L’Europa e l’anno nuovo, criticità e sfide

Domina Europa, quo vadis?

, di Dino Šabović

Domina Europa, quo vadis?

In quale situazione versa il continente europeo dal dopo 2022? E quali sono i buoni propositi per il 2023? In questo articolo si cercherà di dare una risposta a questi quesiti con l’ambizione di mettere a nudo alcune criticità che gli europei condividono. Questo con lo scopo di indurre una profonda riflessione sulla situazione attuale.

Checché se ne dica l’inizio di ogni nuova orbita del nostro pianeta attorno al Sole è sempre segnato da una diffusa isteria individuale nell’individuare quali cambiamenti - positivi - apportare alla propria vita rispetto all’anno conclusosi. Questo con il fine di correggere le note negative dell’anno passato ed essere in pace con se stessi. E nel fare ciò non vi è nulla di male. Senonché, facendo una rapida riccerca dei sinonimi di “stare in pace” si scopra, curiosamente, che tali corrispondono ad alcuni dei seguenti: “stare immobili", “fermarsi”, “non allontanarsi” e via così discorrendo.

E tenendo in considerazione il significato statico di “stare in pace”, si vedano sommariamente quali sono stati — e sono ancora — le grandi note negative del 2022 che dovrebbero stimolare un atteggiamento di cambiamento positivo.

Si parta dal livello globale per poi passare a quello europeo: gli effetti della pandamia COVID-19 che hanno messo a nudo la fragilità di un sistema economico volto solo a una indiscrimianta acumulazione dei capitali che pregiudica sia il tessuto sociale che la sicurezza ambientale [1]; l’incessante peggioramento della crisi climatica che ha colpito il globo dal Canada, alla Germania fino al Pakistan; la Cina che in risposta alla guerra economica di Washingoton ha sempre di più limitato l’esportazione delle proprie terre rare considerate fondamentali per la transizione energetica green [2]; il ritorno deciso all’uso di fonti energetiche a base fossile; il superamento degli otto miliardi di abitanti mondiali che porta con sé non poche preoccupazioni sul futuro [3]; la messa in discussione del sistema democrativo in Occidente, come dimostratosi nuovamente dall’assalto dei sostenitori dell’ex Presidente Jair Bolsonaro al parlamento brasiliano (come già avvenuto negli USA circa un anno prima) [4].

A livello europeo, invece, si può segnalare: lo scoppio della guerra russo-ucraina e la conseguente marginalizzazione dell’Unione — nonché dei suoi Stati — quale attore cruciale per la risoluzione della crisi (basti pensare che Mosca interagisce quasi esclusivamente con Ankara e Washington); il generale aumento del costo della vita accompagnato da una generale inflazione crescente [5]; la galoppante instabilità politica interna che attraversa tutto il continente, come dimostrato nel Regno Unito dove nell’arco di pochi mesi sono stati eletti ben tre diversi esecutivi, o lo scandalo del Qatargate che fa presagire uno scenario poco sereno per le istituzioni europee dinanzi la propria opinione pubblica.

Queste note negative dall’anno appena conclusosi, considerato che esse siano state le più seguite, dovrebbero rappresentare il punto di partenza per quei tanto bramati cambiamenti positivi che ognuno cerca d’imporsi all’inizio dell’anno nuovo. Chiaramente non deve essere il singolo individuo a farsi carico dell’arduo lavoro di dibattere e razionalizzare quelle best practices per affrontare queste sfide (anche se su questo punto si vorrà ritornare nel corso di questo testo). Ma è lo Stato e l’Unione Europea, dal momento che si è in Europa, che devono farsi carico di queste impellenti sfide al continente e al mondo. Se non fosse che l’Unione e i suoi membri, al pari dei loro individui, abbiano come scopo quello del “stare in pace” che tradotto in termini internazionalisti corrisponde all’accettare lo status quo.

