria autodistruzione.

L’agenda imposta da Cameron con la sua lettera del novembre 2015 poggiava su quattro pilastri:

1. l’esclusione definitiva del Regno Unito dall’Euro, implicante il divieto di far pesare sul Regno Unito eventuali misure economiche dirette a difendere l’unità monetaria (come i salvataggi di Paesi in crisi), l’esclusione del Regno Unito da sistemi di governance e di controllo finanziario; 2. la garanzia della piena partecipazione del Regno Unito al mercato unico a pari condizioni rispetto ai paesi dell’Euro; 3. la possibile limitazione della libera circolazione dei lavoratori (esclusione dal welfare britannico) e delle persone (allontanamento e divieto di ingresso per soggetti «non desiderati» e limitazioni alla concessione della residenza); 4. il chiarimento che il Regno Unito non potrà essere chiamato a partecipare a qualsiasi progetto di maggiore integrazione.

Su tutti i versanti, i negoziati hanno portato all’accoglimento delle richieste di Londra, dettato dalla priorità di evitare la possibile Brexit. Si era detto che l’Europa doveva trovare un accordo con Londra, ma non a qualsiasi costo. Peccato che, invece, i nostri governi abbiamo firmato per nostro conto quello che il codice civile italiano definisce «patto leonino», ossia il patto con il quale un socio partecipa agli utili ma non alle perdite. Londra potrà così avvantaggiarsi della sua permanenza nel mercato unico, stabilizzato dall’unione monetaria, senza però partecipare a quest’ultima e alle responsabilità che la stessa impone, sia in termini di regole per la stabilità finanziaria, sia in termini di solidarietà con gli altri Stati dell’Euro.

Ma questo non è il peggio. Se il referendum avrà esito negativo, e il Regno Unito resterà membro dell’UE, le merci e i capitali continueranno a circolare liberamente, mentre limitazioni significative potranno essere applicate alla circolazione dei lavoratori e dei cittadini.

Inoltre, le nuove regole saranno applicabili – come prevedibile – a tutti i Paesi membri. Con la conseguenza che qualsiasi Stato potrà invocare la sospensione del welfare nei confronti dei lavoratori comunitari ospitati, di fatto comprimendo la libertà di circolazione stessa. L’obiettivo è diametralmente opposto a quello cui era pervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione europea con quaranta anni di giurisprudenza: per garantire una vera libertà di circolazione dei lavoratori, gli Stati membri devono garantire loro di poter godere della stessa sicurezza sociale di cui godono i lavoratori dello Stato ospitante. Oggi questo principio viene cancellato con un tratto di penna, e la libera circolazione dei lavoratori rischia di retrocedere a mera enunciazione di principio, non seguita dal riconoscimento di diritti effettivi.

Anche i laburisti inglesi, che pur sosterranno la permanenza del Regno Unito nell’UE alle condizioni ottenute da Cameron, hanno aspramente criticato il «wrong deal» tra Londra e il resto del Consiglio Europeo (Corbyn).

La vera domanda, ora, non è se il Regno Unito resterà o meno nell’Unione, ma quale tipo di progetto l’Europa vorrà darsi per i prossimi anni. Quale Europa potrà sopravvivere alla marcia indietro voluta da Londra? Se, quando la nuova «Unione dell’egoismo» fortemente voluta da Cameron verrà alla luce, l’Europa non avrà già realizzato l’unione politica, alla prima crisi l’Unione degraderà a semplice accordo commerciale (l’anticamera della sua dissoluzione). In un’Europa nuovamente divisa, antistorica e insignificante e in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, ci troveremo a raccontare ai nostri figli quanto era bella l’Unione europea.

Il Consiglio europeo del 18/19 febbraio ci ha quindi consegnato un’Europa sempre più delle merci e dei capitali, sempre meno dei cittadini e dei lavoratori, manifestando la propria totale incapacità di progredire verso l’unione politica. Ancora una volta, il luogo di discussione del futuro dei cittadini europei è un club litigioso, debole e confuso. Pronto ad accettare qualsiasi condizione purché nulla cambi.

La speranza è che il futuro dell’Unione non sia più argomento di dibattito in quella sede. Il debole Consiglio europeo, come si è arreso oggi di fronte a Cameron, non sarà capace di realizzare le speranze dei cittadini europei, che nonostante la crisi economica, le migrazioni, il disordine internazionale e la percezione di minor sicurezza, sognano ancora di poter vivere in un continente di pace, fratellanza, libertà e benessere.

È tempo che i cittadini europei chiedano conto al Consiglio – e quindi ai propri governi – del suo operato, e ingaggino l’unico organo che li rappresenta in quanto tali (cioè il Parlamento europeo) perché assuma una posizione netta di fronte all’ennesimo fallimento dell’Europa dei governi. La rifondazione del progetto europeo, che sta naufragando nel mare degli egoismi nazionali, non potrà che passare da un’iniziativa politica dei Paesi della zona Euro, fortemente sostenuta dal Parlamento europeo e dalla Commissione. Il tutto, prima che i seggi referendari chiudano.