Contro il virus del nazionalismo, per una Germania europea

, di Antonio Longo

Contro il virus del nazionalismo, per una Germania europea
Angela Merkel, cancelliere federale di Germania. Copyright: Unione europea

La strage di immigrati turchi avvenuta ad Hanau, una cittadina vicina a Francoforte sul Meno, nel cuore della Germania e dell’Europa, ad opera di un neonazista tedesco, ci dice che siamo in presenza di un salto di qualità nello sviluppo di sentimenti di razzismo e di ripresa del nazionalismo.

Negli ultimi mesi sono aumentati gli attacchi terroristici della destra xenofoba in Germania. Lo scorso giugno fu ucciso Walter Luebcke, presidente della provincia di Kassel, sostenitore di una politica liberale sui rifugiati. Lo scorso ottobre, nel giorno del Kippur, festività ebraica, nella città di Halle, un uomo ha sparato alla porta di una sinagoga, poi ha lanciato due ordigni nel cimitero ebraico poco distante e contro un ristorante di kebab. Solo qualche giorno fa la polizia tedesca ha arrestato una cellula di 15 estremisti che stavano pianificando attacchi contro moschee in diverse città.

Per anni la solida e democratica Germania sembrava immune dal fenomeno neofascista che si manifestava in altri Paesi europei. La classe politica si reggeva ancora sugli storici partiti che facevano riferimento alla tradizione democratico-cristiana e socialista, travolti invece in altri Paesi europei, prima dall’89 e successivamente dalla crisi economica iniziata nel 2007.

Una Germania, forte di questi partiti ed economicamente solida, costituiva poi l’architrave della costruzione europea. Se la Francia mandava l’Europa in crisi, con il suo No alla Costituzione europea, c’era la Germania che ricuciva e offriva la soluzione compatibile con la situazione data (il Trattato di Lisbona). Se l’Italia, la Grecia e gli altri Paesi mediterranei rischiavano di far saltare l’euro, c’era la Germania che teneva in piedi l’Eurozona, sia pur al prezzo delle politiche di austerity. Se l’immigrazione metteva in crisi l’Unione, la Germania era pronta ad organizzare una soluzione europea, facendosene in gran parte carico (sono i costi dell’egemonia politica, che c’è anche in democrazia).

Ma a lungo andare, quando i problemi dell’immigrazione (irrisolta) si cumulano con l’assenza di una politica estera e di difesa europea (evidenziate dalla guerra in Medioriente e in Libia) e non trovano soluzioni - perché dentro il quadro intergovernativo europeo non possono esserci soluzioni a questi problemi - allora anche la Germania, architrave dell’Unione, può vacillare e sbandare paurosamente. L’abbiamo visto in Turingia con l’elezione di un capo di governo regionale con i voti del partito xenofobo di estrema destra AfD.

La svolta è avvenuta quando il problema principale dell’Unione europea non è più stato la crisi dell’euro (superata nei fatti dopo la crisi greca e il rischio-Italia del 2012), bensì quello che sta attorno a ciò che possiamo definire la “posizione dell’Europa nel Mondo”.

La crisi migratoria coglie l’Unione sprovvista di una propria politica estera, di strumenti politici e amministrativi per governare i flussi, tantomeno di un modello politico e amministrativo d’integrazione. Anziché dare alla Commissione i poteri esecutivi esclusivi (lì stava il salto federale!) per gestire una politica migratoria comune (entrata con il Trattato di Lisbona nel quadro della co-decisione legislativa Parlamento/Consiglio) i governi nazionali ripiegarono prima sul coordinamento intergovernativo prima, poi addirittura sulla ‘buona volontà’ degli Stati nella ripartizione dei migranti. In un mondo caratterizzato da migrazioni enormi, a causa di un’iniqua divisione delle risorse e del potere, ripiegare su un’illusoria gestione nazionale di questi fenomeni vuol dire rinunciare a istituzioni e regole condivise al livello pari a quello su cui si pone il problema (che è sovrannazionale). Ciò significa non risolvere il problema, quindi finire per alimentare un’insicurezza crescente. L’Europa si trova oggi in questa condizione.