Ecco che allora viene subito in mente quel sistema dell’Unione detto intergovernativo [6] che può essere tranquillamente definito quel sistema legalizzato per l’eccidio generazionale. Che ha portato l’Europa, dopo quasi mezzo secolo di progresso spedito dopo il secondo conflitto mondiale, a piegarsi a quel sistema di Yalta frutto di una visione globale che lascia poco spazio all’associazione di diverse Nazioni in un efficiente sistema unionistico [7]. Un sistema che favorisce la perpetrazione di uno status quo inadatto a quelle che sono le sfide odierne, schiacciando in contemporanea quella che dovrebbe essere la forza più decisiva al cambiamento europeo: i giovani che sono sia considerati troppo giovani e inadatti, secondo la maggior parte dei leaders, di partecipare ai ruoli chiave per promuovere dei mutamenti che privi di mezzi per incidere concretamente sia alle politiche europee che nazionali — queste politiche sono molto spesso strettamente collegate.

È innegabile che vi sia un diffuso atteggiamente europeo nel volersi ripare dietro alla perpetuazione e la difesa dello status quo, come se fosse la strada più sicura da perseguire, e schivando paurosamente ogni tentativo di rinnovo del sistema considerato deleterio e contrario al concetto nazionale. Chiaramente, ciò può avere conseguenze poco prevedibili per il futuro.

Infatti, ripercorrendo brevemente gli ultimi due secoli della storia continentale attraverso le parole di René Albrecht-Carrié (francese di nascita ma statunitense d’adozione e storico delle relazioni internazionali) si può notare una drammatica similitudine con il passato. Tant’è che egli afferma che “non sarà inopportuno mettere in rilievo, soprattutto se si considera l’improvviso e cataclismico cambiamento che sarebbe sopraggiunto, che il mezzo secolo prima del 1914 costituisce l’apogeo dell’Europa. [...] Non soltanto in termini rozzamente materiali di potenza militare superiore — sebbene questa pure contasse — ma nel ampio senso che sia per imposizione sia per consenziente imitazione, i modi, il pensiero e le istituzioni europee, politiche, economiche e sociali stavano diffondendosi nel mondo intero. Di ciò l’Europa era, sia collettivamente che nei suoi componenti individuali, un tempo consapevole e orgogliosa. Essa era pure fiduciosa nel suo destino: viene alla mente il detto secondo cui l’orgoglio precede la caduta [8]. E ancora: “c’era, o si pensava ci fosse in Europa, una pace, una stabilità e un progresso perenni. [...] I popoli europei nel 1914 non sapevano e non potevano sapere di aver raggiunto una delle grandi date della loro storia, una data che, [...], avrebbe irrimediabilmente mutato il corso del loro destino. [...], si può dire con altrettanta verità che l’Europa del 1914 piombò accidentalmente in una catastrofe da cui tutti i grandi paesi che la componevano rifuggivano [9].

Senza allarmarsi sulla necessità di una data cruciale come quella del 1914 o sull’arrivo di una nuova guerra generale in Europa. Si voglia solo dire che le parole dell’autore possono essere tranquillamente traslate nel contesto odierno: si pensi solo a quelle che sono le cosiddette note negative del 2022 qui sopra segnalate. E ci si renderà conto che allo stato attuale delle cose, l’Unione e gli Stati Membri non abbiano fatto concreti passi per arginare e dove possibile estinguere queste criticità. Perché troppo ligi (fin troppo) a non andare a scardinare quelle che sono le basi su cui si è formato il sistema d’industria, di potere e di stabilità dal 1945 in poi.

