Non si è ancora diradata la nebbia sui fatti accaduti a Ceuta il 30 luglio 2026, quando oltre 50.000 persone si sono riversate oltre il confine marocchino ammassandosi nella piccola comunità di Ceuta. Vale comunque la pena iniziare a costruire qualche riflessione più a freddo sul significato politico di questi fatti.
Che cos’è Ceuta
Ceuta è una piccola exclave spagnola situata sulla costa nordafricana, di fronte allo Stretto di Gibilterra. Con circa 85.000 abitanti e una superficie inferiore a 20 chilometri quadrati (comparabile a un piccolo comune), fa parte della Spagna da secoli e rappresenta uno degli ultimi territori europei nel continente africano. Dal 1995 non fa più parte della provincia di Cadice, ma le è riconosciuto lo status di “città autonoma”. La sua piccola comunità è composta prevalentemente da spagnoli e da marocchini. Vi convivono pacificamente comunità religiose cattoliche, musulmane ed ebraiche.
Ceuta si trova in una posizione strategica straordinaria, costituendo l’unico punto di accesso allo Stretto di Gibilterra sotto controllo europeo. Gli altri territori che delimitano lo Stretto sono infatti sotto la sovranità del Regno del Marocco e del Regno Unito. Gibilterra costituisce uno dei principali “chokepoint” marittimi globali, fondamentale per il commercio internazionale, le rotte energetiche e la sicurezza europea.
La crisi del 30 luglio
Secondo le principali agenzie internazionali, il 30 luglio oltre 50.000 persone, in prevalenza di origine marocchina e subsahariana, hanno attraversato in maniera disordinata il confine tra Marocco e Spagna, entrando nel territorio di Ceuta a nuoto o attraversando le barriere poste sulla riva.
Di fronte a questi accessi straordinari, Madrid ha disposto l’invio dell’esercito a supporto delle autorità civili. Nelle ore successive, molte persone sono rientrate in Marocco spontaneamente (soprattutto quelle di origine marocchina) a causa dell’assenza di cibo e dell’impossibilità di raggiungere la Spagna continentale. I rientri sono avvenuti, al momento, in modo ordinato e l’esercito spagnolo ha evitato scontri o disordini contenendo l’azione di gruppi di estrema destra giunti per aggredire i migranti.
La vicenda non è stata però esente da alti costi umani: sono oltre 60 le persone decedute nell’attraversamento, recuperate dalle autorità spagnole durante le operazioni di salvataggio, mentre le autorità marocchine ne hanno segnalate circa 10. Per avere un ordine di grandezza, circa il doppio dei morti della strage di Crans Montana; decessi che resteranno però senza giustizia, data la difficoltà di individuare colpevoli diretti.
Se questi sono i fatti, cerchiamo ora di capirne le ragioni.
Le cause dirette non sono chiare
Le cause dirette di questo grande movimento di persone sono ancora incerte: non è chiaro chi abbia innescato la propagazione di false informazioni riguardanti la possibilità di accedere al territorio spagnolo tramite i varchi di Ceuta, né il ruolo attivo od omissivo delle autorità marocchine.
Molti accusano il governo marocchino di aver organizzato o almeno “lasciato fare” chi ha organizzato l’arrivo coordinato di così tante persone contemporaneamente: circolano video di camion carichi di persone apparentemente diretti a Ceuta, e molti intervistati, nelle ore subito dopo gli arrivi, hanno testimoniato che le autorità marocchine avrebbero aperto i varchi e li avrebbero lasciati passare. Ma non risultano al momento prove chiare circa il coinvolgimento del governo marocchino.
La mancanza di chiarezza non può stupirci, tuttavia: se fosse vera la tesi del coinvolgimento (attivo o omissivo) delle autorità marocchine, queste avrebbero fatto di tutto per non lasciare prove del loro coinvolgimento. Per provare allora a comprendere la situazione, è necessario allargare lo sguardo.