La politica di Trump ha fatto il resto. Ha tolto la copertura americana sulla sicurezza militare e gli Europei si trovano soli in un mondo in cui si confrontano le superpotenze americane, russe e cinesi, da una parte e con due aree di vicinato (Medio-Oriente e Nord-Africa) in piena guerra civile, con vuoti di potere che alimentano terrorismo, instabilità politica ed economica, facendo emergere addirittura paesi con velleità egemoniche sub-regionali (Turchia, Iran, Egitto). L’impotenza dell’Europa appare ancor più evidente. Ed immaginare, ad esempio come pensa Macron, che l’alternativa alla protezione americana sia la force de frappe francese (in cui bottone resterebbe nelle mani francesi) appare semplicemente inconsistente. Se gli italiani, gli spagnoli, i polacchi e via di seguito dovessero scegliere tra queste due alternative finirebbero per scegliere quella più forte (cioè gli USA) ovviamente. Mentre i tedeschi punterebbero probabilmente ad una Germania militarmente più forte, scivolando nuovamente verso il nazionalismo. Dunque, risposte sbagliate ad un problema mal posto.

Lo Stato nasce storicamente per garantire innanzitutto la sicurezza, all’interno e all’esterno dei propri confini. Può non piacere, ma è così, da sempre. Dalla tribù alla città-stato, dal principato, alla nazione. Se chi governa non è in grado di garantire la sicurezza della propria comunità viene sostituito da chi “appare” più in grado di farlo, anche se poi, spesso, porta la propria comunità al disastro. È su questo che si gioca la partita nei momenti di forte crisi di un certo assetto di potere. L’Europa ha già sperimentato questa situazione negli anni 20-30 dello scorso secolo, con l’avvento del nazi-fascismo, classica risposta (sbagliata) alla crisi di Stati-nazione che non erano più in grado di offrire prospettive di sviluppo sociale ed economico ai propri popoli, nel momento in cui il modo di produrre richiedeva già una dimensione politica continentale. Gli uomini di Ventotene intuirono proprio questo punto centrale: lo stato-nazione era superato dal corso storico, ma pretendendo di mantenere una sovranità assoluta sui propri cittadini, finiva per creare tensioni e guerre con gli Stati vicini ed era inevitabilmente indotto a creare l’ideologia del nazionalismo (e del razzismo) per giustificare sia la repressione interna dei dissidenti sia la propria politica espansionista all’esterno. Lo stato-nazione era l’incubatore del fascismo e del nazismo. L’alternativa era, dunque, la Federazione europea, cioè una struttura politica basata sul superamento della sovranità assoluta degli Stati.

Se il problema della sicurezza è ormai il primo problema dell’Unione Europea, non possiamo stupirci che si manifesti con particolare virulenza là dove sta il baricentro dell’Europa: la Germania. E se si manifesta lì vuol dire che la crisi del potere in Europa è fortissima. Lo vediamo ora anche in Germania: con il declino di CDU e SPD e con la crescita costante dell’estrema destra; con il rallentamento dell’economia, con i ritardi nello sviluppo delle infrastrutture, del ritardo nello sviluppo socio-economico nei Land dell’Est; persino nella crisi verticale del sistema bancario (tra le prime dieci banche europee sono sparite quelle tedesche!).

A fronte dell’avanzata della follia che può radicarsi di nuovo nella società tedesca (e disintegrare l’Europa) occorre allora comprendere il punto centrale: per restituire sicurezza e speranza alla società tedesca è vano pensare che una ‘diversa’ politica nazionale tedesca ci possa immunizzare dal virus neonazista.

Occorre invece che la battaglia politica si faccia europea, per mostrare che è l’Unione europea che può dare sicurezza, anche ai tedeschi, ma in quanto europei. Occorre che i politici tedeschi, per primi, decidano di ‘giocarsi il potere’ in Europa, nel Parlamento e nella Commissione, cioè in quanto politici europei, per decidere chi e come si governa l’Europa. Dando più potere ai rispettivi partiti europei, ad esempio. Se la vera battaglia politica si porta sul livello europeo allora tutti capiranno che il problema non è più una Germania (o una Francia o un’Italia) più forte per guidare l’Europa, ma che un’Europa politicamente più forte rende tutti più sicuri: l’estremismo neonazista apparirà così prima irrilevante e poi un brutto ricordo del passato.

Un’Europa più forte vuol dire innanzitutto rafforzare l’Unione Europea, questa Unione Europea, non un’altra immaginaria. Dando più poteri a queste Istituzioni europee, assegnandole risorse adeguate per fronteggiare le sfide di questo tempo, consentendole di poter decidere a maggioranza anche sulla fiscalità e la sicurezza.

Questo è il messaggio che i federalisti dovrebbero trasmettere oggi agli amici tedeschi: pensa e agisci come un cittadino europeo per rendere più forte e migliore il tuo Paese. Vale per la Germania, vale anche per tutti i Paesi dell’Unione.

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