Non c’è dubbio, siamo immersi nella complessità. Viviamo nel bel mezzo di trasformazioni tecnologiche impressionanti, di quella disarticolazione e riconfigurazione dispersa e reticolare dei sistemi produttivi che chiamiamo Globalizzazione; vediamo davanti a noi la moltiplicazione delle possibili fonti di instabilità politica internazionale (dal “Rise of the Rest” – le potenze regionali emergenti – alla crescente importanza degli attori transnazionali) e lo sfilacciarsi della cultura – che diventa decostruita, post-moderna – e della società (“liquida”, appunto) in un flusso di incertezza e instabilità. Tante variabili, tutte da tenere in considerazione per chi cerca di interpretare e capire il mondo e al contempo un bel problema per le nostre (fisicamente) limitate capacità cognitive.

Eppure, nei “tempi interessanti” della complessità, qualcosa resta semplice. Mi riferisco alle coordinate intellettuali, alle categorie interpretative e agli obiettivi politici necessari per dare una lettura intelligente del processo di integrazione europeo. Antieuropeisti, anti-Euro, nazionalisti, crociati della conservazione della prima e dell’ultima ora hanno abbracciato un’interpretazione complessa della realtà europea, così complessa da favorire la contaminazione di visioni parziali, male informate e tecnicamente over-specializzate con ingredienti presi talvolta a prestito da teorie poco fondate, complotti e cospirazioni. La complessità è il paradigma teorico del nostro tempo, ma troppa complessità può far girare la testa. Per quanto riguarda l’Europa, in realtà, è tutto molto semplice: l’Europa o sarà politica (federale), o non sarà affatto.

Per capire quanto sia semplice il senso del progetto europeo, serve in primo luogo un salto nel passato. Accumulare tabelle Excel piene di serie storiche di tassi d’interesse, tassi di cambio, quote salari, debito pubblico, variabili reali e nominali, in valori assoluti e relativi, come spesso fanno gli attenti scolari del no-eurismo, non spiega in effetti una determinate profonda del processo di integrazione: l’Unità europea è un progetto politico, non economico. Semplice. Dietro al sogno europeo non c’è alcun impero, piano malefico, scaltro banchiere o governo dalle tendenze egemonizzanti. A spingere i Paesi europei sui binari dell’integrazione e delle cessioni di sovranità è stata una guerra – anzi due – di portata mondiale. È stato il rigetto del fascismo e del nazismo, la profonda partigianeria (nel senso di odio per l’indifferenza e per la violenta volontà di dominio dei fascismi) della Resistenza e la consapevolezza che la Pace – quella Perpetua – si garantisce rendendo il conflitto impossibile. E i conflitti si rendono impossibili in un solo modo: sottraendo il monopolio della violenza dalle mani degli stati nazionali, creando istituzioni e poteri sovranazionali. E non è intellettualmente onesto dire che tale questione appartiene ormai al passato, o che il federalismo europeo è un relitto del dopoguerra. Così come la stupidità è una costante della natura umana, allo stesso modo la politica possiede tratti persistenti e universali: il conflitto e l’interazione fra gli interessi di gruppi con diversi numeri e diversa rilevanza, ricchezza, potere contrattuale e influenza si presentano in tutte le occasioni in cui gli uomini vivono e operano in società. La società cambia, i problemi restano. Semplice. Meno semplice è trovare delle soluzioni, soprattutto se chi avrebbe la capacità di farlo ha mancanza di veduta e prospettiva.

La mancanza di prospettiva può essere una delle cause più acute della complessa circumnavigazione dei semplici argomenti a favore dell’Europa. Se piove in una casa in costruzione a cui manca il tetto, nessuno di solito dà la colpa alle fondamenta, ai mattoni, o al pavimento. Il problema è il tetto, semplice. Lo stesso vale per la costruzione europea: burocrazia, inefficienze (vere o presunte che siano), squilibri di potere, decisioni affrettate o troppo lente, lontananza dai cittadini – in breve, tutte le critiche cui di solito è sottoposta l’Unione, critiche che a loro volta diventano le false priorità d’azione dei blandi europeisti che guardano il dito e non la luna – sono effetti, non cause. Sono sintomi, non la malattia. All’Europa manca il tetto, la democrazia. E con democrazia intendo un Parlamento che legiferi davvero, un governo federale, e magari anche la capacità di gestire quei poteri che di solito hanno a disposizione quelle aree del mondo che nel mondo contano qualcosa: politica economica sovranazionale, difesa e politica estera uniche e non soltanto “comuni”.