E senza troppi giri di parole, si dica tranquillamente che nel fare ciò si andrebbe incontro a una quasi totale rottura con quelli che sono stati i dettami del post-conflitto: limitazione delle prerogative industriali, superamento del concetto di produzione di massa, frenare lo sfruttamento delle risorse limitate del globo a favore dei pochi, riduzione dell’inquinamento globale nonché decelerazione del cambiamento climatico, ritorno dello Stato quale garante del benessere sociale, ridistribuzione degli equilibri mondiali con l’ascesa di un’Europa unita, politica estera e di sicurezza europea autonoma, superamento del pensiero neo-liberista, ridurre la galoppante povertà sia economica che intellettuale tra i giovani europei (soprattutto nelle periferie dell’Unione), all’inversione del tasso negativo di crescita della popolazione e contenere il dilagante nazionalismo che è nemica della comune convivenza pacifica.

Ma per fare tutto ciò vi è il bisogno di una ridefinizione di quello che l’Europa vuole essere e di quelle che sono le ambizioni dei suoi popoli. Se si vuole traslare il pensiero junghiano, ciò che si potrebbe dire è che la società Occidentale si sia sempre più concentrata a sviluppare un “Io pensante (Ego cogito) rispetto a cui gli oggetti esterni sono solo sue rappresentazioni [10] dove il sistema dominante è di una certezza incrollabile — possibile grazie a continui seminari, workshops, trasmissioni, notizie che fortificano questa concezione dell’Io europeo e globale dove non vi sia alternativa all’ordine costituitosi — a scapito del Sé che è il soggetto della psiche totale, cioè inconscia più autentica dell’individuo [11] che è capace di comprendere le contraddizioni delle rappresentazioni che l’Io dà della realtà.

In questo caso il Sé è il malessere in cui la società europea si trova - cioè tutte quelle note negative che affliggono l’individuo e il globo. Pertanto, ciò che allo stato attuale porta a considerare tutto ciò che viene considerato come certezza incrollabile - cioè l’Io - si dimostra limitato e fallace considerando un Sé largamente diffuso in Europa che inconsciamente si oppone alle concezioni odierne. E questo è meglio rappresentato dalle giovani generazioni europee, che ancora disorganizzate e prive di effettivi mezzi per avviare il cambiamento, denunciano sempre più un sistema incapace di garantire una serena esistenza. È chiaro che se l’Unione e gli Stati non danno un effettiva sterzata allo stato delle cose, l’Europa potrebbe piombare in una nuova catastrofe accidentale come già detto dall’Albrecht-Carrié sul pre e dopo 1914.

Perciò, vi è una concreta necessità di ripensare a quelle che sono gli indirizzi nazionali ed europei da intraprendere per il futuro: questo chiaramente significa che la timidezza e la cautela non la devono fare da padrona, e che soprattutto la politica della “via di mezzo” nel processo di policy making non può essere applicata alle questioni del cambiamento climatico, della redistribuzione delle ricchezze, del welfare, del sostegno ai giovani delle classi meno abbienti e a un istruzione, di qualsiasi grado, accessibile a tutti.

Detto questo, si voglia volgere alle conclusioni andando a riprendere il ruolo dell’individuo, come già annunciato in precedenza, nel non poter incidere concretamente nell’adozione di quelle che sono le best practices per affrontare le sfide odierne.

Ne è assurda o nuova l’affermazione che negli ultimi tre decenni all’interno dell’Unione vi sia stato un graduale impoverimento della popolazione e in particolare di quella che viene definita la classe media (fenomeno più diffuso nei Paesi periferici dell’UE) [12].

La causa di ciò è stato il graduale ritiro dello Stato negli affari tra privato e cittadino, che ha lasciato gli individui con sempre meno tutele e garanzie sulle loro possibilità di progredire [13]. Cioè si è sempre di più tagliato il welfare nazionale (le radici di questo fenomeno sono riconducibili all’applicazione delle teorie neo-liberiste degli anglosassoni Thatcher e Reagan). Con la conseguenza che chi una volta apparteneva a una classe abietta aveva la certezza che attraverso il lavoro (tutelato da leggi precise e con salari confacenti) o la crescita intellettuale (garantita da un equo accesso a tutti i gradi d’istruzione e senza grosse differenze d’insegnamento) potesse raggiungere uno stile di vita che gli permettesse sia di vivere decorosamente che di partecipare attivamente alla cosa pubblica. Oggi non più così scontato. Pertanto la classe media - che dal dopoguerra ha registrato una forte crescita nei Paesi democratici del continente - ha sempre meno le forze necessarie sia a promuovere e rinnovare rivendicazioni nuove per il popolo che per contenere eventuali rigurgiti autoritari dello Stato.