Le tensioni tra Spagna e Marocco: il Sahara Occidentale
Le relazioni tra Spagna e Marocco non sono mai state semplici. Oltre alle pretese marocchine su Ceuta e Melilla, il principale punto di tensione tra i due governi riguarda storicamente la questione del Sahara Occidentale.
Territorio abitato da oltre mezzo milione di persone, confinante con Marocco, Algeria e Mauritania, il Sahara Occidentale è stato colonia spagnola dal 1884. Nell’ambito dei processi di decolonizzazione, la Spagna si è ritirata nel 1975 dopo che il Marocco, rivendicandone la sovranità, organizzò l’invasione “pacifica” dei territori tramite una marcia di 350.000 civili (la c.d. “Marcia verde”). Contemporaneamente, il Fronte Polisario, movimento indipendentista rappresentante del popolo Saharawi, dichiarò l’indipendenza del Sahara Occidentale, sostenuto dal governo dell’Algeria.
Nel 1991, una risoluzione delle Nazioni Unite ha stabilito che un referendum popolare avrebbe risolto il conflitto tra le pretese di sovranità marocchine e le spinte indipendentiste del Fronte Polisario. Referendum che non si è ancora tenuto. Nel frattempo Rabat ha consolidato la propria presenza e lo sfruttamento economico dell’area attraverso investimenti infrastrutturali, sviluppo economico e integrazione amministrativa.
Il Sahara Occidentale nello scenario globale attuale
Una svolta decisiva si è verificata il 10 dicembre 2020, quando l’amministrazione Trump ha riconosciuto formalmente la sovranità del Marocco sull’intero Sahara Occidentale, sostenendo il piano marocchino come unica soluzione realistica al conflitto e annunciando l’intenzione di promuovere sviluppo economico nella regione, inclusa l’apertura di una presenza consolare a Dakhla.
Una presa di posizione così forte non arriva senza un prezzo: lo stesso giorno viene annunciata l’adesione del Marocco agli Accordi di Abramo (che saranno poi firmati il 22 dicembre 2020), che accetta così di siglare una partnership strategica con Israele in ambito economico, diplomatico e di sicurezza, normalizzando le relazioni tra i due paesi.
In pratica, il sostegno statunitense alle rivendicazioni marocchine sul Sahara Occidentale viene scambiato con il sostegno marocchino alle politiche israeliane e statunitensi in Medio oriente. Il Marocco diventa così un importante partner strategico per Trump nella regione.
Non è un caso che la principale produzione hollywoodiana del 2025 (Odyssey, di Christopher Nolan), con un budget di 250 milioni di dollari, ha girato diverse scene nei territori del Sahara Occidentale, suscitando reazioni critiche tra chi ha visto in questa scelta una strumentalizzazione politica a sostegno delle politiche coloniali del governo marocchino.
Non è un caso nemmeno che proprio negli ultimi giorni abbiamo assistito a due evoluzioni interessanti dei rapporti sempre più stretti tra Marocco e Stati Uniti. Il 27 luglio 2026 viene annuncia l’intitolazione, da parte marocchina, di un tratto dell’autostrada Tiznit-Dakhla a Donald Trump, interpretata come un riconoscimento simbolico per il sostegno americano alla causa marocchina sul Sahara Occidentale.
Infine, il 30 luglio 2026, festa nazionale del Marocco e data di inizio della crisi di Ceuta, il Dipartimento di Stato USA ha ribadito che Washington riconosce la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ritenuta l’unica base “seria, credibile e realistica” per una soluzione della questione, e che il Marocco è visto come pilastro di stabilità regionale e partner chiave negli Accordi di Abramo. Concetti ribaditi dallo stesso Trump, il 1° agosto, con il suo messaggio ufficiale al Re Mohammed VI.
