Mario Albertini, il teorico militante

, par Giulio Saputo

Mario Albertini, il teorico militante

“Fare l’Europa è difficile… Tentare di farla significa porsi, con coraggio e con modestia, al crocevia di tutte le crisi politiche ed economiche degli ultimi quarant’anni di vita politica ed economica dell’Europa. L’Europa è un’alternativa alla crisi ideologica del comunismo, alla passività del socialismo, alla stagnazione della vita politica nazionale. Militante è chi sente questa vocazione, e la nobiltà del suo compito per il quale egli, pioniere di una piccola organizzazione, deve sentirsi una alternativa a tutto quanto oggi occupa la scena. Perché un federalista o è così o non è nulla.”

Pubblichiamo di seguito un breve ricordo dell’autore di queste splendide parole, Mario Albertini, con delle informazioni biografiche minime e alcune letture (tra le tantissime) che meritano senz’altro di essere menzionate.

Albertini, insieme ad Altiero Spinelli, è stato uno dei padri del Movimento Federalista Europeo (MFE), un punto di riferimento per i federalisti italiani per più di quarant’anni. Se Spinelli è riconosciuto come il “fondatore”, è senz’altro di Albertini il ruolo di “maestro”. È lui il principale fautore della formazione di una forza politica indipendente di militanti, orientata da un alto contenuto valoriale, che ancora oggi sopravvive in una parte di quelle indicazioni che dovrebbero rendere unico il contenuto ideale e politico del MFE. Un modo di vedere il mondo molto vicino all’idea-forza weberiana della politica come professione, applicata al movimentismo :

“La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. Ma colui il quale può accingersi a quest’impresa deve essere un capo, non solo, ma anche – in un senso molto sobrio della parola – un eroe. E anche chi non sia l’uno né l’altro deve foggiarsi quella tempra d’animo tale da poter reggere anche al crollo di tutte le speranze, e fin da ora, altrimenti non sarà nemmeno in grado di portare a compimento quel poco che oggi è possibile. Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuol offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò : ‘non importa, continuiamo !’, solo un uomo siffatto ha la vocazione per la politica” (M. Weber, "La politica come professione”).

Da queste basi, si è scritto spesso che Albertini è stato l’interprete fondamentale dell’etica della convinzione, perché partendo dalla necessità della ragione per un determinato impegno, quest’ultimo deve essere ricondotto ad un elemento valoriale ; mentre il pensiero di Spinelli si potrebbe allora collegare all’etica della responsabilità, per cui la coerenza della sua azione non corrisponde a determinati postulati morali quanto alla capacità di raggiungere gli scopi prefissati. Spinelli, il “Machiavelli del secolo XX”, con gli afflati leninisti dell’eroe storico hegeliano capace di guidare le masse secondo il corso della storia e Albertini il fondatore dell’impegno collettivo di un’avanguardia socraticamente e kantianamente formata e poi portata all’azione in una concezione della storia anch’essa hegeliana con una forte tendenza intrinseca. Quel che forse però è più interessante è la “naturale” sintesi contemporanea di queste due impostazioni nello sviluppo della necessità di un’avanguardia rivoluzionaria che guidi il popolo europeo con “ragione e tenacia”.