Ma come detto questa classe è sempre stata più decimata, aumentando di conseguenza la forbice tra poveri e ricchi. E storicamente è fattuale che i poveri sono sempre stati l’assoluta maggioranza relegata, mentre i ricchi la minoranza dominante. Il fatto è che la classe più abbiente cercherà sempre di difendere la propria posizione di egemonia, mentre quella più povera penserà principalmente a sopravvivere. Sempre l’Albrecht-Carrié: “i discorsi intorno alla libertà politica, anche se frutto di sincera convinzione, tendono ad avere ben scarso significato per uomini preoccupati di sopravvivere [14]. Pertanto, venendo a mancare una classe media non vi è più quella forza di contrapposizione a una deriva all’altra.

Qualcuno potrebbe affermare che ciò non corrisponda alla realtà dei fatti e che in Europa non vi è la condizione del salario di sussistenza e che le persone continuino a vivere serenamente. E che pertanto la classe media non sia a rischio. Può essere, ma è inconfutabile che il costo della vita stia aumentando e che i salari siano rimasti gli stessi, se non diminuiti, nella maggior parte degli Stati europei. Ed è persino assodato che le giovani generazioni, nonostante possano ottenere un lavoro stabile e fisso, debbano pur sempre appoggiarsi ai risparmi dei propri famigliari per garantirsi uno stile di vita decoroso. Va da sé che una ricchezza accumulata, non investita e utilizzata per sostenere un sistema stagnante, sia prima o poi destinata a esaurirsi. Pertanto, l’ardua sentenza ai posteri.

Ma allora il sistema democratico vigente nella quasi totalità dei Paesi europei assieme ai suoi partiti, non è già sufficiente? E quali sono questi impedimenti nello scardinare lo status quo costituitosi? E quale deve essere il ruolo dell’individuo europeo in questo sistema che restringe sempre di più la sua azione?

A tali domande si può rispondere con alcune considerazioni sulla democrazia Occidentale fatte da Norberto Bobbio: “altrettanto opportuno è precisare, specie per chi ripone la speranza di una trasformazione nella nascita dei movimenti, che la democrazia come metodo è, sí, aperta a tutti i possibili contenuti, ma è nello stesso tempo molto esigente nel richiedere il rispetto delle istituzioni, perché proprio in questo rispetto sono riposti tutti i vantaggi del metodo, e tra queste istituzioni ci sono i partiti come i soli soggetti autorizzati a far da tramite tra i singoli e il governo [15].

Il filosofo italiano mette in risalto il fatto che la democrazia, già più di trent’anni fa, si è cristallizzata in un modus operandi dove il rispetto — tradotto: non turbare lo status quo — è imperativo per l’amministrazione della democrazia. Se non fosse che i partiti, coloro apprestati a organizzare e razionalizzare le diverse istanze popolari, si siano sempre di più adattati allo status quo e che fungano da “depuratori” inflessibili per la sua tutela. Checché ne dicano gli irriducibili difensori del primato della democrazia suffragista.