Il “grande gioco” del Marocco e quello degli USA
Forte del sostegno statunitense, il Marocco ha iniziato un “grande gioco” per assicurarsi la sovranità sul Sahara Occidentale e insieme per rinforzare le pretese su Ceuta e Melilla, che ritiene proprio territorio nazionale. Nel maggio del 2021 il Marocco ha fatto la sua mossa: circa 8.000 persone si sono riversate a Ceuta a seguito dell’allentamento delle misure di controllo da parte delle autorità marocchine. La minaccia dell’uso strumentale delle pressioni migratorie come arma geopolitica ha effetto: la crisi scatenata impone a Sanchez di rimuovere il Ministro degli Esteri (sostituito con l’attuale, José Manuel Albares), e spinge il governo spagnolo nel 2022 a concedere il proprio sostegno al piano marocchino sul Sahara Occidentale, abbandonando di fatto la precedente neutralità.
La decisione ha contribuito a migliorare le relazioni con Rabat, ma a costo di una grave crisi diplomatica con l’Algeria. Negli anni successivi, Algeri ha congelato parte della cooperazione economica e richiamato il proprio ambasciatore in Spagna. Solo nel 2025-2026 si è assistito a un graduale riavvicinamento, culminato nella visita di Sánchez ad Algeri del 20 luglio 2026, appena dieci giorni prima della crisi di Ceuta. Questa coincidenza temporale alimenta inevitabilmente alcuni interrogativi.
Il “grande gioco” del Marocco presenta tuttavia pericoli per lo stesso Marocco, perché si inserisce a sua volta nel gioco ancora più grande di Trump, il cui abbraccio potrebbe rivelarsi mortale per il piccolo regno. Occorre infatti chiedersi le ragioni profonde del sostegno di Trump alle rivendicazioni di Rabat: il sostegno marocchino alle politiche israeliane è sicuramente un elemento, ma non appare così decisivo. Bisogna forse guardare più in grande allo snodo che rappresenta Gibilterra per i commerci internazionali. Se Trump puntasse al controllo dello Stretto (ipotesi che non appare così irrealistica alla luce dell’intervento di Trump in Iran per il controllo dello Stretto di Hormuz), il Marocco rischia di diventare una pedina sacrificabile: il costo del deterioramento delle relazioni con la Spagna e con l’UE lo pagherebbe solo Rabat, mentre il vantaggio del controllo dello Stretto andrebbe realisticamente agli USA.
A questo proposito, è interessante notare che a marzo 2026 il think tank americano conservatore American Enterprise Institute ha pubblicato un paper che, richiamando la “Marcia Verde” del 1975 nel Sahara Occidentale, propone che il Marocco invada “pacificamente” le exclave di Ceuta e Melilla a fini di annessione. L’autore (Michael Rubin, ex ufficiale del Pentagono) sottolinea che, in un tale frangente, la NATO non potrebbe essere chiamata ad agire perché non prevede espressamente obblighi di difesa reciproca su territorio africano. Una recente opinione pubblicata sul Time of Israel ha rilanciato questa proposta proprio nelle ore della crisi: Jose Lev Alvarez Gomez (studioso americano-israeliano di sicurezza mediorientale, veterano dell’IDF e dell’esercito americano) sostiene che la Spagna abbia ormai perso il controllo su Ceuta e che il Marocco debba intervenire militarmente per annetterle.
L’ipotesi della “migrazione come arma geopolitica”
In questo “grande gioco”, l’ipotesi dell’uso dei migranti come arma geopolitica (la c.d. weaponisation delle migrazioni) sembra far tornare i conti.
Lavori accademici come Reframing coercive engineered migration theory: Ceuta and the Western Sahara (B Álvarez-Miranda, E. Brey, 2023) e Migration as Leverage: Morocco’s Strategic Use of Migration in the Western Sahara Dispute (M. Ikene, 2025) hanno studiato a fondo il concetto di Coercive Engineered Migration sviluppato da K. Greenhill con Weapons of mass migration: forced displacement, coercion and foreign policy (K. Greenhill, 2010), secondo cui uno Stato può manipolare o tollerare flussi migratori per ottenere concessioni politiche. Queste analisi concludono che il Marocco abbia dimostrato la capacità di usare il controllo dei flussi migratori durante la crisi di Ceuta del 2021, come leva per influenzare la posizione spagnola sul Sahara Occidentale.
