Dall’internazionale al transnazionale: ripensare il dibattito sulle lingue internazionali in chiave anti-ideologica

, di Mariasophia Falcone

Dall'internazionale al transnazionale: ripensare il dibattito sulle lingue internazionali in chiave anti-ideologica
Un foglio del Papiro 46, uno dei più antichi manoscritti del Nuovo Testamento, scritto in Koinè - ossia la lingua franca dei territori greci nel periodo ellenistico. Dominio pubblico.

Le lingue sono state un caposaldo dell’idea di nazione, come etnia unita da una sola lingua che la differenzia da tutte le altre. Per questo motivo, il dibattito sul multilinguismo, il ruolo delle minoranze linguistiche nei paesi europei e il ruolo della lingua franca - che sia inglese, o esperanto - è necessario nel pensiero federalista per superare un apparentemente insormontabile ostacolo. Eurobull ospiterà quindi fino al 26 settembre 2021 una serie di speciali dedicati alle lingue in Europa, per spingere ad una rinnovata, non-ideologica riflessione sul futuro federale e il suo stretto legame con il linguaggio.

La percezione e le idee che abbiamo sul ruolo di una lingua spesso sono dettate dall’ideologia linguistica che abbiamo appreso nel corso della nostra vita. Il concetto di ideologia linguistica si può definire come una serie di credenze o opinioni su una data lingua ritenute oggettive e universali e che sono usate come razionalizzazione della propria percezione nei confronti di tale lingua (Silverstein, 1979). Le credenze che compongono un’ideologia linguistica non riguardano soltanto il livello della comunicazione verbale, ma anche tutto ciò che riguarda l’identità individuale e collettiva, e la dimensione morale. Per questo, il dibattito sul ruolo di una lingua è sempre dominato da posizioni ideologiche che nascondono giudizi morali derivanti dalla società in cui viviamo e dalla cultura che abbiamo appreso.

L’ideologia linguistica si basa su una relazione dialettica tra strutture sociali e forme del parlare (Woolard, 1992), nella misura in cui le pratiche linguistiche sono influenzate dalla società in cui sono calate, ma al contempo, le pratiche sociali e le gerarchie di potere interne alla società influenzano a loro volta le pratiche linguistiche. In base a tali presupposti, il dibattito sul ruolo dell’inglese, o di una qualsiasi lingua internazionale (che, ad esempio, abbia più parlanti non-nativi che nativi) in Europa, finora è stato un dibattito prettamente ideologico. Infatti, le posizioni più comunemente diffuse, non solo sono profondamente ideologiche, ma sono il risultato delle politiche linguistiche degli stati nazionali e dell’operato di istituzioni, scolastiche e non, basate sul nazionalismo metodologico.

In particolare, il monolinguismo, inteso nella sua dimensione di ammissione di una sola lingua come lingua madre a scapito di altre, è profondamente legato allo stato nazionale. Non solo il monolinguismo è stato uno degli strumenti principali per la realizzazione degli obiettivi del nazionalismo (une nation, une langue), ma allo stesso tempo, le lingue sono state adattate ai fini del nazionalismo. Storicamente, l’esistenza di una lingua comune è stata uno dei principali pretesti per la formazione dello stato nazionale: l’esistenza di una lingua comune a un gruppo diventa la giustificazione della sua esistenza e, di conseguenza, della trasformazione di questo in un gruppo dominante che si deve definire territorialmente in uno stato nazionale; Oppure, per consolidare territorialmente lo stato nazionale, è la lingua del gruppo dominante a divenire la lingua delle istituzioni e delle leggi soppiantando le altre.

Finora il dibattito sul ruolo dell’inglese in Europa ha risentito dell’influenza delle identità nazionali, delle tradizioni storiche e delle politiche linguistiche degli stati nazionali, incluse quelle nei confronti di pratiche semi-istituzionali (doppiaggi e traduzioni audiovisive), creando un dibattito ideologico a scapito dell’osservazione dei comportamenti linguistici nelle comunità di pratica. Infatti, il dibattito attuale si divide essenzialmente in due posizioni estreme: l’inglese come uno strumento di imperialismo linguistico a servizio del neoliberismo americano, oppure come una lingua totalmente denazionalizzata, una lingua franca che non è né lingua madre né lingua straniera, che appartiene ugualmente ai parlanti nativi come a quelli non nativi.