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Mario Albertini nasce a Pavia nel 1919, da un padre classe 1859 che lo forma secondo un rigido senso del dovere kantiano, mentre la madre cerca di trasmettergli un’educazione cristiana. Grazie a questa impronta, Albertini sente sin da giovane il bisogno di ricercare una qualche alternativa culturale al fascismo. Dopo gli studi classici, decide di iscriversi alla facoltà di matematica e successivamente a filosofia. Costretto ad interrompere gli studi per lo scoppio della guerra, è inviato sul Dodecaneso come ufficiale di artiglieria. Sempre più avverso al regime e vicino all’idea che sia più necessaria che mai la pace, tornato in patria, organizza una rimostranza pubblica contro il segretario dei giovani universitari fascisti di Pavia. Nel 1943 rifiuta di arruolarsi nella Repubblica di Salò, ma provenendo da una buona famiglia, l’unica reazione delle autorità è un blando tentativo di rieducazione. L’anno successivo è degradato per non aver giurato fedeltà al regime. Avvicinatosi al Partito liberale, lo abbandona dopo la decisione di quest’ultimo di appoggiare la monarchia nel referendum del ’46. Aderisce idealmente al Movimento Federalista Europeo (MFE) di Altiero Spinelli nel 1945, ma non come militante attivo. Acquistata una libreria, quest’ultima diverrà un crocevia culturale della città di Pavia e sede della sezione locale del MFE. Dopo la laurea in filosofia nel 1951, stringe amicizia col suo relatore Giulio Preti e avvia i contatti con Bruno Leone. Diviene docente di Storia contemporanea, Dottrina dello Stato, Scienza della Politica e, infine, Filosofia della politica presso l’Università di Pavia. Dal 1953 è stretto collaboratore di Altiero Spinelli e, tra il ’55 e il ’56 diviene il responsabile della formazione nazionale dei quadri del MFE. La preparazione teorica dei militanti sarà sempre un obiettivo cardine dalla sua azione. Collabora con numerose riviste, tra cui il Ponte, il Mercurio, il Politico e con la casa editrice de Il Mulino. Nel 1959 fonda e dirige fino alla morte la rivista Il Federalista (che viene ancora oggi pubblicata), dal ’66 prende la direzione del MFE e diviene anche Presidente della sua controparte europea (il UEF) tra il 1975 e il 1984. Ritiene sempre collegato il suo impegno continentale con quello locale ed arriva a occupare la carica di vicepresidente dell’associazione Italia Nostra. Rimarrà una figura di riferimento del federalismo organizzato italiano fino all’anno della sua scomparsa, nel 1997. Come ricorda Daniela Preda : “Mario Albertini incarna la figura del precursore politico : colui che opera, pensa, si muove in una realtà che non c’è ancora, ma che contribuisce a costruire”.

Consigliamo di reperire on line tutti gli scritti di Albertini curati da Nicoletta Mosconi, la raccolta di 22 saggi in inglese pubblicati da Guido Montani e di leggere il numero della rivista “Il Federalista” dedicato interamente al suo fondatore (n. 3, 2017).

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Questi due testi che riportiamo qui a margine parlano del MFE e ai suoi militanti, ma non crediamo siano autoreferenziali e forniscono ancora oggi delle coordinate essenziali per guardare con fiducia alla necessaria possibilità di intraprendere la via dell’impegno politico inteso come l’alto tentativo di realizzare dei valori nella storia.

“Il Federalismo militante. Vecchio e nuovo modo di fare politica” è un testo uscito per la prima volta su “Il Dibattito Federalista” nel 1985 e, vista la straordinaria efficacia, ripubblicato più volte. Non possiamo, dunque, rinunciare ad averlo anche su Eurobull.

