Davos: Trump ruba la scena

, di Camilla Scaglione

Davos: Trump ruba la scena
Image by Gerd Altmann from Pixabay

Il 21 gennaio non è stato un mercoledì qualsiasi per gli equilibri internazionali, che hanno tremato al World Economic Forum 2026, durante il poco delicato discorso del capo di Stato Usa.

Il 21 gennaio, a Davos, una ridente cittadina della Svizzera, famosa per gli impianti sciistici e centri conferenze, si è tenuto, per l’appunto in uno di quest’ultimi, il World Economic Forum 2026. Il congresso in questione ha ospitato, come sempre, diversi capi di Stato, figure politiche e industriali, che hanno tenuto vari discorsi in merito a svariati argomenti. Il tema portante del congresso è stata una riflessione, definita come “A Spirit of Dialogue”, sull’urgenza di dialogo e cooperazione in un mondo sempre più frammentato e competitivo.

Infatti le 60 personalità intervenute hanno tematizzato come impellenti argomenti di geopolitica e contrasti internazionali, economia e necessità di crescita cooperativa e i fattori positivi e negativi per l’Uomo dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Tra questi, l’elemento portante, o che comunque è emerso come più allarmante per tutti è stato, come riportato in modo marcato nel discorso del Primo Ministro canadese Mark Carney, la rottura verso cui sta procedendo l’ordine internazionale basato su regole condivise. Lo stesso ha ripetuto la rappresentante dell’Unione europea, Ursula Von Der Leyen, dicendo che l’epoca delle certezze diplomatiche è giunta al capolinea, ma che l’Europa si mostra aperta e pronta al dialogo per un nuovo ordine internazionale.

Ma, tra tutti i discorsi sentiti, quello che più ha lasciato un’impronta nelle menti del pubblico è stato quello di una persona che in questo momento non ha di certo bisogno di presentazioni. Stiamo parlando di Donald Trump, l’attuale Presidente degli Stati Uniti quello che molti riterrebbero, o almeno fino a poco tempo fa pensavano essere l’uomo più potente al mondo. Il suo discorso è stato così pregnante grazie alla particolare modalità di espressione del tycoon, ossia un linguaggio ricco di esagerazioni, toni non propriamente formali, illazioni e prese in giro, o vere e proprie calunnie verso individui singoli o interi gruppi etnici.

Trump ha rimarcato, in questa sua parentesi a Davos, quanto gli Stati Uniti siano stati il traino su cui tutto il mondo occidentale ha speculato ed è cresciuto a livello economico. Ad esempio, in un attacco diretto al Presidente Francese Emmanuel Macron, oltre a criticarne, in modo abbastanza inutile ai fini del discorso, gli occhiali stile aviator, ha parlato di come la Francia abbia prosperato nel settore farmaceutico grazie all’America: il Paese, secondo Trump, avrebbe per anni monetizzato sulla vendita di farmaci a costi molto inferiori rispetto a quelli statunitensi. In merito a questo il Presidente americano ha poi fatto riferimento, mostrandosi come lo sugar daddy d’Europa, a come abbia minacciato di alzare la tariffe sui prodotti vinicoli francesi se Macron non si fosse mostrato volenteroso ad aumentare i prezzi dei medicinali (cosa che, in realtà, non è proprio in mano a lui, essendo gestita dal sistema sanitario nazionale). Attenzione però: la stoccata, di certo umoristica e anche un po’ becera, alla Francia è stata solo un esempio con cui Trump ha voluto dirigere un chiaro messaggio all’intera Europa, denigrandone le politiche interne ed estere, soprattutto sul tema “Groenlandia” e su quello energetico.

Parlando, infatti, della crisi energetica, come “Great Green Scum”, ossia la Grande Spazzatura Verde, volendo fare un gioco di parole con il Green Deal europeo, Trump ha ironizzato in modo pesante sulle politiche climatiche attuate da diversi Paesi europei. In particolare ha citato l’energia eolica, parlandone come iniziativa stupida e, soprattutto, nociva per quello che lui stesso ha definito come il bellissimo territorio europeo. Infatti ritiene che i campi di pale eoliche rovinino, o addirittura distruggano la piacevolezza estetica dell’ambiente. In merito a questo tema ha parlato anche di Cina, in un’accezione opposta a quella usata nella narrativa per l’Europa: la Cina è, a suo dire, infatti, la maggior produttrice di pale eoliche, ma essa stessa non ne fa utilizzo, ha solo delle strutture espositive per i compratori, ma per il resto si basa pesantemente sull’uso di carbone. Qui Trump mostra tutta la sua mentalità complottistica e fanatica, in realtà insostenibile, perché la nocività dell’uso massivo di combustibile fossile contro l’utilizzo di energie rinnovabili, come l’eolica, è comprovato da decenni di studi e ricerche scientifiche a riguardo. Per non dire che, in verità, l’impianto eolico di Gansu, Cina, è talmente grande da essere visibile dallo spazio. Inoltre nel solo 2024, riporta la BBC, il Paese in questione avrebbe prodotto quasi 1000 terawatt all’ora dal solo sfruttamento del vento.

