Dottrina Macron: tra pragmatismo e utopia

, di Andrea Rocca

Dottrina Macron: tra pragmatismo e utopia

Attualmente il mondo sta vivendo una mutazione di portata storica: sembra venir meno il vestito a stelle e strisce bianche e rosse che ha avvolto il globo terracqueo dal crollo dell’URSS fino ai giorni nostri, per tornare a indossare un abito arlecchino, che non vede un colore prevalere sull’altro. Ne sono la conferma le innumerevoli guerre: partendo dall’Ucraina per passare nello stretto di Hormuz e poi terminare a Formosa, chiamata dalla geografia cinese Taiwan. Tutto questo ha portato a dover rispolverare i manuali di storia per comprendere come, in un ordine mondiale incentrato sul sistema westfaliano, l’Unione europea possa tornare ad avere un ruolo strategico decisivo, per sperare di essere indipendente sul piano energetico, ma soprattutto difensivo-militare.

Come ci insegna la storia, in particolar modo quella della seconda metà del ‘900, la Francia ricopre un ruolo fondamentale nel vecchio continente, provando da sempre ad andare oltre il Grand Design kennediano e tentando di ritagliarsi un ruolo centrale nel settore difensivo dell’intero continente. È proprio da questa sorgente storica che l’attuale Presidente francese, Emmanuel Macron, attinge per proporre il progetto di un’integrazione europea che vada oltre l’aspetto economico, provando a realizzare una cooperazione strategica difensiva partendo proprio dalle ceneri rimaste di quel grande sogno che fu la CED del 1952, mai resa attiva proprio a causa del veto d’oltralpe.

Il Presidente francese si era già addentrato in questi discorsi, quasi esplorativi, a partire dal suo primo mandato. Inizialmente trattandoli sotto un aspetto teorico che, a partire dal 2024, è divenuto sempre più realistico e necessario visti i cambiamenti dell’assetto geopolitico mondiale. Le succitate guerre hanno portato a ripensare a questo new look europeo, ma solo a seguito della semi-rottura delle relazioni transatlantiche tra Ue e USA è sorta la necessità di avviare concretamente verso una maggior autonomia e cooperazione nel settore della difesa.

Tali sono gli argomenti affrontati da Macron in alcuni dei suoi discorsi, tanto lucidi quanto difficili nella realizzazione.

Per comprendere le intenzioni dell’Eliseo, basta considerare le ultime dichiarazioni fatte da Macron durante il discorso di Davos del gennaio 2026 e quello di Île Longue del 2 marzo 2026. Entrambi sono da porsi nel quadro di una narrazione storico-cronologica più ampia, che ha le radici nel discorso del 26 settembre 2017 presso l’Università della Sorbona. Appellandoci al linguaggio tipico della storia delle relazioni internazionali, possiamo identificarla come una data storica che segna la nascita della «dottrina Macron»: per un’Europa unita, sovrana e democratica servono sicurezza, difesa e una forza d’intervento comune basata su un budget condiviso. Questo sembrava un principio soltanto teorico e molto generico che, col passare del tempo e col sorgere di nuove necessità, sembra essere diventato più concreto e operativo.

Già nel forum di Davos del 17 gennaio 2024, Macron parla non tanto come Presidente di uno Stato, quanto come leader d’area che tenta di far respirare l’UE di aria propria. In questa conferenza, basata per lo più su aspetti economici, si affronta realisticamente la posizione critica di un’Europa che non è un player, ma rischia di essere un playground di tre potenze (Cina, USA e Russia). A Davos emerge un concetto chiaro: il mercato europeo deve essere un mercato unico sia dal punto di vista dei consumi, sia da quello della produzione. Serve creare l’integrazione finanziaria per poter essere realmente competitivi nei vari settori, primi tra tutti quello digitale e sostenibile Green. Senza indipendenza tecnologica non esiste una reale ed effettiva sovranità politica.