Per molti osservatori, gli eventi del luglio 2026 potrebbero essere letti attraverso una chiave interpretativa analoga. Naturalmente ciò non costituisce una prova di responsabilità diretta. Il governo marocchino continua a negare il proprio coinvolgimento nella vicenda, mentre il governo spagnolo non ha ancora sollevato un’accusa formale.
Se questa dovesse rivelarsi, alla luce dei prossimi eventi, la chiave di lettura corretta, saremmo di fronte a un attacco ibrido alla sovranità territoriale spagnola, che richiederebbe la solidarietà degli altri Stati membri ai sensi dell’art. 222 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (“L’Unione e gli Stati membri agiscono congiuntamente in uno spirito di solidarietà qualora uno Stato membro sia oggetto di un attacco terroristico o sia vittima di una calamità naturale o provocata dall’uomo”) o persino dell’art. 42, comma 7 del Trattato sull’UE (“Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”).
In questa prospettiva, le misure assunte da altri Stati membri come l’Italia, che ha sospeso il regime di Schengen con la Spagna reintroducendo i controlli alle frontiere, per aumentare la pressione sulla Spagna, vanno in direzione opposta rispetto al principio di solidarietà.
Inoltre, si potrebbe osservare che di fronte a un attacco ibrido portato tramite l’uso dei migranti come un’arma, i Paesi europei rispondono approfondendo le loro divisioni e isolando politicamente lo Stato aggredito. Una reazione che incentiva nuove aggressioni, dimostrandone la grande efficacia. Una politica di deterrenza rispetto a queste “onde umane” dovrebbe, al contrario, essere segnata da una risposta forte e unitaria degli Stati membri e delle istituzioni europee. Putin e Trump, ma anche le autorità libiche, prendono nota.
La politica migratoria spagnola
Una lettura sostanzialmente diversa porta invece sul banco degli imputati la politica migratoria spagnola, che sarebbe la vera responsabile della crisi di Ceuta. Tra i sostenitori di questa lettura, lo stesso Trump con le sue dichiarazioni a ridosso dei fatti. Secondo questa interpretazione, la politica migratoria di Sanchez, troppo aperta e permissiva, agisce quale pull factor per i flussi migratori illegali.
In particolare, una sentenza del Tribunal Supremo spagnolo dell’8 luglio 2026 ha stabilito che entrare via mare a Ceuta non equivale a scavalcare una barriera fisica e pertanto le persone intercettate non possono essere respinte nell’immediato, ma devono poter accedere alle procedure ordinarie, con le garanzie previste dal diritto internazionale. Ancorché non si tratti neanche lontanamente di una “apertura” della frontiera, ma del riconoscimento di tutele giuridiche fondamentali, la notizia sarebbe stata distorta e avrebbe indotto molte persone a tentare l’attraversamento – ignare che a Ceuta sarebbero state poi di fatto respinte mediante la privazione di cibo e sistemazione.
Un altro evento spesso richiamato a sostegno di questa tesi è che il governo spagnolo ha varato una nuova misura, entrata in vigore il 15 aprile dopo un’iniziativa legislativa popolare sostenuta da 600 mila firme e da centinaia di associazioni, che prevede la regolarizzazione dei migranti senza permesso di soggiorno e richiedenti asilo che si trovino in Spagna dal 31 dicembre 2025. In particolare, la misura prevede la concessione di un permesso di soggiorno e lavoro legale della durata di un anno (cinque per i minori), in assenza di pericolosità sociale. La misura è volta a fare emergere il lavoro sommerso e favorire l’integrazione di persone già presenti sul territorio spagnolo, consentendo loro di lavorare legalmente in attesa dello svolgimento delle procedura amministrative di immigrazione e asilo. Le richieste potrebbero aver superato la quota di 1 milione.
Non si può escludere che questi fatti abbiano incoraggiato molte persone a cercare l’accesso a Ceuta, magari sulla spinta di notizie ingigantite e narrazioni tendenziose promosse da chi aveva interesse a causare la crisi. Tuttavia, questa ricostruzione deve fare i conti con alcuni dati che occorre considerare.