Nella politica normale (anche rivoluzionaria, ma rivolta ad un potere che esiste già) è inevitabile, e persino giusto che ci sia non solo lotta fra i partiti, e al loro interno lotta fra le tendenze, ma anche, in ogni partito, una sorta di contesa di tutti contro tutti che si manifesta nel fatto che ciascuno cerca di utilizzare ogni errore o difficoltà dei propri compagni come un’occasione propizia per trasferire un po’ di potere da loro a sé stesso. Questo comportamento spesso inconsapevole (uno degli arcana imperii del vecchio modo di fare politica) è persino giusto, come ho detto, (salvo i casi patologici nei quali uno, dopo aver tolto il potere agli altri, non riesce a conservarlo) perché non indebolisce ma rafforza i partiti, che avendo bisogno di leader con un potere effettivo sul partito (cioè sugli uomini che lo compongono), prosperano solo con una dura selezione dei dirigenti. Per questo la tendenza a massimizzare il potere come fatto personale (al pari di ogni altra pratica di machiavellismo) si manifesta da sola, spontaneamente, anche senza una vera consapevolezza, quando la politica coincide, come accade abitualmente, con la lotta per un potere costituito in un mondo di stati sovrani e armati. Ma nel MFE questa linea di condotta – inevitabile sino a che non ci si pone davvero il problema di una politica al di là della ragion di stato – è rovinosa. Il fatto è che nel MFE non c’è la contropartita di questa contesa di tutti contro tutti : un bottino da dividere. Nel caso dei partiti ciò che conta è, per un verso, che una parte, sia pure piccola, di potere c’è per tutti (salvo i completamente inetti) ; e per l’altro, che un potere anche piccolo basta per fare o ottenere qualche cosa di utile, di tangibile, come per restare nel giro, per ritentare la scalata, ecc. È questo il fattore che, nonostante la contesa di tutti contro tutti, e il gioco alterno delle vittorie e delle sconfitte, tiene tutti sul campo, salvo coloro che si disgustano della politica e l’abbandonano. Ma nel MFE questo fattore – questo bottino da dividere – non c’è se non in forma minima, illusoria e precaria. Se da noi qualcuno, come è capitato, persegue il potere a titolo personale (anche in perfetta buonafede, magari solo perché si ritiene più bravo degli altri, ma senza tener conto del fatto che l’eguaglianza, e non la gerarchia, è l’elemento vitale della morale della cultura), ed effettivamente ne acquisisce una parte, constata che si tratta di un potere illusorio (in ogni caso, e in particolare ai fini della gloria, della vanità, delle prebende, della scalata al potere nazionale, ecc.), e allora se ne va, o cerca, finché può, di sfruttare il MFE per fini di parte. In entrambi i casi si tratta per il MFE o di un danno, o della rovina se questa pratica, come è successo in qualche paese, prevale. Nel MFE è assolutamente necessaria la trasparenza, la reciproca fiducia, l’amicizia di tutti per tutti (il riferimento storico è l’idea del compagno, apparsa, ma non realizzata, nei partiti socialisti). Nel MFE quando uno sbaglia, o si trova in difficoltà, va aiutato, e mai ridotto a mezzo per i propri fini, altrimenti si sperpera il solo patrimonio di cui può disporre il federalismo organizzato : un alto livello morale e culturale. Si trova così, sul piano della vita personale, ciò che costituisce l’elemento vitale del federalismo : la politica come rapporto umano con tutti gli uomini. Il riferimento qui è la buona vita, il bene comune (nella sua relazione con l’eguaglianza, la partecipazione e la pace), cioè la concezione che ha raggiunto il livello della pensabilità nella Grecia classica, e che potrebbe raggiungere quello della realtà con l’applicazione del federalismo a tutti i livelli della vita sociale, che ormai includono lo stesso genere umano come una unità di attività e di destino. Questo è il punto fondamentale. Il federalismo militante costituisce la linea di spartiacque tra la politica come è sempre stata (il potere che si manifesta solo attribuendolo a qualcuno, che ha la sua radice ultima nella divisione del genere umano, nel mondo come mondo delle nazioni armate e della guerra), e la politica come la ragione ha sempre cercato di pensarla (il potere che si realizza solo attribuendolo a tutti, che può trovare la sua radice solo nell’autogoverno dell’intero genere umano, nel mondo come mondo della pace, delle nazioni disarmate). Anche questa linea di spartiacque, come il vecchio potere, va difesa ad oltranza. Ma mentre il vecchio potere può essere difeso solo come il potere di alcuni sugli altri, come una oscura necessità di fronte alla quale la ragione deve cedere e ridursi a ragion di stato, o di partito, ecc, quello nuovo (che deve vivere sin da ora in una avanguardia per realizzarsi in futuro con la Federazione mondiale) può e deve essere difeso solo con la ragione, cioè con la condotta ragionevole di tutti gli uomini. Ne segue un criterio essenziale, difficile da mettere in pratica ma decisivo per la vittoria o la sconfitta della ragione nella nostra era, quello della necessità della creazione di un governo mondiale, senza del quale l’eliminazione della guerra, il controllo della potenza tecnologica dell’uomo, non sono che pie illusioni. La difficoltà sta nel fatto che noi dobbiamo agire in modo nuovo nel mondo vecchio che sprigiona ancora a livello pubblico, la frode e la violenza (mascherata o no). Ciò significa che capita anche noi di dover usare il potere (il nostro piccolo potere interno) contro coloro che, fingendo o credendo di stare con noi, cercano di sbarrarci la strada con la frode o la violenza. Bene, anche in questo caso c’è una vita : bisogna usare il nostro piccolo potere non come il potere personale di questo o quel dirigente, ma sempre e soltanto come il potere di tutti. Si tratta dunque, per ciascuno di noi, di far avanzare la volontà e la ragione sino al punto-limite nel quale la volontà personale coincide con la volontà generale e nel quale, sulla base dell’unità vivente del nostro pensiero, la ragione del singolo coincide con la ragione compiuta, quella di tutti. Se riusciremo, il federalismo vivrà.

Questo secondo testo, “Il Federalismo e la crisi dell’impegno politico giovanile”, è l’editoriale redatto da Albertini per il primo numero della nuova serie di “Federalismo militante”. È stato pubblicato sul n. 1 del 1981 de Il “Federalista” e parla ai nuovi quadri che si andavano formando (e che si formeranno).