L’idea di una lingua franca che non è più straniera e non ha più implicazioni culturali, o semplicemente meno connotata, non può essere completamente corretta, in quanto ogni volta che una lingua viene usata da una comunità, prende comunque i significati del luogo e della comunità che la usa. Inoltre, non si può definire una lingua culturalmente neutra a priori o in termini assoluti, in quanto ciò implicherebbe che nei confronti di questa lingua avrebbero più autorità i parlanti non-nativi di quelli nativi, cosa che non si è ancora mai realizzata considerando, inoltre, che le cosiddette autorità linguistiche sono ancora situate in quei paesi che fanno parte dell’inner circle (Kachru, 1985) (gli Stati Uniti e la Gran Bretagna).

Con l’inizio della globalizzazione, gli obiettivi nazionalisti dei paesi anglofoni del cerchio interno si sono nascosti sotto la maschera dell’internazionalismo e della cooperazione internazionale. Dall’altro lato, l’inglese veniva visto come uno strumento per il capitalismo globale e come uno dei trend più omogeneizzanti delle differenze culturali. Di conseguenza sono aumentate posizioni più tradizionaliste nei confronti del ruolo delle lingue nazionali che ben presto si sono rivelate un modo per mantenere uno status quo di forme di potere oppressive a servizio dell’ideologia nazionalista. Tuttavia, questo tipo di posizioni si basano su una teoria della globalizzazione piuttosto miope e semplificata. Più fedele ad un’analisi dei tempi attuali è concepire una lingua internazionale in senso translocale e quindi una lingua fluida, in grado di muoversi tra i confini, ma che allo stesso tempo incorpora le relazioni sociali e le strutture di quei luoghi (Pennycook, 2007).

Sebbene le prime concettualizzazioni della globalizzazione sembrassero suggerire che il mondo stesse andando incontro a spinte omogeneizzanti fortissime, ad oggi possiamo invece pensare alla globalizzazione come un intensificarsi delle relazioni sociali, economiche e culturali, che ha creato una rete di collegamenti che accorcia le distanze sul pianeta. Con la globalizzazione il mondo diventa non solo più internazionale ma anche più transnazionale e quindi caratterizzato da un altissimo livello di mobilità degli individui, dal potenziamento delle telecomunicazioni e dal dominio assoluto di internet, creando collegamenti e scambi tra attori non-statuali oltre i confini nazionali, sia a livello di istituzioni che nella vita di tutti i giorni (Vertovec, 2009).

Questa condizione di transnazionalismo comporta una serie di cambiamenti per le lingue sia nazionali che internazionali, che rendono necessario reimpostare il dibattito attraverso nuovi strumenti d’analisi. Piuttosto che pensare ad una lingua internazionale come deterritorializzata, quindi frutto di un’analisi basata su un criterio territoriale ma soprattutto nazionale (pre-globalizzazione), dovremmo invece pensarla come transnazionale, analizzandola attraverso il criterio della mobilità. Solo in questo modo è possibile capire realmente le pratiche transidiomatiche tipiche del mondo globalizzato, ovvero quelle pratiche comunicative di gruppi transnazionali che interagiscono usando lingue diverse e diversi codici culturali allo stesso tempo, e in più canali comunicativi. Quando si combina in questo modo il locale e il globale, il risultato è in un fenomeno nuovo reti complesse, dove i sistemi sociolinguistici diventano translocali senza perdere la loro dimensione locale (Jacquemet, 2010). In particolare, dato il ruolo attuale dell’inglese nel mondo, queste pratiche producono innovazioni linguistiche poiché, oltre all’inglese, le altre lingue possono entrare ugualmente in gioco in base a come i suoi utenti si riterritorializzano in maniera creativa. Inoltre, è importante capire che le pratiche transidiomatiche non riguardano solo la componente verbale di una lingua, ma piuttosto diverse parti del sistema-lingua, rendendo quindi possibile che vengano inglobati pezzi di questa o quella cultura e delle società.