Gli arrivi irregolari in tutta Europa di cittadini marocchini tra il 2009 e il 2026 (quindi su 15 anni), tramite tutte le rotte, raggiungono il numero complessivo di circa 150.000 (dati Frontex). Il 30 luglio 2026, in 24 ore a Ceuta sono arrivate oltre 50.000 persone, prevalentemente di origine marocchina. Visti gli ordini di grandezza, si ha la netta sensazione di essere di fronte a un fenomeno che poco ha a che fare con quello delle migrazioni. Il fenomeno migratorio è frastagliato, frammentato e caotico; una concentrazione tale di persone in un’unica giornata appare frutto di un’orchestrazione precisa e racconta una vicenda diversa. Inoltre, se guardiamo i dati degli arrivi irregolari degli ultimi decenni, i fattori decisivi riguardano tutti il “lato della domanda”, e in particolare da quale tipo di crisi le persone scappano. Non la difficoltà del percorso, non il tipo di accoglienza che li attende. D’altra parte, nessuno abbandona la propria terra verso un percorso incerto se non è spinto da necessità esistenziali. Per questa ragione, le principali nazionalità degli arrivi sono Siria, Afghanistan, Eritrea, Iraq, Bangladesh, Nigeria.
Quando si parla di pull factor, bisogna poi ricordare che le persone migranti non ricevono una formazione specifica nella legislazione europea dell’immigrazione e asilo: ciò implica da un lato che possono essere facilmente ingannate, dall’altro che difficilmente rispondono in modo razionale agli incentivi o disincentivi generati dalle politiche dei paesi di arrivo. Se una persona è pronta a morire nelle prossime 8 ore per attraversare un confine, o a farsi torturare per i prossimi 6 mesi, pur di avere la possibilità di vivere una vita migliore, è difficile argomentare che risponda a incentivi o disincentivi normativi complessi, riferiti a un sistema che non conosce. Per ricorrere a un concetto economico, la domanda di accesso è talmente rigida che non appare particolarmente influenzata dall’offerta.
Come funziona la politica migratoria in Europa
Per chiudere il ragionamento sulla tesi del pull factor occorre porsi una ulteriore domanda: la Spagna offre un regime di immigrazione e asilo più favorevole rispetto agli altri Stati membri? In sintesi, la risposta è no.
Nei primi mesi del 2024 il Parlamento europeo ha approvato il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, formalmente adottato dal Consiglio dell’Unione Europea il 14 maggio 2024. Le sue norme, entrate in vigore il 12 giugno 2026, sono contenute in 10 atti legislativi vincolanti, (9 regolamenti e 1 direttiva) che dettano una serie di norme per gestire l’immigrazione irregolare e istituiscono un sistema europeo comune di asilo. Il Patto stringe le maglie sulla gestione degli arrivi e dei respingimenti, crea procedure uniformi per la gestione delle richieste di protezione internazionale e rafforza il sistema dei rimpatri. È una politica europea comune, applicata in tutti gli Stati membri, con un ruolo rafforzato di Frontex, agenzia con un bilancio di oltre 1 miliardo di euro e stanziamenti previsti in crescita nel prossimo quadro finanziario pluriennale intorno ai 12 miliardi di euro tra il 2028 e il 2034. Ha un personale di circa 2.000 unità, destinate a crescere a 10.000 entro il 2027 (per avere un ordine di grandezza, la Guardia Costiera italiana conta circa 11.000 unità) e svolge una funzione di controllo dei confini esterni dell’UE e supporto operativo alle forze nazionali per il controllo delle frontiere e per i rimpatri.
Resta invece nelle mani degli Stati la disciplina riguardante l’immigrazione regolare, che risponde quindi alle decisioni politiche dei governi nazionali.
In altre parole, la disciplina degli arrivi “irregolari” e delle richieste di asilo è unica per tutta Europa, quale politica comune, il che rende invariante il punto di arrivo per un migrante.
In un secondo articolo approfondiremo i limiti dell’attuale politica europea di immigrazione e asilo, cercando di raccogliere qualche lezione dalla crisi di Ceuta per noi europei.

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