Da questo discorso da analista pragmatico, dobbiamo spostarci nuovamente nell’anfiteatro della Sorbona quando, nell’aprile del 2024, Macron afferma: “Dobbiamo essere chiari sul fatto che la nostra Europa oggi è mortale, può morire, e questo dipende solo dalle nostre scelte, che devono essere fatte ora”. Un evidente segnale di allarme che ci sprona a fare i conti con il presente e con i limiti europei: “Siamo a un punto di svolta e la nostra Europa è mortale, dipende semplicemente da noi… l’attacco alle democrazie liberali, ai nostri valori, a quello che è il fondamento stesso della civiltà europea”. Macron trova la soluzione nel cambiamento dei meccanismi procedurali europei: “Non ci siamo e non possiamo raggiungerli con le regole della politica di concorrenza, commerciale, monetaria e di bilancio che abbiamo oggi, non ci riusciremo… Regoliamo troppo, investiamo troppo poco, siamo troppo aperti e non difendiamo abbastanza i nostri interessi, questa è la realtà… costruire un nuovo modello di crescita e di produzione, dal momento in cui non ci può essere potere senza una solida base economica, altrimenti lo dichiariamo ma viene finanziato da altri”. Questi gli aspetti centrali nel discorso di Macron per rilanciare l’Europa come protagonista sul piano economico.

Appelli che, a partire dai primi mesi del 2026, sono divenuti più forti e di stampo sempre più strategico-difensivo. Sono da considerare quello di Davos nel gennaio 2026 e quello presso la base marina di Île Longue del successivo 2 marzo. Nel primo, l’avvertimento sui dazi e sull’azione diplomatica statunitense in questo complesso periodo storico è chiara: “La Francia preferisce il rispetto ai bulli”. Tradotto in termini politici, è un monito agli USA sul fatto che la guerra commerciale intrapresa verso noi europei lede il sistema internazionale, basato su principi e valori introdotti dopo la Seconda Guerra Mondiale per creare un mondo più pacifico e sicuro. Sottolineando come ora l’ordine internazionale sembri cedere il passo alla legge del più forte, è chiaro che l’Europa debba svegliarsi e ricoprire un ruolo centrale nella difesa tanto dei suoi territori, quanto dei suoi interessi.

“Per essere liberi bisogna essere temuti. E per essere temuti bisogna essere potenti”. Partendo da queste parole di ispirazione machiavelliana del discorso del marzo scorso, nel quale ha affrontato l’esigenza del cambiamento, la force de frappe aumenterà le sue testate nucleari, senza dichiararne l’entità numerica, a seguito della fine del New START. Questo programma rappresenta una vera e propria svolta della politica di dissuasion avancée portata avanti finora da Macron. In questi mesi, infatti, si è adoperato per affrontare discorsi esplorativi e accordi bilaterali con ben otto Paesi europei: Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca.

Non è un caso che Macron abbia esplicitamente fatto riferimento alla Strategia di Difesa nazionale degli Stati Uniti, considerati dalla Francia partner vitali, con cui continuare a dialogare, ma ricordando la volontà americana di distaccarsi strategicamente dall’Europa. Proprio per questo, Macron ha proposto di creare una strategia di difesa comune basata su una deterrenza avanzata; elemento centrale di questa cooperazione è il nuovo Gruppo direttivo nucleare franco-tedesco di alto livello. Esso sarà alla base del dialogo e del coordinamento che comprende forze convenzionali, difesa missilistica e risorse nucleari francesi. Tale architettura è concepita per integrare, non per competere con l’alleanza transatlantica: l’obiettivo, infatti, è quello di sviluppare e garantire i mezzi operativi per creare un continente maturo, strategicamente autonomo e più interdipendente. Dobbiamo intendere questo discorso non come un’imposizione della sovranità franco-tedesca al resto d’Europa, bensì più correttamente come un’opportunità di avanzare finalmente nella direzione di una reale unificazione federale dell’Europa.

Detto ciò, possiamo trarre le conclusioni. L’Europa rischia di sprofondare nel buco nero da lei stessa creato negli anni, a seguito di mancate politiche energetiche, difensive e strategiche che, sommate nel tempo, ci hanno portato a essere ciò che siamo ora: dei subordinati. Le soluzioni sono due: continuare a essere indifferenti dinanzi a questo cambiamento dello scacchiere geopolitico mondiale, oppure prendere in mano il nostro destino e provare a partire dall’unica visione pragmatica e a lungo termine, che il leader francese ha sottolineato più volte.

A noi la scelta.

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