Per andare oltre il dibattito tra omologazione e frammentazione, tra imperialismo e stati nazionali, occorre concentrarsi sui flussi translocali e transculturali e approcciare il dibattito in maniera critica considerando nuove forme di resistenza cambiamento, poiché una lingua transnazionale si muove tra fluidità e fissità, venendo incorporata nella materialità del locale e delle le relazioni sociali (Pennycook, 2007). Un modo per provare a capire quale sia il ruolo di una lingua internazionale come l’inglese in un mondo sempre più transnazionale, è pensare in termini di campo deittico. L’analisi basata sul campo deittico presuppone lo spostamento dell’analisi dal centro di una lingua (spesso il centro economico) verso le comunità di pratica e i loro comportamenti linguistici, in cui molteplici significati deittici variano in base al contesto e alla comunità che ne fa uso. Questo tipo di analisi dei significati deittici dell’inglese come lingua globale, che segue il percorso della lingua man mano che viaggia in diversi contesti storici e sociali e nel prendere nuovi significati, è una delle chiavi per capire la complessità del ruolo di questa lingua nel mondo di oggi (Park and Wee, 2012).

Quando una lingua nazionale diventa internazionale, non può mai essere un prodotto ideologicamente neutro. Sarebbe troppo ingenuo pensare che la sola condizione di internazionalità la renda culturalmente neutra o denazionalizzata, in quanto ci saranno sempre aspetti culturali e sociali trasmessi ogni qualvolta si sceglie di usarla rispetto alla propria lingua madre. Tuttavia, per capire realmente il ruolo di una lingua in un contesto transnazionale come quello in cui viviamo, dobbiamo tenere presente che, come un organismo vivo e che si muove, una lingua con le sue connotazioni culturali originarie ne prende continuamente di nuove man mano che si muove oltre i confini nazionali. In particolare, la maggiore diffusione di pratiche transidiomatiche tra le nuove generazioni, soprattutto grazie al fenomeno delle migrazioni e la superdiversità (Vertovec, 2007), non corrisponde ad imperialismo culturale ma piuttosto ad un maggiore fermento linguistico e creativo che può essere uno strumento importante per un mondo globalizzato e allo stesso tempo più equo.

Bibliografia

  • Dailey-O’Cain, J. (2017). English as a Trans-National Language. In Trans-National English in Social Media Communities (pp. 279-290). Palgrave Macmillan, London.
  • Jacquemet, M. (2010). Language and transnational spaces. In P. Auer and J.E. Schmidt (eds), Language and Space: An International Handbook of Linguistic Variation, (volume 1: Theories and Methods) (pp. 50–69). Berlin, New York: De Gruyter.
  • Kachru, B.B. (1985) ‘Standards, codification, and sociolinguistic realism: The English language. In the outer circle’, in R. Quirk and H.G. Widdowson (eds), English in the World: Teaching and Learning the Language and Literatures (pp. 11–30). Cambridge: The British Council.
  • Park, J. S. and Wee, L. (2012). Markets of English: Linguistic Capital and Language Policy in a Globalizing World. London, New York: Routledge.
  • Pennycook, A. (2007). Global Englishes and Transcultural Flows. London, New York: Routledge.
  • Silverstein, M. (1979). Language structure and linguistic ideology. In R. Cline, W. Hanks, and C. Hofbauer (eds), The Elements: A Parasession on Linguistic Units and Levels (pp. 193–247). Chicago: University of Chicago Press.
  • Vertovec, S. (2009) Transnationalism. London, New York: Routledge.
  • Vertovec, S. (2007). Super-diversity and its implications. Ethnic and racial studies, 30(6), 1024-1054.
  • Woolard, K.A. and Schieffelin, B.B. (1994) ‘Language ideology’, Annual Review of Anthropology, 23, 55–82.

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