L’operazione militare speciale della Russia in Ucraina non ha solo ridimensionato l’immagine del paese come potenza militare globale, ma ha anche messo in discussione la sua capacità di salvaguardare la propria sfera di influenza. Dal 2022, infatti, è in atto una vera e propria crisi, che ha provocato danni evidenti al regime di Vladimir Putin nel continente europeo. L’ingresso della Svezia e della Finlandia nella NATO è stato solo il primo campanello d’allarme di un fenomeno molto più ampio, che oggi comprende Paesi storicamente legati a Mosca, come Moldavia, Armenia e, seppur in misura diversa, Bielorussia.
Il caso moldavo
All’inizio del conflitto, la Moldavia versava in una condizione assai complessa: schiacciata tra Romania e Ucraina, guidata da un governo europeista ma restando totalmente dipendente dal gas russo, membro del CIS (Comunità degli Stati Indipendenti) e ancora duramente segnata dalla guerra di Transnistria del 1992. Negli ultimi anni, proprio la regione separatista della Transnistria, dove il Cremlino stanzia diversi contingenti militari, è diventata una vera e propria exclave russa in Europa orientale, da cui il regime di Vladimir Putin esercita la sua influenza nell’area.
Prima del 2022, per Mosca la combinazione tra dispute territoriali, neutralità costituzionale e dipendenza economica rendeva la Moldavia uno stato cuscinetto facile da monitorare e con una sensibile minoranza russa a proprio sostegno. Con l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, però, il governo moldavo ha iniziato a temere che la situazione in Transnistria potesse diventare la premessa per un “Donbass 2.0” e ciò l’ha spinto a virare verso Occidente, presentando domanda di adesione all’Unione Europea nel marzo dello stesso anno. Naturalmente, nessuno si aspettava che la Moldavia sarebbe entrata subito nell’UE, ma questo gesto serviva a velocizzare il processo di avvicinamento del paese all’Unione e a dare un primo netto segnale di rottura con Mosca.
Negli anni successivi, i casi riportati di sconfinamento di missili russi nello spazio aereo moldavo e le ripetute accuse nei confronti del Cremlino di aver fomentato disordini e sommosse antigovernative hanno accelerato ulteriormente il distacco tra i due paesi. Chişinău, inoltre, ha interrotto la dipendenza da Gazprom e ha iniziato a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico, rivolgendosi soprattutto all’Unione europea, con la quale nel 2025 ha siglato il Growth Plan for Moldova, un pacchetto di 1,8 miliardi di euro destinato a favorire l’integrazione della Moldavia nel mercato unico europeo.
Politicamente, il distanziamento dalla Russia è stato confermato alle urne in tre occasioni: nell’ottobre 2024 con la vittoria del “Sì” al referendum sull’integrazione europea, a novembre 2024 con la rielezione della Presidente Maia Sandu al secondo turno, e nel settembre 2025 con la vittoria degli europeisti alle elezioni parlamentari. In tutte le tornate elettorali, la Russia è stata accusata di aver organizzato massicce campagne di disinformazione nel tentativo di preservare il proprio controllo politico sul paese. La presenza di interferenze straniere è stata poi confermata dai rapporti OSCE sui tre appuntamenti ai seggi.
Con la decisione da parte del governo di denunciare i trattati del CIS all’inizio del 2026, i negoziati UE già in corso e una Transnistria ormai sempre più distante dalla Russia e dipendente dal supporto economico di Chișinău, la Moldavia sta definitivamente recidendo gli ultimi legami con Mosca.
La perdita dell’Armenia
Per anni l’Armenia ha rappresentato un asset fondamentale per il Cremlino nel Caucaso. Membro del CIS e del CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva), Erevan consentiva a Mosca di edificare basi militari nel proprio territorio e fungeva da ponte tra la Federazione e il Medio Oriente. Prima del 2022, inoltre, la presenza della Russia rappresentava una garanzia di sicurezza. Nel contesto delle storiche tensioni tra Armenia e Azerbaigian sul controllo del Nagorno-Karabakh, regione separatista dell’Azerbaigian a maggioranza armena, la membership di Erevan nel CSTO garantiva la tutela del paese in caso di escalation grazie all’articolo 4 del trattato dell’organizzazione, che prevede il principio di difesa collettiva in caso di attacchi contro gli stati membri. Per la Russia, invece, un rapporto stabile e solido con l’Armenia significava anche controbilanciare le influenze nella regione della NATO e della Turchia, quest’ultima storica alleata della repubblica azera.
Inizialmente, fra Armenia e Azerbaigian vigeva un cessate il fuoco stipulato nel 2020 al termine della Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh e garantito dal governo di Mosca. Nel settembre 2022, però, gli scontri sono ripresi con attacchi in profondità nel territorio armeno, di fronte ai quali la Russia, già impegnata militarmente altrove, non è intervenuta a difesa di Erevan, così come non è intervenuto il resto del CSTO. Per la prima volta la Russia ha abbandonato l’Armenia.