Ad ogni modo, il Presidente Usa si è mostrato inamovibile nelle sue convinzioni e ha proseguito dicendo che l’Europa è sfiorita nella sua bellezza: si è spinto a dire, infatti, che alcuni tra i più bei Paesi europei sono ormai irriconoscibili. Circa questo si è mostrato molto costernato e vi ha aggiunto un discorso al limite del razzista, come segnala il Guardian.

Infatti, dopo essersi dilungato nel breve soliloquio contro la Svizzera, rendendone un’immagine di piccolissima regione montana famosa per gli orologi che vive solo grazie agli Usa, ha intrapreso un discorso à la white saviour, in cui decanta le qualità della civiltà Occidentale contro i bruti immigrati. È una visione anacronistica e west-centred della situazione globale in corso, in cui si hanno menti geniali provenienti anche da quello che viene comunemente definito Terzo Mondo. Esso non è da considerarsi primitivo e pullulante di deficienti (nel senso proprio del termine, come mancanti di qualcosa, ma per il capo di Stato in questione probabilmente anche nel senso negativo di esso, come idioti) che non hanno accesso nemmeno all’acqua calda. L’Africa, come il sud-est asiatico, il sud America e la Polinesia, per nominarne solo alcuni, hanno università e società brillanti, al pari di quelle occidentali. Se in queste zone vi sono ancora arretratezze non è certo per via di un quoziente intellettivo inferiore a quello dei bianchi, come sembra invece pensare il Tycoon. O almeno così pare nei confronti della comunità somala del Minnesota, la più grande degli Stati Uniti, ora tacciata di frode fiscale e perseguitata dal’ICE, l’Immigration Control Enforcement. Trump sembra, nella sua crociata contro l’immigrazione, rievocare il fantasma di Kipling, primo ad aver parlato della cosiddetta missione di civilizzazione a cui l’uomo bianco sarebbe destinato per volontà divina. Il Presidente ha dichiarato senza mezzi termini che il problema migrazione è un completo disastro per la cultura e la sicurezza occidentali. A questo proposito si è autoincensato, citando il massivo dispiegamento di forze armate nelle città, ad esempio nella capitale, Washington DC, che, a suo dire, avrebbe abbassato l’incidenza di crimini in questa come altre aree del Paese.

Trump ha sottolineato a Davos l’importanza che ha nel suo schema di pensiero l’Unione tra Usa ed Europa. L’ha fatto citando e vantandosi delle sue origini: 100% scozzese da parte di madre, 100% tedesco da parte di padre. Tuttavia ammonisce il Vecchio Continente per essersi fatto inondare dalla massa dei migranti e, nel farlo, sottolinea l’inespugnabilità che i confini Usa hanno acquisito e la massiccia operazione di rimpatrio che è avvenuta sotto il suo secondo mandato.

A Davos, Trump, ha voluto enfatizzare la chiusura dei mercati Usa e l’avvio di una politica, come visto con i dazi di aprile 2025, di isolazionismo economico. Cosa che tuttavia è volta a convincere la maggior parte degli imprenditori stranieri a spostare la produzione in America, evitando così le tariffe sull’importazione di prodotti esteri.

Infine, ma non ultimo per importanza, c’è il tema della Groenlandia, citato diverse volte nel corso dell’ampia dissertazione del Presidente: l’isola per lui è niente di più di un grosso “pezzo di ghiaccio”, che, tra l’altro, i danesi avrebbero perso nella II Guerra Mondiale in soli 6 giorni e che gli Stati Uniti d’America avrebbero ripreso dagli aggressori e avuto già sotto controllo tutelare. In realtà gli Stati Uniti non hanno mai posseduto il suddetto pezzo di ghiaccio, ma nel corso della guerra erano state impiegate anche loro truppe per evitare la presa della Groenlandia da parte dei nazisti. Invece, sottolineando imperterrito che la restituzione dell’isola alla Danimarca sarebbe stata solo una gentilezza da parte degli statunitensi, Trump arroga al suo Paese un diritto sul territorio in questione. Ma, attenzione, per quanto riguarda quello di cui tutto il mondo ha paura, ossia una sua azione militare, tranquillizza il pubblico: non è nei suoi programmi.

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