È chiaro e in ogni caso per noi questa deve essere una regola — che solo i giovani stessi, con le loro scelte, potranno superare questa crisi. C’è una ragione evidente. Non si può costringere nessuno ad impegnarsi perché l’impegno è un fatto di libertà. Naturalmente la GFE e il MFE potranno ricordare ai giovani che il disimpegno politico si paga. In gioco sono, per i giovani, la vita e il lavoro che avranno, il tipo di società nella quale dovranno vivere, l’alternativa tra una Italia sempre più alla deriva e una Europa unita, giusta, prospera e forte. Disertando la politica non si lasciano le cose come sono, nemmeno nella vita privata. Si creano vuoti di potere, cioè si affida il potere agli altri, si accetta che degli altri divengano i padroni del proprio futuro. Ma queste osservazioni di carattere generale sono solo una premessa. Il nocciolo della questione sta nel rapporto tra crisi dell’impegno politico giovanile, crisi delle ideologie e costante declino del livello morale e culturale dell’azione dei partiti tradizionali (area del marxismo inclusa). Questa degenerazione teorica e pratica, che riduce sempre di più il potere politico a un fatto personale, perseguito soltanto per scopi personali, riguarda in modo particolare i giovani perché in questa fase della vita il potere interessa solo come fatto sociale e civile e non come fatto personale. Quando una giovane donna — o un giovane uomo — comincia a chiedersi se deve impegnarsi politicamente, e come deve impegnarsi, ciò che può indurre all’impegno non è l’idea di qualche vantaggio personale, ma l’idea della società nella quale sarebbe giusto vivere. Ed è proprio questa idea che non prende più forma nella cultura dominante. Con la crisi delle ideologie tutto è diventato incerto a questo riguardo. Non si sa più — nessun partito sa più dire con un grado ragionevole di certezza — quali siano le cause dello stato insoddisfacente della società attuale. Non si sa più — nessun partito sa più dire con un grado ragionevole di certezza — quale sia la società da costruire e con chi bisogna costruirla, visto che è finita per sempre l’epoca della separazione dei popoli, delle civiltà e degli uomini e che ciascuno di noi ha rapporti vitali non solo con i conterranei e con gli italiani, ma anche con gli europei e con tutti gli uomini della Terra. Per questo i giovani non sanno più che cosa fare. Ma la ripresa è possibile. Non esiste nessuna ragione per pensare che l’umanità non possa più progredire. Ciò che i giovani devono sapere, è che se sono venute a mancare — con la crisi delle ideologie tradizionali — le guide, anch’essi si trovano in prima linea, sul fronte della ricerca, come ogni altro uomo di buona volontà. È sul fronte della ricerca, cioè della preparazione dell’avvenire, che si è manifestata la crisi dell’impegno politico giovanile, ed è su questo fronte che essa può essere superata con un impegno politico nuovo, con l’alternativa alla decadenza e al cieco pragmatismo del potere, con i primi passi sulla via della costruzione di una società più razionale, cioè più giusta e più umana. Sul modo di tenere questo fronte il federalismo militante ha qualcosa da dire non perché saprebbe già come costruire il futuro, ma perché la sua è una esperienza politica del tutto nuova, ancora quasi tutta da fare. Quaranta anni fa il federalismo militante è stato fatto — sulla via aperta da Spinelli — dai giovani federalisti degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Questi giovani avevano capito che se si identifica la politica con l’azione per avere un posto in un governo, in un parlamento o in una amministrazione locale si resta sul terreno dell’assetto attuale del potere, cioè sul versante della crisi, e non su quello del suo superamento. Essi hanno cercato di far politica senza impiegare l’arma del voto nazionale, né quella della violenza, né quella della rappresentanza di interessi settoriali, e ci sono riusciti. Per questo oggi si può parlare seriamente del federalismo, e dire che col federalismo teorico, secondo la lezione di Kant, si può pensare in termini politici il genere umano e non solo la propria nazione; e che, col federalismo militante, si può pensare la via per un nuovo impegno politico diverso da quello ormai fallimentare del passato.

Per ulteriori info, vedi Daniela Preda, Per una biografia di Mario Albertini : la formazione, la scelta europea e l’autonomia federalista, Università degli Studi di Pavia, Pavia, 2014 e Flavio Terranova, Il federalismo di Mario Albertini, Giuffré, Milano, 2003.

Fonte immagine : Movimento Federalista Europeo.

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