Nel 2023 la situazione è precipitata ulteriormente. Nel mese di settembre il governo azero ha lanciato un massiccio intervento militare in Nagorno-Karabakh, riacquisendo il controllo totale della regione e causando un esodo di oltre 100.000 armeni. Anche in questa occasione, Mosca non è intervenuta.
Di fronte all’inaffidabilità del Cremlino, il governo armeno ha cercato nuove garanzie a Occidente. Dal 2023, per esempio, la Francia ha avviato la fornitura di armi all’Armenia e si è offerta di assistere il paese nello sviluppo e nell’addestramento delle proprie forze di difesa. In seguito, nel 2024 Erevan ha congelato la partecipazione al CSTO, interrompendo le proprie quote di finanziamento all’organizzazione e affermando di non escludere un possibile ritiro totale dall’alleanza. Nello stesso anno, poi, l’Armenia è diventata membro della Corte Penale Internazionale, la stessa corte che poco tempo prima ha richiesto l’arresto di Vladimir Putin. Sempre nel 2024, il governo armeno ha stipulato con l’UE un piano di investimenti (Resilience and Growth plan for Armenia) dal valore di 270 milioni di euro per lo sviluppo economico del paese. Nel 2025, invece di cercare supporto dalla Russia, l’Armenia si è rivolta agli USA per risolvere le ultime dispute con l’Azerbaigian e, nel marzo di quell’anno, il parlamento ha approvato una legge che supportava l’idea di aderire all’Unione europea. Questa linea politica “occidentale” è stata poi confermata dalla vittoria del partito europeista Civil Contract alle elezioni del giugno 2026.
Il calo di influenza della Russia nella regione è stato ulteriormente aggravato anche da un progressivo consolidamento delle posizioni della Turchia, che, nel frattempo, è riuscita ad affermarsi come principale forza egemone nell’area.
I dubbi sulla Bielorussia
Nel caso della Bielorussia sarebbe errato parlare di una vera e propria rottura con il Cremlino. Al contrario, è più corretto notare come i recenti cambi di opinione e di posizione di Minsk rispetto al proprio coinvolgimento nella guerra rappresentino le prove di un forte cambio di rotta da parte del governo di Lukashenko, che potrebbe essere determinante per le future relazioni con il regime di Vladimir Putin.
Il segnale più evidente è arrivato nel giugno 2026 con l’ultimatum di Kiev, volto a ottenere lo spegnimento dei radar sul confine bielorusso che permettevano a Mosca di guidare i propri droni nel territorio ucraino. In seguito alla minaccia di intervento diretto da parte del Presidente Volodymyr Zelensky, le apparecchiature sono state disattivate (anche se non c’è prova del loro effettivo smantellamento), confermando quello che per alcuni è un atteggiamento di prudenza del regime bielorusso. Non a caso, poco tempo prima, di fronte ai media stranieri, lo stesso Alexander Lukashenko aveva dichiarato che, per entrambi gli schieramenti, una vittoria sul campo di battaglia sarebbe stata impossibile, che sia Russia sia Ucraina si trovassero in grande difficoltà e che per entrambi i paesi sarebbe stato necessario scendere a compromessi.
Si tratta di una serie di dichiarazioni che stonano con la disponibilità che finora Minsk ha dimostrato nell’offrire supporto a Mosca nel conflitto. È noto che nelle prime fasi della guerra la Bielorussia abbia concesso l’ingresso in Ucraina di truppe russe passando per i propri confini, che ne abbia ospitato l’addestramento e che abbia autorizzato il dispiegamento di armi nucleari sul proprio territorio. Tuttavia, in seguito alla rielezione di Donald Trump, Lukashenko ha cercato di rompere il proprio isolamento diplomatico supportando fermamente il ruolo di “pacificatore” del Presidente americano, che ha più volte promesso di voler porre fine al conflitto. Washington, dal canto suo, ha risposto positivamente a questo cambio di atteggiamento: alcune sanzioni sono state rimosse, l’inviato speciale americano in Bielorussia John Coale, scelto da Trump per contrattare il rilascio di prigionieri politici, ha ipotizzato la possibile riapertura dell’ambasciata americana a Minsk e gli USA hanno inviato in loco due soldati in qualità di osservatori durante delle esercitazioni militari.
Questa nuova strategia di Lukashenko di mostrarsi come forza promotrice di una soluzione pacifica e diplomatica potrebbe rappresentare un sintomo della sofferenza della Bielorussia rispetto all’isolamento causato dalla vicinanza con il Cremlino e un segnale di come Lukashenko stia cercando un suo spazio di manovra autonomo.
La fine di un mito
Una guerra nata con l’obiettivo di proteggere la propria area di influenza si è trasformata in una pericolosa arma a doppio taglio. Con il suo impegno in Ucraina, Mosca non ha garantito sufficiente sicurezza ai propri partner e alleati, che, in risposta, hanno scelto o di virare a Ovest, come Moldavia e Armenia, o di cercare una propria autonomia, come la Bielorussia. Il 2022, quindi, non segna solo il ritorno della guerra in Europa, ma anche l’inizio della fine dell’egemonia russa nello spazio post-sovietico.
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