E ancora: “dopo la conquista del suffragio universale, se di un’estensione del processo di democratizzazione si può ancora parlare questa di si dovrebbe rivelare non tanto nel passaggio dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta, come di solito si ritiene, quanto nel passaggio dalla democrazia politica alla democrazia sociale, non tanto nella risposta alla domanda <> ma nella risposta a quest’altra domanda <>. In altre parole, quando si vuol conoscere se ci sia stato uno sviluppo della democrazia in un dato paese si dovrebbe andare a vedere se sia aumentato non il numero di coloro che hanno il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano ma gli spazi in cui possono esercitare questo diritto. Sino a che i due grandi blocchi di potere dall’alto che esistano nelle società avanzate, l’impresa e l’apparato amministrativo, non vengono intaccate dal processo di democratizzazione - sospendendo il giudizio se ciò sia, oltreché possibile, anche desiderabile -, il processo di democratizzazione non può dirsi compiuto [16].

Bobbio, personaggio che ha vissuto la caduta, ricaduta e ripresa dell’Europa, mette in guardia tutti quelli che sostengono che la democrazia abbia come ultimo fine supremo quello del suffragio universale. Ma avverte le democrazie europee di una malattia endemica (cioè nascosta ma che agisce lentamente) nel loro modus operandi: cioè che il suffragio di per sé non è sufficiente se agli individui non viene data la possibilità di esprimersi in diversi luoghi che per una cosa o l’altra influenzano la loro esistenza. E che pertanto il corpo elettorale non deve essere chiamato solamente a ogni tornata elettorale generale a esprimersi sull’operato dei propri rappresentati. Deve anzi avere la possibilità, se non il diritto, di esprimersi con più frequenza nel corso della loro esistenza dalla scuola, al burocrate all’industria.

Il filosofo fa chiaramente riferimento alla necessità di una sana società civile capace di porsi come un reticolo distinto e talvolta contrapposto allo Stato e alla società politica. Va da sé, con le precedenti premesse, che essa può esistere solo se gli individui vengono messi nelle condizioni di esercitare tale diritto alla partecipazione.

D’altronde il torinese non esitava nell’affermare, secondo la sua divisione in generazione dei diritti, che per poter godere a pieno dei diritti sociali o individuali che riguardano l’umanità in generale (diritti di III° generazione) e quelli relative alle libertà informatiche, d’identità del singolo diritto, all’ambiente salubre e ai diritti civili (diritti di IV° e V° generazione, insomma le rivendicazioni odierne) vi è il bisogno di cementificare i diritti di I° e II° generazione.

Brevemente. Quelli di prima generazione sono tutti quei diritti individuali che si sono imposti dalla rivoluzione francese e americana fino allo scoppio del primo conflitto mondiale: ove lo Stato non impedisce e non può impedire al cittadino di fare una cosa e dove il cittadino non è più suddito, ma individuo. Diritti di seconda generazione, sviluppatisi dal dopoguerra in poi, sono: diritti e libertà sociali che costringono lo Stato a liberale il cittadino dal bisogno, l’ignoranza, la fame e la malattia attraverso la rimozione degli impedimenti e la promozione dei benefici per i cittadini. Cioè il welfare che spazia dal diritto al lavoro, istruzione, salute, maternità, assistenza, giustizia intergenerazionale e molto altro [17].

Dando per assodati i diritti di I° generazione, frutto della rivoluzione borghese di fine XVIII secolo, quelli di II° generazione, invece, stanno attraversando dopo un periodo di splendore una loro forte messa in discussione. Checché i liberisti ne strillino che il welfare è insostenibile, sia a livello nazionale che europeo, perché si è dimostrato gravoso per i cittadini. Si risponda che la malagestione porta con sé già le premessa dell’inefficienza e che il sbagliato ricollocamento delle risorse, frutto di un’eccessiva tutela dei gruppi ove si concentrano la maggior parte delle ricchezze, può dare ragione agli avvocati del neoliberismo.

Ma allora come si può invertire questo processo negativo? In Che modo l’individuo può reagire allo status quo? Un riferimento storico potrebbe indirizzare le ipotetiche risposte a questi quesiti.

