Al momento l’Unione Europea dipende ancora eccessivamente da importazioni estere di energia: circa il 57% dell’energia consumata viene importata. Questa dipendenza energetica emerge ancora più chiaramente analizzando i singoli Stati, come Malta, che raggiunge un’importazione del 98,4%, ma comprende anche le grandi economie del continente: la Germania che ha da poco abbandonato il nucleare, importa circa il 66,8% dell’energia e anche l’Italia ha un livello molto alto, con il 73,9% di importazione.
Una potenza come l’Unione europea dovrebbe essere autosufficiente energeticamente, in modo da non dover dipendere da nessun’altra potenza, per garantire una migliore gestione dei prezzi e poter applicare sanzioni senza alcun problema a Paesi che compiono atti antidemocratici. Senza autonomia energetica non può esistere autonomia politica. Proprio per questo è necessario promuovere investimenti a lungo termine a livello europeo, come un’unica entità, al fine di avere una produzione energetica comune.
Con lo scoppio della guerra in Ucraina il problema ha iniziato a evidenziarsi e con il conflitto in Iran lo si è notato ancora di più: attualmente l’ Europa fa ampio uso di combustibili fossili e la dipendenza energetica nasce da ciò. Dopo l’applicazione delle sanzioni alla Russia, si è cercato di diversificare i Paesi da cui importare risorse primarie - al momento i principali partner economici sono gli USA, la Norvegia, l’Algeria e paesi del Medio Oriente - ma c’è comunque stato un innalzamento dei prezzi in tutto il continente europeo. L’Europa dovrebbe puntare sulla produzione di energia più pulita, come le rinnovabili, che al momento producono circa il 48% dell’elettricità dell’Ue, e l’energia nucleare che rappresenta il 23% della produzione elettrica. Proprio quest’ultima sarebbe fondamentale per contrastare la crisi energetica che è una vera piaga per l’Unione Europea.
L’energia nucleare sarebbe una soluzione più allettante in confronto alle fonti rinnovabili e ai combustibili fossili, poiché le fonti rinnovabili, nonostante siano ecologiche e importanti per il mix energetico, non garantiscono continuità nella produzione della corrente elettrica, a causa della dipendenza da fattori non costanti come vento e sole. Inoltre le batterie richiedono estrazione di grandi quantità di materie prime per l’accumulo di energia. I combustibili fossili, come ben risaputo, sono problematici a causa delle emissioni di carbonio e della dipendenza da Paesi con valori non democratici o instabili e quindi imprevedibili.
Quando si parla di nucleare, si può fare riferimento alla fusione nucleare o fissione nucleare: la fusione sarebbe la fonte migliore, ma purtroppo la tecnologia odierna non è sufficiente, anche se si stanno conducendo ricerche per progredire in questo campo, sostenute proprio dall’Unione europea. Nonostante la fissione nucleare possa sembrare la migliore soluzione poiché più facile da gestire, presenta anch’essa dei problemi: anche in questo caso si sarebbe dipendenti da altri Paesi per le risorse, come l’uranio, che però sarebbe acquistabile da Canada e Australia, Paesi molto ricchi di questo elemento chimico e grandi alleati europei. Nonostante questi due siano i maggiori produttori, c’è la possibilità di diversificare i venditori e comunque l’uranio è facilmente immagazzinabile e ne serve una quantità inferiore in confronto a gas o petrolio: le scorte possono durare per anni e l’arricchimento di esso può avvenire in autonomia in Europa grazie ad aziende europee, tra cui Urenco, consorzio di Uk, Germania e Paesi Bassi, e Orano che è francese.
È vero che l’energia nucleare presenta costi elevati e tempi lunghi di costruzione, ma nel lungo periodo è una soluzione più efficiente delle rinnovabili, che, nonostante abbiano un costo in calo, hanno una resa inferiore all’energia nucleare, e per questo è un importante investimento per il futuro che non deve essere fermato.
Infine, spesso il nucleare è stato criticato per le sue scorie radioattive. In realtà, per quanto siano un problema di questo tipo di energia, sono molto più gestibili in confronto ai residui dei combustibili fossili, che si disperdono nell’aria e nella natura, e comunque una parte delle scorie è riutilizzabile, mentre quelle restanti possono essere immagazzinate con maggior sicurezza.
Per tutte queste ragioni, ultimamente si è tornati a parlare della soluzione nucleare. La Commissione europea stanzierà, tra il 2026 e il 2027, 330 milioni per la ricerca sulla fusione nucleare e per lo sviluppo di mini reattori modulari: si tratta di piccoli reattori nucleari a fissione con una potenza di 300 MW, prodotti in serie in fabbrica, facilmente trasportabili e installabili, ma soprattutto dal costo inferiore rispetto ai reattori tradizionali. Entro il 2030, i primi impianti potrebbero vedere la luce, finanziati da privati e dall’Unione europea. Vi sarà una stretta collaborazione tra i Paesi europei per la realizzazione di essi, ed è stato confermato dal ministro dell’ Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che l’Italia aderirà all’alleanza per il nucleare. Ciò può rappresentare un passo verso una maggiore collaborazione europea in ambito energetico, rendendo l’ Europa ancora più coesa.
In conclusione, le energie rinnovabili rappresentano il futuro, ma da sole non sono sufficienti a sostenere il fabbisogno di un continente industrializzato, mentre il nucleare offre una produzione stabile e a basse emissioni: se l’Europa vuole davvero rafforzare la propria autonomia e ridurre la propria vulnerabilità geopolitica, dovrà investire in tutte le tecnologie disponibili, puntando su una strategia pragmatica e a lungo termine.
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