Se la metafora del tetto è troppo semplice, immaginiamo il processo di integrazione come un ponte, di quelli sospesi sopra una vallata (rappresentativa di un generico baratro, sia questo economico o politico). Come nelle migliori tradizioni, giunti a metà del percorso il ponte inizia a ondeggiare e scricchiolare pericolosamente. La metafora funziona, l’Europa scricchiola anche perché vittima dei propri successi. Chto Delat? Che fare dunque, direbbe Lenin? Indietreggiare e perdere le conquiste di sessant’anni di integrazione, i sogni di generazioni, la libertà di muoversi liberamente, i diritti più avanzati, le opportunità condivise da seicento milioni di persone, un’unica moneta capace di diventare un’alternativa reale al dollaro ed un simbolo per tutto il mondo, il patrimonio morale e civile delle lotte di coloro che l’Europa unita l’hanno immaginata perché confinati su un’isola a respirare ogni giorno il marcio del nazionalismo? Oppure andare avanti, raggiungere la meta degli Stati Uniti d’Europa e dimostrare che la politica è un’alta forma – se non la più alta – di attività umana, ancora degna di rispetto da parte dei cittadini?

A me pare tutto molto semplice. Mi sembra che chi chiede il ritorno alla lira faccia calcoli e regressioni econometriche alla rinfusa, senza considerare la portata politica delle scelte fatte e da fare, senza prendere in considerazione aspettative e aspirazioni di cittadini europei e Paesi extraeuropei. Mi pare che non consideri né chi potrebbe patire gli effetti di un regresso venduto come innovazione, né le grandi traiettorie su cui si muove il mondo e che l’Europa non può abbandonare irresponsabilmente. Mi pare che a fianco delle considerazioni sull’ottimalità delle aree valutarie siano necessarie analisi sull’ottimalità politica dell’integrazione e sui vantaggi della redistribuzione e della solidarietà a livello comunitario. Per essere chiari: la critica non è ad alcun metodo di analisi e ricerca, né alla reale o presunta scientificità di alcuni metodi. Il metodo non è mai tanto fondamentale quanto l’intelligenza di chi lo usa, e nel dibattito pro e contro l’Europa l’intelligenza è un bene scarso, un caso di fallimento di mercato a cui purtroppo non si può porre rimedio facilmente.

Non sono così convinto che ci sia una tendenza di fondo della Storia, ma senza dubbio tornare al passato in Europa è antistorico. La strenua difesa del mondo che fu da parte di chi vi ricorda gioventù, amori e passioni è forse comprensibile, e spesso commovente; la vanità di voler distruggere il più grande esperimento di integrazione pacifica nella breve storia conflittuale del genere umano da parte di chi la vita ce l’ha ancora davanti a sé è inaccettabile.

Che la strada da prendere sia quella che porta alla fine del ponte sospeso è così semplice che anche coloro che un tempo difendevano lo status quo hanno iniziato a chiedere più Europa. Da parte di economisti e scienziati politici, giornalisti e giuristi, gli appelli per una spinta in grado di far uscire il Vecchio continente dal disastro sociale in cui si sta gettando si moltiplicano giorno dopo giorno. Ormai il dibattito pubblico è un campo di battaglia fra distruttori e creatori, ma i termini del conflitto devono essere chiari, perché la posta in gioco è il futuro della Società europea. Così come in biologia, per paura che i fautori del “disegno intelligente” snaturino, distorcano e utilizzino a loro vantaggio ogni disaccordo che emerge nella comunità scientifica, la teoria evoluzionista rischia spesso di rendersi impermeabile alle critiche, così l’atteggiamento rapace dei distruttori dell’Europa riduce e limita ogni possibilità di dibattito, anche critico, sull’Unione, a svantaggio dei cittadini e della tanto osannata informazione libera. È semplice: gli anti-Europa sono gli anti-darwiniani della politica.

Gli anti-Europa rientrano perfettamente nella descrizione che – in un altro contesto – gli economisti eterodossi danno del c.d. mainstream: una corazzata dalla grande potenza di fuoco, ma con tutti i cannoni puntati nella direzione sbagliata. Per mirare nel verso giusto bisogna ricordare che quello europeo è un progetto politico e non economico e che non è una cospirazione elaborata ex novo a tavolino, ma il risultato di un lungo cammino e il tentativo di evitare errori sperimentati ormai molte volte nel passato. Dal nazionalismo e dall’irrilevanza siamo già passati – non riusciamo ancora a capirlo? Eppure è così semplice.