Se all’indomani della Rivoluzione francese (1789) la borghesia europea si rallegrava dell’imminente collasso delle monarchie europee e l’imposizione dello Stato laico e delle relative libertà individuali. Ciò non fu così. Non tanto per quanto concerne l’instaurazione del Regime del Terrore di Robespierre o dall’avvento del giacobinismo ma, piuttosto, dalla restaurazione del Congresso di Vienna (1814-1815): dominata dalle forze reazionarie del continente che si premurarono al più presto di eliminare gli spiriti liberali e nazionalisti che la Rivoluzione e Napoleone avevano diffuso nel continente. Questo sia con la restaurazione delle vecchie monarchie che con la comune intesa di contenere qualsiasi rigurgito liberale o nazionale [18].

Ma nonostante la restaurazione e il pronto intervento delle forze conservatrici per reprimere sommosse liberali e/o nazionalistiche (il 1848 può essere la data che meglio esprime questa lotta). Ciò non fu più possibile. Ed era indubbio che i semi piantati nel 1789 non potevano che non fiorire, nonostante diverse battute d’arresto, fino al punto di ingurgitare le monarchie illiberali.

Come fa notare Theodor Mommsen (storico tedesco dell’Ottocento) la borghesia e i popoli europei deploravano “ogni pensiero di ritornare a una politica conservatrice-monarchica degli Stati, così come l’aveva conosciuta l’era di Metternich, era da ora in poi anacronistico. [...] Nessun regime politico poteva ormai occultare completamente i postulati fondamentali del tempo, particolarmente quelli inerenti all’ordinamento costituzionale, alla garanzia delle libertà borghesi e al dominio dell’opinione pubblica [19].

Pertanto, come per le libertà individuali (diritti di I° generazione), anche i diritti e le libertà sociali (diritti di II° generazione) sono soggette a momenti di forte espansione e a momenti di contrazione. Ma come fecero gli europei del XIX secolo, e anche coloro che si opposero ai regimi del XX secolo, bisogna persistere a portare all’attenzione delle élites nazionali la tutela ed espansione di questi diritti di seconda generazione.

E questa azione viene facilitata oggi giorno dal momento che libertà borghesi, consolidatesi in più di un secolo di lotte liberali e nazionalistiche, si sono estesi alle masse popolari che ne possono godere. Chiaramente, come già detto, per poterne godere a pieno bisogna che anche i diritti di II° generazione siano soddisfatti. Va da sé che i cittadini europei, ripercorrendo la loro comune storia (che è cosa buona da studiare e conoscere), devono sforzarsi a cristallizzare e renderle inoppugnabili.

Assodato è che se i borghesi e i patrioti dell’Ottocento avessero appoggiato la politica dell’appeasement delle forze reazionarie, non avrebbero mai potuto raggiungere i loro scopi. Chiaramente, oggi giorno non si può affermare che i cittadini europei vivano in monarchie assolute o regimi autoritari — salvo pochissimi casi. Ma è indubbio che se il cittadino cosciente di un Sé opposto all’Io si ostina a sostenere correnti partitiche o sistematiche nocive alla sua serena esistenza. Non può che non meravigliarsi del perpetuarsi dello status quo e incolpare solo se stesso.

Perciò è pacifico affermare che ogni singolo individuo deve andare oltre alla concezione sistemica dello status quo e sforzarsi di eleggere quelle forze rinnovatrici che ogni Nazione ha dentro di sé e pertanto ottenere le best practices. Soprattutto, se si vuole ottemperare alle cosiddette note negative di cui l’inizio di questo testo.

In ultima battuta, si voglia tornare ai giovani europei. Bisogna ammettere che la forza migliore per affrontare le sfide odierne venga dalla gioventù. Tant’è che i fautori dei moderni Stati-Nazione furono i giovani che guardavano con distacco le monarchie assolute e gli imperi multinazionali.

In questo senso, vi è il bisogno più che mai di mettere nelle condizioni le presenti e future generazioni di poter essere effettivamente partecipi al gioco democratico. Ma per fare ciò, vi è il bisogno di rendere indipendente il giovane.

Prendendo in prestito il pensiero filosofico Johann Gottlieb Fichte (filoso tedesco del Settecento e uno dei padri del nazionalismo tedesco), si dica che “la perdita dell’indipendenza determina per una nazione l’impossibilità di intervenire nel corso del tempo e di determinare, a sua volta, gli avvenimenti. Finché non sarà uscita da questa situazione, non sarà lei a disporre del suo tempo né di se stessa… [20]. Si sostituisca il termine “nazione” con un sinonimo di “giovane” e il significato assume un significato ben preciso ai fini di questa riflessione.

In questo senso, bisogna agire per rendere il più indipendenti possibile i giovani europei e non solo in termini materiali — che non è cosa secondaria — ma anche in termini d’istruzione ed educazione. Questo è fondamentale per formare generazioni capaci e indipendenti. Perché, come già affermava Fichte nel Settecento parlando dei giovani tedeschi, l’educazione passata per i giovani non è mai stata e non poteva essere l’arte di formare individui consci delle proprie ambizioni e sfide ed era solo destinata a un’infima minoranza [21].

Sempre il filosofo tedesco, uomo dei suoi tempi, affermava che per raggiungere quella indipendenza intellettuale giovanile è necessario “che i bambini formino una comunità a parte, autonoma, senza contatto con la società degli adulti corrotti dall’egoismo. I loro maestri, beninteso, vivono con loro, ma i loro genitori ne sono accuratamente separati. I due sessi vengono allevati insieme. È in seno a questa comunità ridotta e gelosamente isolata che i bambini possono essere trasformati in uomini - inteso come collettività - in cui si sarà impressa, automaticamente, l’immagine dell’ordine sociale comunitario [22].

In questo senso è lo Stato che deve farsi promotore di un’educazione, dal livello più basso a quello alto, capace di rendere più autonomi e privi di condizionamenti i propri cittadini più giovani e di fornirgli gli strumenti idonei a renderli indispensabili per il ben comune.

Ecco quali sono i buoni propositi per l’Unione Europea, gli Stati e i loro cittadini. I passi necessari per agire concretamente sulle note negative non più del 2022, ma decennali.

Si concluda con questa riflessione sul dove deve andare l’Europa di Albrecht-Carrié che può essere un ulteriore stimolo alla riflessione: dopo “la prima guerra mondiale e ancor di più dopo la seconda, l’Europa non è più alla guida degli affari internazionali mondiali che era nel 1914. Si esagera poco nel dire che l’Europa è l’appendice delle due superpotenze — di più superpotenze — dei nostri giorni [...]. Non di meno l’Europa nel suo complesso nel suo complesso possiede ancora vaste risorse di potere sia in popolazione che sotto l’aspetto materiale, che per quanto riguarda la capacità intellettuale e tecnica dei suoi abitanti. Ma se si è parlato di un’Europa unita. l’idea non ha avuto finora effettiva applicazione. La mano della storia preme pesantemente sull’Europa e l’attuale processo di adattamento a circostanze che sono mutate con tanta rapidità e in modo così drastico crea tensioni e difficoltà gravissime. Un aspetto di questo è il malcontento, la disillusione e la mancanza di speranza di speranza, malattia comune dell’Europa. [...] È facile concepire soluzioni ragionevoli e razionali per i mali del mondo. A lungo andare sarebbe chiaramente opportuno e benefico che gli Stati europei giungessero a qualche forma di unione. [...] Il mondo è rimasto diviso in Stati, Stati che insistono nel chiamarsi sovrani anche se tale pretesa può essere di fatto fittizia; e i popoli sono mossi meno dalla ragione che dalle forze oscure che si agitano nella loro coscienza o sotto la superficie di essa [23].

Note

[1Hordofa T. T., Liying S., Mughal N., Arif A., Vu H. M., Kaur P., 2022, “Natural resources rents and economic performance: Post-COVID-19 era for G7 countries”, Resources Policy, Vol. 75, https://doi.org/10.1016/j.resourpol.2021.102441

[2Ferreira G., Critelli J., 2022, “China’s Global Monopoly on Rare-Earth Elements”, The US Army War College Quarterly: Parameters, Vol. 52, No. 1, pp. 57-72, https://press.armywarcollege.edu/parameters/vol52/iss1/6/

[3Crist E., Ripple W. J., Ehrlich P. R., Rees W. E., Wolf C., 2022, “Scientists’ warning on population”, Science of The Total Environment, Vol. 845, https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2022.157166

[4“Brasile, assalto al Parlamento. La polizia arresta 1.200 persone tra i fan di Bolsonaro. Dem Usa: “Estradare l’ex presidente”, Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2023, https://www.ilfattoquotidiano.it/live-post/2023/01/09/brasile-assalto-al-parlamento-la-polizia-arresta-1-200-persone-tra-i-fan-di-bolsonaro-dem-usa-estradare-lex-presidente/6929546/

[5Demary M., Hüther M., 2022, “How Large Is the Risk of Stagflation in the Eurozone?”, Intereconomics, Vo. 57, No. 1, pp. 34-39, https://doi.org/10.1007/s10272-022-1025-x

[6Concetto già affrontato in questo precedente articolo su Eurobull: “Qualcosa di nuovo da Bruxelles e niente di nuovo dall’Est-Europa: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea respinge i ricorsi di Polonia e Ungheria”, Eurobull.it, 23 febbraio 2022, https://www.eurobull.it/qualcosa-di-nuovo-da-bruxelles-e-niente-di-nuovo-dall-est-europa-la-corte?lang=fr

[7Si veda il precedente articolo su Eurobull: “Il crollo del blocco comunista Est-europeo: il ritorno di Yalta e la difficile riappacificazione”, Eurobull.it, 18 aprile 2021, https://www.eurobull.it/il-crollo-del-blocco-comunista-est-europeo-il-ritorno-di-yalta-e-la?lang=fr

[8Albrecht-Carrié R., 1978, “Storia diplomatica d’Europa 1815-1968”, Editori Laterza, Bari, p. 176.

[9Ivi, p. 332.

[10Galimberti U., 2018, “Nuovo dizionario di psicologia. Psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze”, Feltrinelli, Milano, p. 661.

[11Jung C. G., 1996, “Tipi psicologici (VOL. 6)”, Bollati Boringhieri, Torino, p. 467

[12Oesch D., Vigna N., 2022, “A decline in the social status of the working class? Conflicting evidence for 8 Western countries, 1987–2017”, Comparative Political Studies, Vol. 55, No. 7, pp. 1130-1157, https://doi.org/10.1177/00104140211047400

[13Oude Nijhuis D., 2022, “Middle-class interests, redistribution and the postwar success and failure of the solidaristic welfare state”, Journal of European Social Policy, Vol. 32, No. 1, pp. 33-47, https://doi.org/10.1177/09589287211035686

[14Albrecht-Carrié R., 1978, p. 351.

[15Bobbio N., 1997, “Il futuro della democrazia", Einaudi, Varese, p. XIX.

[16Ivi., p. 16.

[17Bobbio N., 2005, “L’età dei diritti”, Einaudi, Torino.

[18Barié O., 2022, “Dal Sistema europeo alla Comunità mondiale. Storia delle relazioni internazionali dal Congresso di Vienna alla fine della Guerra fredda. Volume I. Il Sistema europeo”, Celuc, Milano, pp. 53-95

[19Ivi, p. 78.

[20Fichte J. G., 2005, “Discorsi alla nazione tedesca”, Laterza, Bari, p. 28

[21Chavallier J. J, 2014, “Le grandi opere del pensiero politico”, Il Mulino, Urbino, p. 252.

[22Ivi. 253.

[23Albrecht-Carrié R., 1978, pp. 357-358.

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